Oltre l’allevamento: scenari verso un’agricoltura senza zootecnia

Conosciamo gli impatti degli allevamenti intensivi a livello ambientale, sanitario, socio-economico ed etico. Se alcune attività offrono già esempi concreti di una profonda transizione ecologica, l’iniziativa privata non è sufficiente. Servono politiche che accompagnino e premino modelli di produzione di cibo che siano resilienti, rigenerativi, equi, non-umano centrici e lungimiranti e che mettano la sovranità alimentare al centro ed oltre le logiche estrattiviste del profitto

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Redazione EconomiaCircolare.com

di Linda Luciani e Mariagrazia Parenti

 

Che il modello dell’allevamento intensivo vada superato è ormai un fatto assodato. Per chi non si fosse già imbattuto nei rapporti del Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) e di associazioni ambientaliste come Greenpeace o ancora più recentemente nelle inchieste di Food for Profit e Report RAI sul tema, gli impatti degli allevamenti intensivi sono devastanti a livello ambientale, sanitario, socio-economico ed etico. Contribuendo infatti alla distruzione della biodiversità e all’accelerazione del cambiamento climatico, il modello di produzione intensivo – sia di carni che di colture – compromette i cicli rigenerativi del sistema Terra, mettendo al collasso la futura capacità di approvvigionamento di cibo su scala globale.

In Europa, più dell80% della carne proviene da allevamenti intensivi, in Italia addirittura l’85% dei polli e oltre il 95% dei suini sono allevati intensivamente. Gli allevamenti in acquacoltura – che in Italia producono circa 130mila tonnellate l’anno –   non sono meno problematici. Questi allevamenti infatti non potrebbero esistere senza la pesca intensiva nei mari e negli oceani in quanto i mangimi di cui si nutrono le specie carnivore allevate, sono ottenuti da oli e farine ricavate da specie di pesci pescati. A preoccupare è anche l’utilizzo di antibiotici, i cui residui finiscono nelle acque, e la gestione delle deiezioni, oltre che al benessere animale: emblematico è il caso dei salmoni e dei parassiti che li affliggono.

Mentre campagne come Food For Profit, domandano l’abolizione dei sussidi pubblici europei – distribuiti tramite la Politica Agricola Comune (PAC) – verso chi produce in maniera intensiva, noi ci siamo poste la seguente domanda: “Quali modelli di allevamento alternativi in Italia ed in Europa possono rimpiazzare l’intensivo nel rispetto degli accordi di Parigi sul clima e nell’obiettivo di nutrire la popolazione globale sul lungo termine?”

La domanda è rilevante soprattutto perché in un’ottica di transizione ecologica e riconversione dell’intensivo, è necessario fare il punto su quali modelli siano compatibili con i limiti planetari e verso cui una riforma della PAC debba volgere.  Lo abbiamo chiesto a ricercatori ed esperti sparsi tra Italia, Francia, Svizzera e Danimarca.

Ma partiamo da una premessa necessaria: che cosa si intende per allevamento intensivo?
Non esiste una definizione legale mentre queste sono alcune delle caratteristiche operative: alta densità di capi per metro quadro di un’unica specie, animali allevati principalmente al chiuso con scarso o nullo accesso al pascolo, mangimi concentrati e spesso basati su cereali e soia OGM d’importazione, alta produttività per capo tramite selezione genetica, crescita rapida e cicli produttivi brevi, uso sistematico di farmaci con profilassi veterinaria programmata, automazione dei processi, allevamenti inseriti in un filiera del cibo di tipo industriale e collegati a grandi industrie di macellazione e di distribuzione.

Quantificando gli impatti all’interno del quadro generale: circa il 14.5% delle emissioni antropogeniche globali di gas serra proviene dalla produzione animale complessiva (inclusi allevamenti intensivi e relative filiere) mentre 73% del consumo globale di antimicrobici è riconducibile alla produzione animale, facendone il fattore trainante della crisi dell’antibiotico-resistenza.

Durante le interviste a ricercatori ed esperti abbiamo individuato due modelli alternativi: l’allevamento biologico e l’allevamento estensivo. Di seguito ci apprestiamo a darne definizione operative, spiegando come questi modelli ovviino ad alcune criticità del modello intensivo ma presentino anche limiti rispetto agli accordi di Parigi e all’obiettivo di nutrire il Pianeta e le future generazioni.

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L’allevamento biologico

A differenza dell’intensivo, la certificazione biologica viene rilasciata dall’UE se l’allevamento rispetta determinati criteri: massima densità di capi o peso per metro quadrato per consentire condizioni più favorevoli al benessere animale (ex. libertà di movimento), dieta basata su mangimi interamente bio certificati a filiera corta con percentuale minima di foraggio fresco, pascolo obbligatorio, riproduzione naturale (anche se l’inseminazione artificiale è consentita) ed un limitato uso di antibiotici. Le strutture devono avere pavimenti non completamente grigliati e disporre alcune aree di riposo confortevoli con materiali naturali. In termini di impatti, ci sono i limiti al carico di azoto per ettaro mentre vengono assicurate lo smaltimento controllato dei reflui e la tracciabilità degli input. Secondo Eurostat, in Italia circa 7.2% dei bovini, 4.9% delle vacche da latte e 10.4% delle pecore sono allevati con metodi biologici (dati del 2022).

Ciononostante, si può davvero parlare di modello sostenibile?

Lo stress negli animali non scompare, né il rischio di epidemie

Secondo Hanne Kongsted, professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze Animali e Veterinarie dell’Università di Aarhus, Danimarca, per le vacche da latte, la differenza tra allevamento biologico e intensivo è a malapena distinguibile a occhio nudo durante l’inverno (durante l’estate, le vacche da latte biologiche pascolano). Nei suini biologici lo svezzamento è più lungo (7 settimane contro 3-4), ma successivamente il tempo trascorso all’aperto è spesso limitato a recinti con pavimento in cemento; inoltre, sebbene le scrofe vivano per lo più all’aperto, la disponibilità ridotta di materiali per il nido può limitare il comportamento naturale di nidificazione.

I fattori di stress nella produzione suinicola biologica possono includere correnti d’aria, qualità inadeguata del mangime o composizione sbilanciata dell’alimento, tra gli altri fattori legati alla gestione. Il morso della coda è riconosciuto come un disturbo comportamentale multifattoriale, che in genere deriva dall’interazione di condizioni ambientali, nutrizionali e sociali. Pertanto, un monitoraggio insufficiente e uno scarso livello di supervisione da parte degli allevatori sono considerati fattori di rischio in tutti i sistemi di produzione. La mutilazione è vietata nell’agricoltura biologica, ma viene regolarmente praticata nell’agricoltura convenzionale, sempre senza anestesia. Il rischio di malattie come l’influenza aviaria resta anche nell’agricoltura biologica, perché il contatto con la fauna selvatica aumenta le possibilità di contagio, anche se la minore densità di allevamento e l’accesso all’aperto ne riducono la diffusione.

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Le emissioni di metano per chilo di carne possono essere di fatto più alte che nel convenzionale

 Nicolas Salliou, ricercatore senior presso il laboratorio di pianificazione del paesaggio e dei sistemi urbani dell’ETH di Zurigo, Svizzera, ci spiega come in molte analisi del ciclo di vita, le emissioni di metano per chilo di carne siano maggiori nel biologico (e anche nell’estensivo) rispetto al convenzionale poiché i capi vivono più a lungo. Se preso come unico criterio di “sostenibilità”, questo sarebbe riduttivo poiché – come noto – il biologico compensa la minore efficienza produttiva con minori impatti ambientali sulla biodiversità e sulla filiera degli input. Tuttavia, una transizione dal convenzionale al biologico in scala 1:1, non porterebbe ad una riduzione dell’impatto climatica a livello assoluto, anzi almeno le emissioni di metano aumenterebbero. Lo stesso problema sarebbe presente in una transizione all’estensivo, che come precedentemente spiegato, richiede una superficie maggiore per unità.

Il biologico e il ruolo della grande distribuzione

Niels Halberg, ricercatore senior presso il Dipartimento di Agroecologia dell’Università di Aarhus, Danimarca, spiega che le dinamiche dei sistemi alimentari e del mercato che influenzano l’agricoltura biologica spingono una parte del settore verso i requisiti minimi per la certificazione.

La grande distribuzione per la vendita al dettaglio esercita una pressione sui prezzi. Prendiamo ad esempio il latte vaccino: il latte biologico viene venduto con un sovrapprezzo massimo del 20% rispetto al latte convenzionale. Quando il latte convenzionale aumenta l’efficienza produttiva del 2% all’anno, è in grado di essere venduto alla grande distribuzione a un prezzo più competitivo. Pertanto, per evitare che il sovrapprezzo al dettaglio superi quanto il mercato è disposto a pagare, il produttore biologico è costretto a conseguire un aumento comparativo dell’efficienza del 2% annuo nel tempo, attraverso pratiche che tendono sempre più all’intensificazione.

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Fin dove possiamo parlare di sostenibilità (senza rimuovere gli aspetti etici)?

 Uccidere un animale senziente, la cui intelligenza è superiore a quella del nostro cane, come nel caso del maiale, è probabilmente lo step oltre cui non possiamo più parlare di sostenibilità, nonostante oggi quando si parla di sostenibilità ambientale di rado si considera anche la sofferenza animale. Sappiamo che di norma la macellazione degli animali avviene altrove rispetto al luogo di allevamento e per mano di altri rispetto coloro che hanno avuto un contatto diretto con gli animali nella fase di allevamento: questa divisione del processo di produzione è cruciale per evitare che qualsiasi scintilla di empatia ed affezione verso l’animale possa scoccare, mettendo in discussione l’opportunità della macellazione stessa. Cosa succede infatti quando le circostanze fanno sì che chi ha cresciuto l’animale sia poi lo stesso che si trova a dover togliergli la vita? Sabrina Menestrina – medico veterinario per il Servizio Sanitario Nazionale e membro dell’Associazione Italiana di Agricoltura Biodinamica – ci racconta di aver testimoniato come in periodo Covid, per impossibilità di trasportare animali al macello, questi venissero macellati in loco, ad opera degli stessi allevatori…in lacrime!

E anche se la macellazione fosse eseguita da altri, quanti di noi la porterebbero a termine? Sensibilità diverse portano a risposte diverse a questa domanda. Tuttavia, in realtà, chi svolge questo lavoro non sembra avere molte alternative. Nei paesi dell’Europa occidentale, i lavoratori dell’industria della carne sono spesso immigrati provenienti dall’Europa orientale, dal Brasile, dall’Asia e dall’Africa. In Danimarca ad esempio solo il 35% degli impiegati nell’industria della macellazione ha origini danesi. I lavoratori all’interno di un allevamento che non parlano la stessa lingua – e a volte nemmeno l’inglese o la lingua nazionale – faticano a comunicare tra loro e a sindacalizzarsi quando sono costretti ad assistere o a commettere maltrattamenti sugli animali, o sono essi stessi costretti a subire condizioni di sfruttamento da parte dei loro superiori. Ancora una volta, il lavoro sporco viene lasciato ai membri invisibili della società, e il termine “sostenibilità” finisce per dimenticare determinate categorie.

L’allevamento estensivo

 Per allevamento estensivo si intende un sistema zootecnico caratterizzato da basse densità di animali, ampio uso di pascolo per lo più in aree montane, maggiore integrazione con il territorio e cicli produttivi più lunghi rispetto all’allevamento intensivo. In questi sistemi gli animali hanno più spazio, maggiore libertà di movimento e la possibilità di esprimere comportamenti naturali, con benefici evidenti in termini di benessere animale. Dal punto di vista ambientale, l’estensivo può favorire la conservazione del paesaggio rurale, il mantenimento di prati e pascoli permanenti, una maggiore biodiversità locale e una minore concentrazione di reflui per ettaro.

Tuttavia, questi vantaggi non implicano automaticamente una maggiore sostenibilità su larga scala: se si ipotizza una conversione 1:1 del numero di capi oggi allevati in modo intensivo verso sistemi estensivi, a seconda della specie e del contesto, l’allevamento estensivo richiede da due a diverse volte più superficie per unità di prodotto, rendendo impossibile mantenere gli attuali livelli di produzione senza una drastica espansione dell’uso del suolo, con potenziali effetti negativi su ecosistemi naturali e competizione con altri usi, quali ad esempio la produzione di biocarburanti, l’agricoltura per il consumo diretto o la riforestazione.

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Clima e alimentazione

Le valutazioni scientifiche più autorevoli sul clima e sui sistemi alimentari, incluse quelle dell’IPCC (in particolare lo Special Report on Climate Change and Land), indicano che il raggiungimento degli obiettivi climatici richiede una forte riduzione del consumo di prodotti di origine animale, soprattutto nei paesi ad alto reddito. Numerosi scenari compatibili con l’obiettivo di 1.5°C prevedono una riduzione dell’ordine dell’80-90% del consumo di carne proveniente da ruminanti rispetto ai livelli attuali, a favore di diete prevalentemente vegetali. In Italia, il consumo medio di carne è di circa 75-80 kg pro capite all’anno. Ridurre il consumo al 10% dei livelli attuali significherebbe scendere a circa 7-8 kg di carne all’anno per persona, equivalenti a circa 600-700 grammi (circa due bistecche) al mese. In questo scenario, sistemi di allevamento a più alto standard di benessere e minore intensità potrebbero diventare compatibili con i limiti ecologici, non perché siano intrinsecamente “più efficienti”, ma perché inseriti in un sistema alimentare con una domanda complessiva molto più bassa.

Abbiamo chiesto a Gianni Bellocchi, direttore di ricerca presso l’INRAE (Istituto Nazionale di Ricerca Francese per l’Agricoltura, l’Alimentazione e l’Ambiente), se l’allevamento estensivo possa ancora giocare un ruolo cruciale in uno scenario di contrazione produttiva entro i limiti planetari, pur ipotizzando la rinuncia alla macellazione. Bellocchi ha condotto studi specifici sugli alpeggi nei Parchi Nazionali degli Écrins (Francia) e del Gran Paradiso (Italia). Dalle ricerche emerge che il pascolo d’alta quota genera esternalità positive fondamentali: la salute del suolo e la biodiversità vegetale dei prati pascolati risultano superiori rispetto ai terreni in stato di abbandono. Inoltre, Bellocchi ha evidenziato l’elevata capacità degli apparati radicali dei pascoli di sequestrare carbonio atmosferico, agendo come veri e propri “polmoni” sotterranei. In quest’ottica, il pastore non è solo un produttore, ma un fornitore di servizi ecosistemici alla collettività, contrastando al contempo lo spopolamento delle aree marginali. Secondo il ricercatore, in uno scenario futuro di contrazione del mercato della carne, il ruolo del pastore come fornitore di servizi ecosistemici diventerebbe centrale. Se il reddito derivante dalla filiera zootecnica dovesse ridursi, sarebbe ragionevole che la società riconoscesse e compensasse economicamente i benefici ambientali generati dal suo lavoro (salute del suolo, biodiversità, sequestro di carbonio, prevenzione del dissesto). Questo riconoscimento potrebbe avvenire, ad esempio, attraverso una rimodulazione dei sussidi della PAC, spostando l’attenzione dagli aiuti alla produzione verso incentivi esplicitamente legati alla tutela attiva del territorio e dell’ambiente.

La carne sintetica: non è la svolta

 Tra le vie alternative per facilitare una transizione verso diete a minor impatto ambientale c’è la carne sintetica di laboratorio. Mentre la maggior parte dei ricercatori interpellati si è espressa in maniera positiva a riguardo, Cecilia Begal – dottoranda presso il Dipartimento di Scienza politica e sociologia alla Scuola Normale Superiore – ne sottolinea le criticità in termini di sovranità alimentare.

Secondo Cecilia Begal, la commercializzazione globale della carne sintetica sarebbe spinta principalmente da multinazionali già dominanti nella filiera della carne, come JBS, Cargill e Tyson Foods. Il know-how, le tecnologie e i capitali restano concentrati nelle mani di questi colossi, distanti dalla realtà degli allevatori (industriali e non) e dall’ecosistema di relazioni che questi abitano. “La carne sintetica è perfettamente compatibile con lo stesso modello economico che ha permesso la proliferazione degli allevamenti intensivi. Dunque non rappresenta un’alternativa, ma una deformazione dello stesso sistema.” Gli allevamenti contadini e silvo-pastorali, invece, rappresenterebbero una valida alternativa per la trasformazione dei sistemi agroalimentari, radicata nei territori e basata sui principi dell’agroecologia e della sovranità alimentare, i cui fisiologici livelli di produzioni di derivati sarebbero compatibile con i limiti planetari. Affinché tale trasformazione avvenga, sostiene Begal, è necessario tuttavia riorientare le politiche europee e nazionali a partire da una riforma strutturale di quelli che sono i criteri di erogazione dei sussidi, e subordinare le politiche commerciali agli obiettivi sociali e ambientali.

Nutrire il pianeta in una prospettiva di sostenibilità “piena”

 “La maggior parte dei bambini piccoli non riesce a credere che un tempo si uccidevano gli animali per mangiare.” Questa è una citazione di Christiana Figueres, la diplomatica delle Nazioni Unite che ha guidato i negoziati globali sul clima e ha svolto un ruolo chiave nel garantire l’Accordo di Parigi del 2015, nel capitolo del libro in cui descrive un 2050 in cui lo scenario di 1.5 °C è ancora valido e le emissioni sono state dimezzate ogni decennio dal 2020. Il libro è “Scegliere il Futuro: Affrontare la Crisi Climatica con Ostinato Ottimismo”, scritto in collaborazione con Tom Rivett-Carnac.

Allora, cosa può davvero nutrire il Pianeta in una prospettiva di sostenibilità “piena” e che perciò includa anche un’etica dell’animale come creatura con pari dignità a quella umana?

La soluzione ad oggi sembra essere un’agricoltura biologica, maggiormente rispettosa dei ritmi naturali e con una ridottissima (o nulla) presenza della componente animale.

E per chi decide, guidato dall’etica, di dire addio all’allevamento?

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La via della riconversione

 “L’agricoltura vegana, detta anche stockfree agriculture, non può sostituire one-to-one le aziende zootecniche” ha spiegato Salliou. “A oggi esistono diverse realtà che si occupano di aiutare gli allevatori ad affrontare la riconversione, tra cui Hof Naar (CH), Transiterra (FR) e Farm adaptation (Europa)”. Secondo Salliou – autore della pubblicazione accademica “Abbandonare l’allevamento: percorsi di trasformazione e fattori per il cambiamento da ex-allevatori” le difficoltà maggiori per chi si appresta ad abbandonare l’allevamento sono senza dubbio economiche, ma anche culturali. Si tratta di andare oltre a quanto si è sempre fatto, magari abbandonando quello che è stato per secoli un business di famiglia: proprio per questo il sostegno delle associazioni è importantissimo all’inizio della transizione. “Chi decide di intraprendere questa strada – continua Salliou – lo fa spesso per motivazioni etiche”. Tra i casi menzionati nella pubblicazione, sono presenti allevatori di polli o maiali passati alla coltivazione di funghi, ma c’è anche chi ha attivato percorsi di pet-therapy, accogliendo nella propria azienda persone anziane o con disabilità in modo che godessero dei benefici della vicinanza con gli animali, chi è passato alla coltivazione di colture, come la canapa, oppure alla coltivazione con vendita al dettaglio di orticole.

Il ricorso ai concimi e al letame può essere ridotto con tecniche di agricoltura rigenerativa: tramite accorgimenti come una maggiore rotazione delle colture, la coltivazione di leguminose – capaci di fissare l’azoto nel terreno, e l’impiego del sovescio, tecnica sostenibile che prevede interramento di materiale vegetale (di solito una coltura erbacea coltivata appositamente come ad esempio il quadrifoglio), si potrebbe sostituire il concime organico, responsabile della produzione di inquinanti secondari, e ridurre – in parte – l’utilizzo di quello sintetico.

“Un tema fondamentale è quello del riuso degli spazi: gli allevatori hanno investito molti soldi – spesso indebitandosi – per costruire capannoni nei quali far crescere gli animali e quando decidono di cambiare devono capire quale destinazione dare a questi edifici” ha sottolineato Silvère Dumazel, responsabile francese di Farm Adaptation, “possibilmente senza essere costretti a chiedere ulteriori prestiti, difficili da ottenere quando si ha già un altro finanziamento aperto. Esistono però diverse opzioni che possono generare reddito in pochissimo tempo, come le verdure a foglie verde (dette anche microgreens), magari coltivate in maniera idroponica. Affrontare questo tipo di cambiamento ci dà modo di esplorare stili di agricoltura più resilienti”, anche in virtu’ di fenomeni atmosferici legati al cambiamento climatico.

Nel microuniverso di casi di riconversione, c’è chi ha deciso di fare una scelta ancora più radicale, come Massimo Manni, ex-allevatore ora responsabile del rifugio per animali “Capra Libera Tutti”, in provincia di Roma. “Quando Massimo ha fatto questa scelta, agli occhi di molti sembrava una follia, ma dieci anni dopo il rifugio è diventato un punto di riferimento per molti animali e umani” ci racconta Arianna Fraccon, responsabile della comunicazione di Capra Libera Tutti. Il rifugio conta principalmente sulle donazioni, sia di persone distanti che di chi si reca a visitare il posto, ma i fondi per portare avanti il progetto arrivano anche da bandi e fondazioni. Nessuno dei 500 animali ospitati, tutti scampati ad allevamenti e macelli, è sfruttato in alcun modo; spesso chi arriva al rifugio è stato salvato paradossalmente da una malattia o disabilità, che ha portato l’allevatore a scartarlo. Capra Libera Tutti, inoltre, è l’esempio di come un servizio ecosistemico (i benefici del pascolo citati precedentemente) possa esistere senza necessità di usare gli animali in un’ottica antropocentrica.

Agire dal basso è sufficiente?

 Massimo, Arianna, Silvère figurano qui come i rappresentanti di un’avanguardia che guarda e si muove verso un modello agroalimentare più compiutamente sostenibile. Dagli Stati Uniti, alla Svizzera, all’Inghilterra, alla Germania e fino in Italia, piccole e media attività stanno stravolgendo il loro business per motivi etici e/o economici offrendo esempi concreti di transizione ecologica, tuttavia l’iniziativa privata non è sufficiente né in scala né in rapidità sull’orologio climatico. Tra i ricercatori intervistati c’è consenso nel porre l’enfasi su politiche nazionali ed europee come la PAC, che accompagnino e premino modelli di produzione di cibo che siano resilienti, rigenerativi, equi, non-umano centrici e lungimiranti e che mettano la sovranità alimentare al centro ed oltre le logiche estrattiviste del profitto.  

© Riproduzione riservata

 

Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del workshop conclusivo della decima edizione del Corso di giornalismo d’inchiesta ambientale, realizzato da A Sud ed in collaborazione con il Goethe Institut di Roma e con il Constructive Network.

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