Ecco quante materie prime critiche ci sono nei rifiuti elettronici UE. Ma saperlo non basta

Le stime arrivano dal progetto europeo FutuRaM: quanti RAEE produce l’Europa, quante materie prime critiche contengono e perché questo flusso va letto sempre più come una risorsa strategica

Daniele Di Stefano
Daniele Di Stefano
Giornalista ambientale, redattore di EconomiaCircolare.com e socio della cooperativa Editrice Circolare

Dieci milioni e 700 mila tonnellate. Tanti sono stati nei 2022 i RAEE, rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, gettati via dai cittadini e imprese dei paesi UE e di Islanda, Norvegia, Svizzera e Regno Unito (EU27+4). Circa 20 kg a persona in media. Se ci fermiamo qui vediamo solo il problema, ma se facciamo un passo ulteriore possiamo intravvedere anche la soluzione: il contributo che questi rifiuti possono dare per aumentare l’autonomia dell’industria UE riducendone la dipendenza da forniture estere di materie prime, in primis quelle critiche e strategiche necessarie anche per la transizione energetica e digitale. A fare questo passo ulteriore ci aiutano le analisi, le stime e le proiezioni condotte per il progetto europeo FutuRaM, finanziato coi fondi del programma Horizon. Queste analisi ci dicono che dentro quei RAEE era incorporato circa 1 milione di tonnellate (Mt) di 29 diverse materie prime critiche. È questo il numero che trasforma cellulari, computer, schermi, lavatrici, frigoriferi, piccoli elettrodomestici e pannelli fotovoltaici da problema ambientale a potenziale risorsa industriale.

“Nel progetto FutuRaM – racconta a EconomiaCircolare.com Giulia Iattoni, assistente responsabile di programma presso lo United Nations Institute for Training and Research (UNITAR), uno dei partner del progettoabbiamo raccolto e armonizzato dati osservati da fonti ufficiali, a esempio Eurostat, report nazionali, letteratura scientifica e dati industriali, integrandoli con modelli matematici per colmare il gap informativo. I dati osservati descrivono lo stato dei flussi di RAEE e il loro contenuto di materie prime critiche allo stato attuale”.

Nei RAEE europei ci sono rame nei cavi, alluminio negli involucri, terre rare nei magneti e nelle polveri fluorescenti, metalli del gruppo del platino nelle schede elettroniche e nei display. Non sono materiali marginali. Sono input che servono alla chimica, alla siderurgia, all’elettronica, ai motori, ai sistemi energetici, al fotovoltaico, alla mobilità elettrica, e più in generale, alla transizione verde e digitale. Sono materiali dei quali l’industria europea ha bisogno e che oggi cerca fuori dai propri confini.

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Il gap tra contenuto e riciclato

Un aspetto centrale evidenziato dal progetto FutuRaM è questo: “contenere” non significa automaticamente avere la possibilità di “riciclare”. Di quei 10,7 milioni di tonnellate di RAEE, solo 5,7 milioni (il 54%) sono stati raccolti e avviati ad un corretto trattamento. Che ha permesso rendere disponibili per il riciclo circa 0,4 milioni di tonnellate di materie prime critiche: ad esempio 208 mila tonnellate (kt) di alluminio, 162 di rame, 12 kt di silicio, 1 kt di tungsteno e 2 tonnellate di palladio. Il resto si perde per vari motivi: mancata intercettazione, mancata identificazione dei materiali e mancato disassemblaggio o limiti tecnici delle tecnologie di riciclo.

“Non tutto il materiale presente nei prodotti è effettivamente recuperabile – chiarisce Iattoni – perché la disponibilità come risorsa secondaria viene influenzata da diversi fattori: una parte non viene intercettata dai sistemi di raccolta, mentre una parte, pur raccolta, non è tecnicamente o economicamente accessibile con le tecnologie attuali di riciclo, anche a causa della bassa concentrazione o della complessità dei componenti. Una quota significativa dei RAEE in Europa non entra nei circuiti formali di raccolta conformi alla WEEE Directive, e questo riduce il potenziale di recupero delle materie prime critiche contenute”.

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RAEE e materie prime critiche, il trend

Guardando al futuro, il peso dei RAEE è destinato a crescere. Ma questo, se sapremo implementare raccolta e riciclo, non costituirà solo una questione da risolvere una anche un’opportunità (e qui solo per completezza accenniamo al trade off tra priorità ambientali che spingono ad allungare la vita utile dei beni e priorità industriali e strategiche che hanno invece bisogno di materia da riciclare). Gli studi preparati per il progetto FutuRaM (ad esempio 2050 Critical Raw Materials Outlook) stimano che nell’area EU27+4 i rifiuti elettronici possano passare nel 2050 da 10,7 Mt nel 2022 a una forchetta tra 12,5 e 19 Mt. I pannelli fotovoltaici sono la categoria con la crescita più marcata: da 0,15 Mt nel 2022 a 2,0-2,2 Mt nel 2050. Parallelamente aumenteranno anche le materie prime critiche contenute in quei futuri rifiuti: fino a 1,2-1,9 Mt.

Chiarisce ancora Iattoni: “Le stime modellistiche ricostruiscono o completano informazioni mancanti attraverso assunzioni coerenti, stime ponderate e bilanci di massa, quando possibile validate poi da esperti del settore. Gli scenari futuri sviluppati in FutuRaM (business-as-usual, recovery e circularity) non sono previsioni, ma rappresentano possibili evoluzioni fino al 2050 in funzione di cambiamenti nei sistemi di raccolta, nelle tecnologie di riciclo e nelle dinamiche di mercato, permettendo di valutare come tali condizioni influenzino disponibilità e recupero di materie prime critiche dai RAEE e il raggiungimento dei target”.

Leggi anche: Leroy (WEEE Forum): “FutuRaM? ‘Supporto abilitante’ le norme UE sulle materie prime critiche”

Investire su quantità e qualità del riciclo

Secondo un altro report, Future Trends of Secondary Raw Materials and Critical Raw Materials, con le tecnologie di riciclo adeguate i rifiuti elettrici ed elettronici potrebbero diventare una fonte secondaria rilevante. Il recupero oggi si concentra soprattutto su metalli preziosi, rame, ferro e alluminio, ma in prospettiva potrebbe estendersi ad altri elementi chiave grazie allo smontaggio di componenti ricchi di materie prime critiche. “FutuRaM evidenzia chiaramente che non basta raccogliere di più, perché la quantità senza qualità non porta a un recupero efficiente dei materiali critici” spiega Giorgio Arienti, direttore generale di Erion WEEE, sistema italiano per la responsabilità estesa del produttore dei RAEE. “È certamente importante raccogliere di più. Allo stesso tempo, però, è fondamentale raccogliere meglio, selezionando i flussi, separando i materiali e riducendo le contaminazioni. In pratica, batterie, circuiti stampati e schede elettroniche devono essere trattati in modo differenziato per massimizzare il valore recuperabile”. 

Alleggerire la dipendenza

Gli usi che possiamo fare di questi preziosi materiali ci aiutano a capire la posta in gioco. Il rame serve in cavi, induttori, compressori e schede elettroniche. L’alluminio per involucri e componenti strutturali. Il palladio serve per schede elettroniche, hard disk, display LCD e plasma. Le terre rare come il neodimio sono decisive nei magneti; altre, come ittrio ed europio, sono impiegati in specifiche applicazioni dell’elettronica e dell’illuminazione, soprattutto nei fosfori o polveri fluorescenti di lampade, display. Ma il valore strategico, la reale portata di questo ragionamento probabilmente è apprezzabile solo se inquadrata nei flussi del commercio mondiale, solo se commisurata alle quantità di questi materiali presenti nei RAEE – rame, alluminio, silicio, tungsteno, palladio e terre rare – che l’industria cerca e compra fuori dai confini europei.

Secondo il Centro di Ricerca Interuniversitario in Economia del Territorio (CRIET) e Istat, il valore delle importazioni italiane di materie prime critiche importate nel 2023 era di 1,4 miliardi di euro: “Il saldo negativo della bilancia commerciale delle materie prime critiche rappresenta una prima testimonianza, anche abbastanza palese, della fragilità del Bel Paese rispetto alla tematica, sottolineandone la forte dipendenza da altri Stati per questa tipologia di approvvigionamenti”, scrivono gli autori.

Sono proprio questi numeri a spiegare chiaramente perché i RAEE non possono più essere letti come un problema di gestione dei rifiuti. In molti casi, i materiali che contengono coincidono con quelli importati da pochi – e non sempre affidabili dal punto di vista geopolitico – fornitori esterni. La miniera urbana di cui si parla tanto non elimina certo la dipendenza, ma può contribuire a ridurla e ad aumentare così competitività e resilienza dell’industria continentale.

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Leggi anche: Le miniere urbane e le politiche Ue: prove tecniche di strategia industriale

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