In una via defilata del Quadraro, quartiere romano dalla forte identità storica e sociale, c’è un locale, riaperto dopo anni di abbandono, che sfida la monocromia del fast fashion e l’anonimato delle grandi catene offrendo abiti vintage. È riduttivo chiamarlo un negozio: è un luogo d’incontro, un presidio culturale, un manifesto di valori che prende forma in abiti colorati, tessuti di qualità e una ferma opposizione alla logica dell’usa e getta.
È Boh Vintage, un progetto nato dalla visione di due giovani che hanno deciso di trasformare la passione per il second hand in un’impresa di comunità, dimostrando che l’economia circolare possa essere anche un atto politico, inteso nell’accezione di prendersi cura della “cosa pubblica”. A raccontarci la loro storia è Lorenzo Lombardo (25 anni) che, insieme alla sua compagna Alice Mela (24 anni), ha dato vita a questo spazio un anno fa, il 1° aprile 2025, e ai quali abbiamo anche chiesto di svelarci alcuni “segreti” dei rifornimenti di un negozio vintage.

Da studente di storia a ‘curatore’ di un negozio-luogo
Tutto nasce da una passione radicata, quella che la madre di Lorenzo gli ha trasmesso fin da piccolo: la cultura del riutilizzo e del risparmio. “Grazie a lei ho scoperto che con l’usato si poteva avere accesso a capi di qualità”, racconta. Questa consapevolezza si trasforma presto in un hobby coltivato tra mercatini e bancarelle e, poi, in un’attività più strutturata sulla piattaforma Vinted sulla quale vendeva ciò che non indossava più. Lì, Lorenzo capisce che il suo gusto ha un mercato, ma che − volendone fare un mestiere − non sarebbe stato sufficiente rimanere dentro i confini dell’interazione spersonalizzata dell’online. A questo pensiero si unisce un’aspirazione che ha da qualche anno: nato e cresciuto al Quadraro, in un “quartiere-paese” dove tutti si conoscono, sogna da tempo un’attività che possa essere anche un punto di aggregazione.
“La mia volontà era aprire un posto che potesse essere un luogo più che un negozio“. L’idea prende forma unendo le forze con la sua fidanzata Alice: Lorenzo porta il suo bagaglio culturale nella scelta dei capi, lei l’esperienza nell’assistenza al cliente maturata in grandi catene di moda. Un’unione simboleggiata anche nel logo del negozio: una mela, omaggio al cognome di Alice, che si innesta nel nome “Boh”.

Una scelta di campo: fare comunità nel cuore del Quadraro
Aprire “Boh Vintage” al Quadraro non è quindi frutto del caso: la scelta di rivitalizzare uno spazio rimasto sfitto per anni in una via non commerciale è stata un atto di coraggio e un investimento sul territorio, un modo per offrire un’alternativa alle solite proposte e valorizzare la storia stessa del quartiere. Qui, la laurea in storia di Lorenzo si è rivelata fondamentale. Il Quadraro, teatro del secondo rastrellamento più grande d’Italia dopo quello del ghetto ebraico, ha un’anima intrinsecamente antifascista e anti-autoritaria. “C’è una storia che, più che essere di sinistra, è contro il potere“, spiega.
Questa identità si riflette nelle scelte del negozio, come esporre una bandiera della Palestina. “Non è una trovata commerciale per attirare gente, ma è qualcosa che ci appartiene culturalmente. Il negozio è sia uno specchio del nostro animo che dell’animo del quartiere“. Una presa di posizione netta e consapevole che ha creato un dialogo con Alice sulla possibilità di mescolare vendita e attivismo sociale, finendo per distinguersi dall’omologazione tipica di molti negozi. A prevalere è stata, però, la consapevolezza di poter dettare le proprie regole e di come Boh sarebbe stata una loro creatura. Questa coerenza è stata riconosciuta e apprezzata sia dallo “zoccolo duro” dei vecchi abitanti che dalle nuove leve che stanno ridisegnando il tessuto sociale del quartiere.

Come si riempie un armadio ‘Boh’ ovverosia come si rifornisce un negozio di capi vintage
Passare da un hobby su Vinted ad un negozio fisico ha imposto una riflessione cruciale sulla filiera. L’idea di non continuare a rifornirsi ai mercatini dell’usato come quando la compravendita era solo un passatempo è stata scartata per un principio etico. “Se compro un capo a un euro al mercato per rivenderlo a 15, lo sto togliendo a chi va lì per necessità”.
Entrare nel mondo del B2B, però, si è rivelato complesso. “È un ambiente molto chiuso nel quale tutti sono gelosi dei propri contatti, perché dal contatto deriva la qualità del capo”. Grazie ad una rete di conoscenze, Lorenzo e Alice sono riusciti a individuare i loro fornitori, scegliendo un approccio diversificato: un grande grossista e un’azienda più piccola a conduzione familiare.
Come vengono selezionati i capi per un negozio vintage e la scelta “no brand”
Non chiediamo i nomi dei grossisti, ma, almeno, di svelarci come vengono scelti i capi. Le modalità di acquisto sono due: la selezione manuale pezzo per pezzo (con un costo unitario più alto) o l’acquisto al chilo per categoria. “Scegli la quantità di vestiti ed è una sorpresa, e la sorpresa piace molto”, ammette Lorenzo. La loro filosofia, ispirata al modello berlinese, è quella di puntare sul “no brand”, valorizzando la qualità del tessuto e della manifattura a prescindere dal logo. Questo approccio va contro la tendenza italiana, spesso focalizzata sulla ricerca del marchio griffato a prezzo scontato.
Vintage a Roma: un modello di business che educa al riuso oltre le tendenze
Boh Vintage non segue le mode, ma le crea, o meglio, aiuta i suoi clienti a trovare la propria voce. “Vogliamo colorare la città e combattere questa monocromia che c’è oggi”, afferma Lorenzo. Chi entra da loro trova pezzi unici e pieni di carattere. Un altro elemento distintivo è l’approccio unisex: nel negozio non esiste una rigida divisione tra maschile e femminile, una scelta che risponde perfettamente alla sensibilità delle nuove generazioni che costituiscono una parte importante della clientela.
L’uso dei social per far scoprire il negozio fisico
Il negozio è molto vicino a una fermata metro (Porta Furba) ma si trova in una strada secondaria. Ad accendere un faro sul negozio sono i contenuti social (Instagram, TikTok e Facebook) usati non tanto come vetrina promozionale, ma come strumento di narrazione. I post raccontano la storia del quartiere, i valori del negozio e lo stile di vita che promuovono. Questo approccio ha “selezionato” involontariamente una clientela che condivide la stessa visione, creando un legame profondo.
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“Molti clienti quando entrano anche la prima volta ci dicono mi sento a casa“ ed è proprio questo l’obiettivo: creare un ambiente accogliente, diverso, dove l’acquisto è solo una parte dell’esperienza. L’intento finale è spostare la percezione del vintage dalla mera speculazione alla cultura del riuso. “Vesti usato non perché è figo e ci guadagni, ma perché è giusto. Nel mondo abbiamo indumenti per vestire le prossime sei generazioni, sarebbe ora di ridurre le produzioni e valorizzare ciò che già è in circolo”.

La forza del consumatore: “scegliere cosa consumiamo è l’unica azione che abbiamo”
Se gli amanti del preloved aumentano, resiste un forte pregiudizio verso l’usato. Per questo abbiamo chiesto a Lorenzo che messaggio lancerebbe agli scettici. La sua leva è duplice: qualità e convenienza. “Vuoi sostenere un sistema dove la qualità cala e i costi salgono?”, chiede, “O acquistare un capo migliore a un prezzo giusto, solo perché di seconda mano?”.
C’è poi il tabù dell’igiene che Lorenzo sfata subito: “i capi sono tutti igienizzati e sanificati prima della vendita”. La sua, però, è soprattutto una chiamata alla coscienza. I consumatori spesso dimenticano che scegliere è un’azione politica essa stessa “È scegliendo cosa e come consumiamo che possiamo cambiare qualcosa”.
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