E se per proteggerci dalla crisi climatica dovessimo abbandonare le nostre case?

Dalle esperienze globali all’avanguardia del Piemonte, fino alle possibilità del Delta del Po: perché il ritiro pianificato può proteggere i territori vulnerabili prima che diventi emergenza

Alice Turati
Alice Turati
Consulente di sostenibilità, si occupa di rischio climatico, biodiversità e normative europee. Appassionata di giornalismo e scrittura, ha conseguito una formazione in scienze politiche e sociali presso Sciences Po e la Columbia University, e un master in Management della Sostenibilità al Politecnico di Milano.

In alcuni luoghi del mondo, come a Tuvalu, Stato insulare dell’Oceano Pacifico, l’idea di dover lasciare la propria terra a causa dell’innalzamento del mare non è più un’ipotesi futura ma una prospettiva concreta. Meno visibile, ma non meno reale, è quanto sta accadendo anche in Italia, dove sempre più zone abitate sono esposte ad eventi climatici estremi e a trasformazioni ambientali lente ma inesorabili come frane, alluvioni, salinizzazione ed erosione costiera. L’ultimo evento a dominare tragicamente le cronache è stato in Sicilia la frana di Niscemi, dove le eccezionali e prolungate piogge hanno innescato un dissesto già annunciato. Secondo esperti e amministratori locali, la mancanza di interventi preventivi in un territorio noto per la fragilità idrogeologica ha trasformato un fenomeno meteorologico estremo in una tragedia evitabile. 

Il cambiamento climatico, d’altronde, non si manifesta solo attraverso emergenze improvvise, ma anche con un progressivo aumento dell’insicurezza territoriale. In questo contesto, accanto alle tradizionali politiche di difesa e messa in sicurezza, sta emergendo a livello internazionale una strategia ancora poco discussa nel dibattito pubblico italiano: il ritiro pianificato, noto in inglese come managed retreat.

È una parola che evoca perdita, rinuncia, abbandono, ma sempre più studi e politiche di adattamento la indicano come una delle opzioni possibili, spesso necessarie, per ridurre il rischio dato dalle conseguenze climatiche. Non è, però, una scelta che può rispondere a criteri esclusivamente pragmatici. Decidere se, quando e come spostare persone e comunità da territori divenuti insicuri apre questioni profondamente etiche e sociali: chi ha diritto di restare? Chi decide? Chi paga i costi dell’adattamento e chi li erediterà in futuro?

Cos’è il ritiro pianificato? 

Con ritiro pianificato, conosciuto in Italia anche come rilocalizzazione preventiva, si intende il movimento intenzionale e pianificato di persone, edifici e beni da aree ad alto rischio climatico verso zone più sicure. A differenza dell’abbandono spontaneo o dell’evacuazione d’emergenza, il ritiro pianificato presuppone un intervento pubblico strutturato che accompagna e sostiene la transizione.

La peculiarità di questo tipo di strategia è che si contrappone all’idea che l’adattamento consista sempre e solo nel resistere agli eventi climatici, soprattutto nei contesti in cui l’intensità e l’inesorabilità dei cambiamenti in atto rendono impossibile, o non più desiderabile, continuare a difendere ogni metro di territorio. Nel quadro delle politiche di adattamento climatico, infatti, la rilocalizzazione preventiva si affianca ad altre strategie, che possono includere interventi come la costruzione di barriere artificiali o la sopraelevazione degli edifici.

A livello globale, il ritiro pianificato è sempre più riconosciuto come uno strumento legittimo di adattamento. Un caso noto è quello della Nuova Zelanda, che dopo processi di consultazione che hanno coinvolto le comunità locali e le popolazioni Māori, nel suo Piano nazionale di adattamento climatico del 2022 ha incluso esplicitamente il ritiro pianificato tra le opzioni disponibili. 

Leggi anche: Quello che c’è da sapere sul Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici

Il ritiro pianificato in Piemonte

In Italia la rilocalizzazione preventiva rimane ai margini del dibattito pubblico. Eppure i contesti vulnerabili non mancano. Le nostre aree costiere sono da tempo sotto pressione per erosione, subsidenza e innalzamento del livello del mare, oltre ad essere frequentemente interessate da frane e alluvioni. Studi e scenari mostrano come le sole strategie di difesa strutturali rischino di essere insufficienti per la mitigazione del rischio o addirittura di produrre effetti collaterali.

Alcune amministrazioni si sono già attivate su questo fronte. Un’esperienza quasi del tutto sconosciuta, ma particolarmente rilevante, è quella avviata in Piemonte a partire dal 2003. La Regione ha sviluppato una politica di rilocalizzazione preventiva per edifici residenziali situati in aree a elevato rischio idrogeologico in tutto il proprio territorio, in particolare in provincia di Torino e di Alessandria. 

L’iniziativa piemontese prevede l’adesione volontaria dei proprietari e l’acquisizione pubblica degli immobili a fronte di un indennizzo erogato dalla Regione tramite i comuni, grazie al quale ci si può trasferire in aree più sicure. Il contributo viene dato sia al privato per rilocalizzarsi, sia al Comune per demolire l’edificio e liberare così l’area riducendone la vulnerabilità. Quando la rilocalizzazione non è possibile, ad esempio per edifici di valore storico o in configurazioni urbane complesse, sono previste misure alternative di riduzione della vulnerabilità. 

Questo è stato il caso di Bussoleno (Torino), come spiegano le architette Antonia Impedovo e Sabrina Mantovani che da anni seguono il progetto della Regione Piemonte, rispettivamente come coordinatrice ed esperta tecnica del Settore Difesa del suolo, diretto dall’ingegnera Gabriella Giunta, della direzione Opere pubbliche, difesa del suolo, protezione civile, trasporti e logistica.

Qui il Piano per l’Assetto Idrogeologico (PAI), che si occupa di individuare le fasce di pericolosità delle aree di territorio rispetto alla loro vicinanza ai fiumi, ha indicato come particolarmente a rischio numerosi edifici del centro storico. Non potendo spostare l’intero centro del paese per via delle sue caratteristiche storiche, urbanistiche e sociali che lo portano a svilupparsi lungo le sponde della Dora Riparia, attraverso uno studio ad hoc è stato individuato il livello di acqua che il fiume potrebbe raggiungere in caso di piena ordinaria, per procedere ad interventi mirati di messa in sicurezza. Al di sotto di questa quota, infatti, si sta ora procedendo a chiudere i varchi tra gli edifici e installare serramenti a tenuta stagna.

Bussoleno ritiro gestito
Bussoleno (Torino), progetto di mitigazione della vulnerabilità. In blu le aperture oggetto di chiusura in quanto collocate al di sotto del livello della piena di riferimento (indicato in legenda con la dicitura livello piena Tr200) | Immagine: Ufficio Difesa del Suolo della Regione Piemonte | CLICCA PER INGRANDIRE

Per chi aderisce alla proposta di rilocalizzazione, l’indennizzo massimo, nel caso l’abitazione interessata sia una prima casa, è determinato moltiplicando la superficie dell’immobile (fino a 200 metri quadrati) per un valore standard di 1.034 euro al metro quadro, a cui viene applicato un coefficiente di riduzione nel caso di edifici accessori o di seconde case. 

“Il privato può acquistare un’altra casa nell’ambito di tutta la regione, mentre prima era limitato alla provincia”, spiega Impedovo

“Nel caso delle seconde case continua Mantovani con la nuova delibera, abbiamo eliminato questo meccanismo di riacquisto; ora viene riconosciuto un indennizzo pari al 50% del valore, calcolato con lo stesso meccanismo adottato per le prime case”. 

I privati hanno 90 giorni per aderire alla proposta di rilocalizzazione preventiva. Nel caso in cui tale proposta venga rifiutata, i residenti rinunciano al diritto di ricevere indennizzi futuri qualora la propria abitazione venisse colpita da eventi avversi. 

ritiro pianificato demolizioni San Giorio
Fase di demolizione di uno dei fabbricati oggetto di rilocalizzazione a San Giorio di Susa, in borgata Balma | Foto: Ufficio Difesa del Suolo della Regione Piemonte

Ci sono poi i condomìni, che rappresentano una casistica particolare. Impedovo e Mantovani spiegano che è necessaria l’unanimità per poter procedere all’abbattimento di una palazzina abitata da più famiglie. In quel caso, il comune stesso potrebbe individuare un’area di atterraggio per sostituire l’edificio come se si trattasse di edilizia popolare. Con la nuova delibera pubblicata a fine gennaio 2026, è stata introdotta la possibilità di procedere all’esproprio “qualora l’opposizione del soggetto privato all’adesione alla proposta di rilocalizzazione ostacoli il conseguimento dell’interesse pubblico preminente”. In questo caso si parla di rilocalizzazione d’ufficio, “giustificata dall’inderogabile necessità di salvaguardare l’incolumità e la sicurezza pubblica“.

Per l’efficacia e la sua implementazione pionieristica, il progetto piemontese è stato pubblicato come caso studio da Climate ADAPT, una piattaforma che aggrega approfondimenti e casi studio sulle strategie di adattamento climatico messe in atto nei vari paesi dell’Unione Europea. Sul sito si legge che dal 2009 al 2024 il costo complessivo delle attività di rilocalizzazione è ammontato a 5,35 milioni di euro tra costi di acquisto e di demolizione. Ad aprile 2024 i nuclei familiari interessati erano 52 in totale, di cui 26 residenti in prime case. Pur essendo un tema molto sensibile che tocca la sfera personale delle persone interessate, scorrendo si legge anche che la Regione non ha definito delle regole di inclusione degli abitanti nel processo delle attività di rilocalizzazione, lasciando l’organizzazione di incontri diretti alla “buona volontà” dei tecnici e dei sindaci. 

Adesione volontaria: opportunità e rischi

Impedovo e Mantovani raccontano che negli ultimi due anni hanno cercato di favorire l’adesione spiegando di persona a cittadine e cittadini i rischi a cui vanno incontro scegliendo di restare nelle abitazioni interessate: “La questione affettiva resta, ma noi gli diciamo che i ricordi si possono portare via, mentre se si viene interessati da una valanga, frana o un’alluvione, si rischia la vita“. 

Il rifiuto, infatti, è spesso dovuto a radicati legami storici e familiari con il territorio, come ad esempio la prossimità al cimitero del paese, che rende il trasferimento particolarmente doloroso per gli abitanti più anziani. Questo purtroppo porta anche a situazioni molto rischiose, come quella di una palazzina in zona, già interessata direttamente da una valanga, dalla quale gli inquilini sono scampati per pura fortuna; l’edificio infatti non si è potuto abbattere poiché non si è ancora arrivati ad una decisione unanime sulla rilocalizzazione. Con la nuova delibera, queste situazioni potrebbero risolversi.

Grazie anche alla collaborazione con Elisa Calliari, ricercatrice del CMCC attiva con il Settore Difesa del Suolo della Regione Piemonte, dalla fine del 2022 sono state realizzate interviste mirate a un numero limitato di residenti per comprendere meglio le motivazioni che li spingono a lasciare la propria casa o a restare.

Questo lavoro ha permesso di far emergere alcune criticità rispetto alle linee guida precedenti, come ad esempio la mancanza di una clausola che impedisse di acquistare la nuova casa in un territorio considerato a sua volta a rischio, ora sanata tramite le linee guida più aggiornate.

Per Elisa Calliari, che aveva vinto un bando di ricerca proprio sulla rilocalizzazione preventiva di comunità a rischio alluvionale, i dati raccolti dalle colleghe nel corso degli anni sono stati estremamente preziosi: con il suo lavoro ha poi contribuito a sistematizzarli per poterli inserire nel Geoportale della Regione. “Di questo progetto non si sa niente ed è un peccato, perché il Piemonte è veramente una best practice, uno dei pochi esempi di rilocalizzazione preventiva a livello europeo” afferma. “Alla fine del progetto (di ricerca, ndr), abbiamo organizzato un convegno alla Regione Piemonte, sia per condividere l’esperienza all’interno della regione stessa, sia per mettersi in dialogo con altre regioni del Bacino del Po”, racconta. “La Regione Lombardia ha mostrato interesse”. 

“La rilocalizzazione preventiva è un tema nuovo in Europa, non è nei radar”, continua Calliari. Per questo, per poter scambiare le informazioni con altri studiosi ci si muove per contatti informali e passaparola. “Stiamo iniziando a mapparci tra di noi”, dice sorridendo. È così che è entrata in contatto con ricercatori che stanno approfondendo casi simili a quello del Piemonte in Portogallo e in Galles, quest’ultimo un caso molto dibattuto su cui la BBC ha realizzato un’inchiesta.

“Si parla tanto di mobilità umana in contesti di cambiamento climatico pensando che riguardi solo le piccole isole in via di sviluppo o paesi africani colpiti da desertificazione, − conclude Calliari, − invece è qualcosa che sta già avvenendo anche in Europa. Fare prevenzione non fa tanto clamore, ma c’è un grande valore nel condividere queste esperienze”.

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Immaginate il ritiro pianificato sul Delta del Po?

Oltre alle aree interne soggette a dissesto idrogeologico, esistono altri territori in cui la vulnerabilità è strutturale e sistemica. Tra questi, il Delta del Po emerge come uno dei casi più emblematici. Qui, il cambiamento climatico non si innesta su un sistema stabile, ma su un equilibrio già compromesso da decenni di interventi antropici, subsidenza e perdita di sedimenti. Il risultato è un territorio in cui oltre quattro quinti della superficie si trovano già al di sotto del livello medio del mare e la presenza umana è garantita solo da un complesso apparato di infrastrutture che richiede manutenzione continua e crescente.

Come spiega in un articolo su Krillbooks la ricercatrice del CMCC Giorgia Verri, nel delta del Po, la scarsità d’acqua ha accelerato l’intrusione salina, mettendo a rischio acqua potabile, agricoltura ed ecosistemi. Nella Sacca di Goro, lo shock salino ha già ridotto del 30% la produzione di vongole, mentre la proliferazione di alghe ha causato morie di molluschi. Oggi questo estuario è al centro di un progetto europeo che studia soluzioni per proteggere i fragili sistemi di transizione tra fiume e mare, sempre più minacciati dalla crisi climatica.

In questo contesto, alcune pubblicazioni come lo studio “Selective Retreat Scenarios for the Po River Delta”, cioè Scenari di ritiro selettivo per il delta del fiume Po, pubblicato nel 2017, e “Resist or retreat? Beach erosion and the climate crisis in Italy: Scenarios, impacts and challenges”, Resistere o ritirarsi? Erosione costiera e la crisi climatica in Italia: Scenari, impatti e sfide, pubblicato nel 2024, hanno messo in discussione l’idea che la difesa permanente sia l’unica opzione possibile. 

Continuare a innalzare argini e rafforzare opere di protezione significa infatti accettare un’escalation infrastrutturale che rischia di diventare economicamente e ambientalmente insostenibile, soprattutto in uno scenario di ulteriore innalzamento del livello del mare e di cambiamenti climatici sempre più intensi. Da qui nasce la proposta di una strategia di ritiro selettivo e pianificato, affiancata da soluzioni innovative basate sulla natura, come quelle recentemente proposte dal CMCC sotto la guida di Giorgia Verri, che uniscono interventi ecologici e modelli predittivi avanzati, in grado di simulare con precisione le dinamiche tra acqua dolce e salata e supportare scelte di adattamento mirate. Non un abbandono generalizzato del territorio, ma una scelta graduata su dove investire nella difesa e dove, invece, accompagnare una trasformazione controllata.

Ciò che rende il Delta del Po particolarmente rilevante nel dibattito sul ritiro pianificato è che, a differenza di altri contesti italiani, presenta alcune condizioni che rendono questa opzione concretamente praticabile. Secondo i dati ISTAT (2023/2024, pubblicati nel 2025), la densità abitativa nei comuni del delta del Po è tra le più basse d’Italia: i comuni registrano valori medi tra 30 e 70 abitanti/km², ben al di sotto della media regionale (200-270 ab/km²) e nazionale (200 ab/km²). Inoltre, la popolazione è in costante diminuzione da anni a causa di spopolamento, invecchiamento e crisi economiche locali, con una perdita di oltre il 10% di residenti in molti comuni negli ultimi dieci anni. 

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Fiume Po | Foto Marco Buratti | www.marcoburatti.com

Le stime indicano che anche negli scenari più avanzati di ritiro, il numero di persone coinvolte resterebbe limitato rispetto ad altri grandi sistemi deltizi. Inoltre, la struttura della proprietà fondiaria, caratterizzata da grandi appezzamenti e da una redditività agricola spesso marginale, semplifica alcuni degli ostacoli che altrove rendono politicamente e socialmente esplosiva qualsiasi ipotesi di rilocalizzazione.

Seppur l’idea possa sembrare controversa, la riduzione delle superfici rigidamente protette – come argini, dighe, muri paraonde e barriere – permetterebbe di alleggerire i costi di manutenzione. Come osservano nello studio Celata e Gioia, le strategie di difesa costiera hanno a lungo cercato di “preservare lo status quo”, concentrandosi su interventi locali e strutture rigide che nel breve periodo garantiscono sicurezza, ma nel tempo irrigidiscono i sistemi, aggravano l’erosione e riducono la capacità di adattamento naturale. In quest’ottica, arretrare o lasciare che alcune aree si allaghino di nuovo può risultare più efficace e sostenibile che continuare a difendere ogni porzione di territorio.

Nel delta del Po questo principio si tradurrebbe in scelte selettive. Come mostrano gli scenari elaborati per l’area, “in molti casi persistere nella protezione degli insediamenti antropici sarebbe economicamente svantaggioso rispetto a riprogettarli altrove”, mentre in altri casi conviene mantenere e rifunzionalizzare le infrastrutture esistenti. Alcuni argini e opere portuali potrebbero essere riconvertiti in marine o approdi turistici, formando un “arcipelago” di servizi e attrazioni, mentre le zone meno redditizie o più esposte verrebbero progressivamente restituite alla dinamica naturale dell’acqua. Tuttavia, l’attuazione di queste proposte richiede un equilibrio che tenga conto delle diverse istanze espresse dagli operatori del territorio, non sempre favorevoli, come già raccontato in passato su EconomiaCircolare.com.

Guardato in questa prospettiva, il Delta del Po suggerisce che il ritiro pianificato può essere una possibile strategia di adattamento preventivo anche in altri territori italiani altamente vulnerabili, in particolare lungo le coste e nelle aree di pianura sotto il livello del mare. Tuttavia, proprio perché implica scelte selettive, ad esempio su quali luoghi difendere, quali trasformare e quali abbandonare, il ritiro pianificato solleva interrogativi che vanno ben oltre la pianificazione territoriale. 

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L’etica del ritiro pianificato

Il ritiro pianificato tocca infatti dei nodi etici profondi. L’introduzione al numero del Journal of Environmental Studies and Sciences dedicato proprio al ritiro pianificato insiste su un punto chiave: la rilocalizzazione di persone e comunità non è solo un processo che incide sull’identità, sulle relazioni sociali e sul senso di appartenenza, ma anche su temi legati a giustizia ed equità. Le scelte di oggi, infatti, produrranno effetti fino alla fine del secolo, sollevando riflessioni riguardo alla giustizia intergenerazionale. C’è poi una questione di giustizia ambientale e territoriale. In Italia, le aree più esposte agli impatti climatici coincidono spesso con regioni economicamente più fragili, fortemente dipendenti da attività come il turismo: così chi ha meno risorse rischia di avere anche meno possibilità di adattarsi.

Ripensare il rapporto tra insediamenti umani e ambiente significa accettare che, in alcuni casi, adattarsi vuol dire anche fare spazio. Farlo in modo giusto, equo e partecipato sarà una delle grandi sfide politiche ed etiche dei prossimi anni.

Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del workshop conclusivo della decima edizione del Corso di giornalismo d’inchiesta ambientale, realizzato da A Sud ed EconomiaCircolare.com in collaborazione con il Goethe Institut di Roma e con il Constructive Network.

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