Le miniere urbane e le politiche Ue: prove tecniche di strategia industriale

La dipendenza dalle materie prime critiche non si riduce solo con miniere, accordi commerciali, autorizzazioni accelerate, ma anche costruendo una capacità pubblica e industriale di leggere la “miniera urbana” europea come infrastruttura strategica

Raffaele Lupoli
Raffaele Lupoli
Direttore responsabile di EconomiaCircolare.com, socio e consigliere di amministrazione della cooperativa Editrice Circolare. Giornalista professionista, saggista e formatore, è docente a contratto di Economia delle organizzazioni complesse presso l'università pubblica (AFAM) ISIA Roma Design, insegna all'ITS Machina Lonati di Brescia e collabora con il Sole 24 Ore. Ha diretto diverse testate, tra cui il settimanale Left e LaNuovaEcologia.it. Ha lavorato con Legambiente, collaborando tra l’altro alla redazione del Rapporto Ecomafie, ha coordinato la redazione del periodico Rifiuti Oggi e il mensile La Nuova Ecologia. Si è occupato di comunicazione politica e nel 2020 è stato consigliere della Ministra dell'Istruzione sui temi della sostenibilità ambientale e dell'innovazione sociale.

La nuova fase della strategia europea sulle materie prime critiche ha assunto una consapevolezza importante: è necessario sapere quante materia prime ci sono nelle apparecchiature elettriche ed elettroniche, ma è altrettanto necessario sapere dove sono, in quali componenti, con quale grado di recuperabilità, in quale anno diventeranno disponibili e con quali tecnologie potranno rientrare nell’economia. È qui che un progetto apparentemente tecnico come FutuRaM sostenuto dall’Unione Europea incrocia il cuore della politica industriale del Vecchio Continente. Perché la dipendenza dalle materie prime critiche non si riduce solo aprendo miniere, firmando accordi commerciali o accelerando autorizzazioni. Si riduce anche costruendo una capacità pubblica e industriale di leggere la “miniera urbana” europea come infrastruttura strategica.

Il Critical Raw Materials Act (CRMA) stabilisce target ambiziosi al 2030 in termini di estrazione, trattamento, riciclo e riduzione della dipendenza, ma il vero obiettivo da raggiungere è quello di tradurre quei target in politiche linee guida operative, impianti, dati condivisi e interoperabili, autorizzazioni celeri, mercati secondari, capacità di recupero e costruzione di filiere in grado di tenere entro i confini europei trattamento e trasformazione in prodotti.

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La nuova geografia della sicurezza industriale

Com’è noto, le materie prime critiche sono indispensabili per rinnovabili, accumulo, digitale, aerospazio e difesa. In questo quadro, la Commissione segnala che la domanda europea di terre rare potrebbe crescere di sei volte entro il 2030 e sette volte entro il 2050, mentre quella di litio potrebbe aumentare di dodici volte entro il 2030 e ventuno volte entro il 2050. Il problema europeo però non è semplicemente la dipendenza dall’importazione di queste materie prime. La vera vulnerabilità sta nel fatto che alcune fasi decisive della catena del valore come raffinazione, separazione, produzione di magneti, componentistica sono concentrate fuori dal territorio dell’Unione. Il rischio, allora, è che l’Europa finanzi la decarbonizzazione e la cosiddetta “doppia transizione” senza possedere abbastanza leve industriali per governarla: per questo è di fondamentale importanza mettere in campo una politica delle materie prime che combini autonomia strategica, sicurezza economica, sostenibilità e politica industriale.

Il CRMA interviene su più piani: liste di materie prime critiche e strategiche, progetti strategici, autorizzazioni più rapide, stress test, monitoraggio delle catene di fornitura, programmi nazionali di esplorazione, recupero da rifiuti e scarti estrattivi, requisiti su magneti permanenti e maggiore circolarità. Per i progetti selezionati come “Strategic Projects”, il regolamento prevede anche supporto all’accesso alla finanza e tempi autorizzativi più brevi: 27 mesi per i permessi di estrazione e 15 mesi per trasformazione e riciclo. È una trasformazione profonda del ruolo pubblico. Si cerca così di orientare direttamente l’architettura delle filiere, ma proprio qui emerge il primo collo di bottiglia. Senza dati affidabili sulle risorse secondarie disponibili, sulle perdite lungo la filiera e sui componenti prioritari, la politica europea rischia di muoversi tra obiettivi ambiziosi e capacità operative insufficienti.

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La miniera urbana come infrastruttura di conoscenza

Il primo banco di prova è arrivato nel 2025, con la selezione dei progetti strategici. La Commissione ha approvato quelli localizzati nell’UE il 25 marzo 2025 e quelli fuori dall’UE il 4 giugno 2025: riguardano l’estrazione, la trasformazione, il riciclo e la sostituzione di 14 materie prime strategiche. I 47 progetti localizzati nell’Unione Europea sono pensati per rafforzare le capacità domestiche sulle materie prime strategiche, mentre i primi 13 progetti individuati fuori dall’UE sono volti a diversificare le fonti di approvvigionamento. Una forte spinta a ridurre le dipendenze più rischiose, costruire capacità in segmenti oggi deboli e usare il mercato unico come leva per sostenere progetti lungo l’intera catena del valore. Una spinta che necessita di tempi celeri ma si scontra con la necessità di avviare l’esplorazione di nuovi impianti estrattivi, di autorizzare impianti di recupero, trattamento e trasformazione, di reperire capitale, competenze e tecnologie, nonché di tenere nel dovuto conto il coinvolgimento delle comunità e l’accettabilità sociale delle infrastrutture proposte. La Corte dei conti europea, nel suo Special Report su materie prime critiche e transizione energetica, ha avvertito che le misure per diversificare le importazioni, aumentare la produzione domestica e migliorare la gestione delle risorse non stanno ancora producendo risultati sufficienti per mettere in sicurezza il processo. Per questo le miniere urbane diventano un terreno decisivo, dal momento che possono ridurre la pressione sui mercati globali, abbassare la vulnerabilità e creare filiere europee meno esposte agli shock geopolitici in tempi probabilmente meno lunghi rispetto all’approvvigionamento primario

Il progetto FutuRaM si colloca esattamente in questa zona grigia tra conoscenza, statistica e politica industriale, sviluppando una base di conoscenza sulle materie prime secondarie, con particolare attenzione a quelle critiche, producendo utilissima dataset, ma soprattutto orientando l’attenzione sulla conoscenza specifica dei flussi, delle componenti in cui sono contenute, della loro recuperabilità. Queste informazioni consentono a loro volta di rivolgere l’attenzione alla catena tecnica ed economica che serve per valorizzare davvero le miniere urbane. Una scheda elettronica, un magnete permanente, un motore elettrico, una batteria o un pannello fotovoltaico non sono equivalenti dal punto di vista del recupero. Cambiano la concentrazione dei materiali, la dissipazione, la possibilità di smontaggio, la tecnologia disponibile, il valore economico della frazione recuperata, la normativa applicabile e la presenza di un mercato. Qui il collegamento con il CRMA diventa diretto. Se l’Europa vuole arrivare al 25% di capacità di riciclo rispetto al consumo annuo di materie prime strategiche, deve sapere quali flussi possono contribuire realmente a quell’obiettivo.

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Dalla diplomazia delle materie prime alla domanda aggregata

Su questa linea d’azione si colloca la costruzione, da parte dell’Unione Europea, di strumenti di mercato comuni. Il Raw Materials Mechanism, inserito nella EU Energy and Raw Materials Platform, è stato lanciato a novembre 2025 con lo scopo di connettere domanda industriale, fornitori globali, istituzioni finanziarie e soluzioni di stoccaggio. La Commissione lo descrive come uno strumento per aggregare domanda, favorire acquisti congiunti, sviluppare progetti strategici e mettere in contatto off-taker (i produttori che si impegnano a fornire un bene a un certo prezzo per un determinato periodo) e investitori. 

Oltre a promuovere partenariati o a finanziare singoli progetti, l’Europa prova dunque a costruire una capacità collettiva di acquisto e coordinamento della domanda, per sostenere le imprese che, da sole, non hanno abbastanza forza contrattuale, orizzonte temporale o strumenti finanziari per sostenere progetti alternativi alle catene dominate da grandi player extraeuropei.

Ma anche qui la dimensione secondaria è decisiva. Se la piattaforma servirà solo a comprare meglio materie prime primarie, resterà uno strumento di diversificazione. Se invece saprà includere materie prime secondarie, accordi di off-take per materiali recuperati, stock strategici e dati sugli hotspot di rifiuti, potrà diventare un pezzo di politica circolare industriale. FutuRaM offre il supporto informativo per questo salto: la Urban Mine Platform è pensata per integrare dataset utili a identificare hotspot materiali e supportare politiche coerenti di recupero di materie prime critiche e strategiche.

Clean Industrial Deal e Industrial Accelerator Act

critical raw materLa strategia sulle materie prime critiche non procede isolata. Il Clean Industrial Deal, presentato dalla Commissione il 26 febbraio 2025, nasce per trasformare la decarbonizzazione in motore di crescita industriale, con attenzione alle industrie energivore – acciaio, metalli, chimica – e al cleantech. In questo quadro la circolarità è esplicitamente indicata come strumento per ridurre sprechi, allungare la vita dei materiali e diminuire le dipendenze da fornitori extra-UE di materie prime. Il successivo Industrial Accelerator Act, proposto dalla Commissione il 4 marzo 2026, spinge ancora più avanti questa logica. Le nuove misure riguardano settori strategici come acciaio, cemento, alluminio, automotive e tecnologie net-zero, con la possibilità di estensione ad altri comparti energivori. L’obiettivo è accelerare capacità industriale e decarbonizzazione, anche attraverso procedure autorizzative digitali e più rapide. 

Il nesso con le materie prime critiche è più profondo di quanto appaia a prima vista. Se l’Europa vuole rilanciare manifattura pulita, batterie, veicoli elettrici, rinnovabili, elettrolizzatori, semiconduttori, difesa e data center, dovrà governare contemporaneamente tre mercati: energia, tecnologia e materiali. In questo senso il Clean Industrial Deal e il CRMA sono due aspetti della stessa politica: il primo prova a creare domanda e capacità industriale, il secondo prova a mettere in sicurezza gli input materiali di quella capacità.

Il rischio, però, è che la domanda pubblica o incentivata si concentri sul contenuto “Made in Europe” senza una sufficiente infrastruttura europea di materiali secondari. Premiare prodotti europei realizzati con materiali critici importati da filiere fragili o concentrate, non renderebbe davvero resiliente l’economia UE La politica industriale europea dovrà quindi evitare una separazione artificiale tra manifattura e riciclo, tra prodotto finale e materia prima, tra appalti verdi e capacità di recupero.

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RESourceEU, tra sicurezza economica e circolarità

Un ruolo di rilievo nel quadro europeo delle iniziative pensate per accelerare la possibilità di costruire un mercato e una filiera europea delle materie prime critiche c’è anche RESourceEU, il piano d’azione adottato dalla Commissione nel dicembre 2025 come applicazione alle materie prime della logica di REPowerEU: ridurre dipendenze profonde attraverso diversificazione, strumenti finanziari, coordinamento pubblico-privato e capacità operative comuni. RESourceEU introduce o rafforza strumenti come un European Critical Raw Materials Centre, un approccio coordinato agli stock, un meccanismo di acquisto congiunto attraverso la Raw Materials Platform e misure per rafforzare il mercato secondario, in particolare per magneti permanenti e materiali critici collegati a settori industriali strategici. 

L’Europa ha cominciato a costruire il quadro: CRMA, Strategic Projects, Raw Materials Mechanism, RESourceEU, Clean Industrial Deal, Industrial Accelerator Act. Ora deve evitare che questi strumenti procedano in parallelo senza integrarsi. La riduzione della dipendenza non sarà il risultato di un singolo regolamento, ma della capacità di connettere politica industriale, circolarità e conoscenza materiale. È questo il punto in cui FutuRaM si innesta nelle policy europee mettendo in campo le condizioni informative affinché l’autonomia strategica non resti uno slogan e la nuova politica industriale europea non resti vittima dei materiali che dovrebbe imparare a governare.

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