Le microplastiche, minuscole particelle inferiori ai 5 millimetri, possono entrare nell’organismo attraverso cibo, acqua e aria. Questa presenza è passata da ipotesi a dato scientifico grazie a numerosi studi che hanno dimostrato per la prima volta la presenza di queste sostanze nel sangue umano, come quello pubblicato su Environmental International che evidenzia che queste particelle possono circolare nell’organismo. Altre ricerche hanno evidenziato la presenza di microplastiche nella placenta, nelle ovaie, nei polmoni, nel tessuto intestinale e nel cordone ombelicale dei neonati.
Il dibattito scientifico è molto acceso e non è stato ancora stabilito con certezza quali siano gli effetti sanitari sul lungo periodo. Non ci troviamo quindi a prove evidenti di danno ma non è possibile trascurare questi dati: l’esposizione è diffusa e le particelle possono attraversare alcune barriere biologiche. Questo dimostra in modo inequivocabile l’esistenza del contatto tra plastica e sistemi biologici.
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Cosa dicono gli studi più noti sulle microplastiche
Uno degli studi più discussi negli ultimi anni è quello pubblicato sul New England Journal of Medicine. Si evidenzia in questo lavoro il ritrovamento di microplastiche nel 50% dei pazienti sottoposti a intervento chirurgico alla carotide, in particolare la presenza di polietilene e PVC. I ricercatori hanno analizzato le placche aterosclerloritiche (accumuli di colesterolo e grassi, cellule infiammatorie, materiale fibrotico e calcio che si depositano all’interno della parete delle arterie) di 250 pazienti.
Dopo aver analizzato il follow up clinico si è riscontrato un rischio più alto di eventi cardiovascolari come infarti, ictus, nei tre anni successivi rispetto ai pazienti che non mostravano presenza di particelle. Gli autori dello studio hanno mostrato cautela affermando che questo risultato indica un’associazione ma non rapporto di causa-effetto. lo studio dimostra però il primo segnale epidemiologico concreto che indica un possibile (probabile) ruolo delle microplastiche nei processi infiammatori.
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Le microplastiche non sono biologicamente inerti
Mentre la ricerca clinica è agli inizi e si muove con cautela, gli studi sperimentali offrono diversi indizi su possibili meccanismi biologici delle microplastiche. Esperimenti su cellule e modelli animali hanno mostrato che alcune microplastiche possono: indurre stress ossidativo (lo squilibrio tra radicali liberi e antiossidanti che può danneggiare cellule e tessuti); aumentare risposte infiammatorie; interferire con alcune funzioni metaboliche. Questi effetti non si traducono automaticamente in malattie per gli esseri umani, ma indicano che le microplastiche non sono biologicamente inerti, soprattutto quando le dimensioni diventano molto piccole (neoplastiche).

Le microplastiche si trovano ormai in quasi tutti gli ambienti: nell’acqua potabile e in bottiglia, in molti alimenti a rischio contaminazione (iper packaging), polveri domestiche, usura di tessuti e materiali plastici. C’è il rischio concreto, a seconda dello stile di vita, di inalare o ingerire migliaia di particelle al giorno.
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Perché la comunità scientifica è così prudente?
La prudenza deriva da difficoltà metodologiche reali, perché è difficile stabilire gli effetti sanitari delle microplastiche. Esistono diversi tipi di plastiche, le dimensioni delle particelle variano, l’esposizione è diffusa e continua e gli effetti non sono riscontrabili nell’immediato ma nel lungo periodo. È lo stesso motivo per cui, storicamente, la relazione tra alcuni inquinanti ambientali e le malattie è stata chiarita solo nel lungo periodo.
Oggi nel mondo si producono centinaia di milioni di tonnellate di plastica ogni anno, e una parte di questo materiale finisce per frammentarsi nell’ambiente. Per questo è centrale spostare la questione anche anche sul piano ambientale ed economico. Ridurre la produzione di plastica significa ridurre la dispersione e ridurre anche, quindi, l’esposizione umana nel lungo periodo.

La letteratura scientifica sulle microplastiche sta evolvendo rapidamente e alcuni punti sul tema sono ormai consolidati: le microplastiche sono diffuse nell’ambiente acquatico, nell’atmosfera, nei cibi e negli oggetti di uso comune; possono entrare nell’organismo umano ed esistono evidenze scientifiche di possibili effetti biologici. Allo stesso tempo restano molte domande aperte sugli effetti sanitari a lungo termine. Per questo la questione non richiede allarmismo, ma attenzione scientifica e politiche preventive.
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