Paradosso Italia: leader nel riciclo, ma le importazioni di materiali non si riducono

Nell’8° Rapporto sull’Economia Circolare del Circular Economy Network emergono primati nel riciclo e nella produttività delle risorse, ma anche ritardi nell’affrancamento dalle importazioni. Presentato decalogo per accelerata la transizione circolare

Daniele Di Stefano
Daniele Di Stefano
Giornalista ambientale, redattore di EconomiaCircolare.com e socio della cooperativa Editrice Circolare

Se pensiamo al riciclo immaginiamo che questa pratica virtuosa aiuti a ridurre l’acquisto di materiali vergini. Immaginiamo che il paese che la pratica sia portato a ridurre le importazioni, perché i materiali di cui ha bisogno li ottiene appunto dal riciclo. Una deduzione che non vale per l’Italia. “Economia circolare: Italia leader in Europa, ma ancora troppo dipendente dalle importazioni di materiali” titolava ieri il comunicato sull’ Rapporto sull’Economia Circolare in Italia 2026, presentato a Roma durante la Conferenza Nazionale sull’Economia Circolare, promossa dal Circular Economy Network in collaborazione con la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e con ENEA.

“L’Italia è leader in Europa per la circolarità, ma resta il Paese più dipendente dalle importazioni di materiali tra le grandi economie dell’UE. Il 46,6% delle materie prime trasformate proviene dall’estero, contro una media UE del 22,4%, con la Spagna al 39,8%, la Germania al 39,5% e la Francia al 30,8%”.

Secondo Claudia Brunori, direttrice del dipartimento ENEA di Sostenibilità, “anche se il nostro paese ha sviluppato una grande capacità di riciclo e produttività delle materie prime, è quanto mai necessario un cambio di paradigma improntato sullo sfruttamento delle nostre ‘miniere’ urbane e sull’uso efficiente delle risorse lungo la catena di valore, a partire dalle fasi di progettazione e produzione”.

Con la crisi di Hormuz si discute molto della necessità di ridurre la vulnerabilità prodotta dalla dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, ma troppo poco di quella altrettanto critica legata a numerose materie prime, decisive per la sicurezza degli approvvigionamenti e soggette a forte volatilità dei prezzi”, notava Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile.

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Conferenza Nazionale Economia Circolare

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Economia circolare italiana, i numeri del paradosso

Il rapporto è ricco di dati e indicatori. Vediamone alcuni.

Tasso di utilizzo circolare di materia. Il tasso di utilizzo circolare di materia (la quota di materia prima riciclata che entra nel sistema produttivo, rispetto al totale impiegato) ha raggiunto in Italia il 21,6% nel 2024 – il più alto in Europa – contro una media UE del 12,2%, spiega il Circular Economy Network. “Significa che oltre un quinto dei materiali consumati in Italia non viene estratto né importato, ma recuperato. Un risparmio strategico enorme, in termini di costi, emissioni e dipendenza geopolitica”.

Tasso di riciclo. Il tasso di riciclaggio, cioè la percentuale di rifiuti riciclati sul totale dei rifiuti gestiti (urbani e speciali) “ci mostra che l’Italia, su 160 Mt (milioni di tonnellate) ne ricicla l’85,6% (137 Mt), più del doppio della media UE che è del 41,2% e distaccando nettamente Spagna (54,7%), Francia (52,3%) e la stessa Germania (44,4%)”.

Produttività delle risorse. Altro indicatore che racconta del primato italiano è la produttività delle risorse, cioè il valore economico che riusciamo ad estrarre dalle materie prime. Questo valore è cresciuto del 32% dal 2019: “Nel 2024 l’Italia si è confermata leader, generando 4,7 euro di PIL per ogni chilogrammo di risorse consumate, il valore più alto tra le grandi economie europee e nettamente sopra la media UE (3 €/kg)”.

“Ogni passo avanti nella circolarità significa direttamente meno petrolio importato, meno metalli acquistati all’estero, meno esposizione all’instabilità geopolitica”, si legge nel report. Eppure, torniamo al paradosso di un riciclo che non riduce l’import: “Nel 2024 la dipendenza dalle importazioni di materiali dell’Italia si attesta al 46,6%, registrando un decremento di 2,3 punti percentuali rispetto al 2019 (48,9%). L’andamento del periodo mostra oscillazioni moderate: dopo il picco del 2019 e una successiva flessione biennale, l’indicatore ha registrato una nuova risalita”.

Non rassicura il paragone coi partner UE: “Nel confronto con i principali Paesi europei, nel 2024 tutti gli Stati considerati presentano valori superiori alla media dell’UE (22,4%), pur mantenendosi al di sotto del livello italiano”. La Francia registra infatti una dipendenza pari al 30,8%, la Germania al 39,5% e la Spagna al 39,8%, confermando un quadro in cui “l’Italia rimane il paese maggiormente esposto all’approvvigionamento estero di materiali”.

“Il costo di questa dipendenza sta diventando sempre più insostenibile”, evidenzia il report. Nel 2025 la spesa per le importazioni di materiali ha sfiorato i 600 miliardi di euro, con un aumento del +23,3% rispetto al 2021, pur con volumi complessivi in calo. Il costo dei metalli – nichel, rame, acciaio – è cresciuto del 18% e rappresenta il 40% del valore totale delle importazioni nazionali. “Una pressione economica destinata ad aumentare con il protrarsi delle tensioni geopolitiche e dei prezzi e della volatilità dell’approvvigionamento di materie prime strategiche, oltre che di fonti fossili di energia”.

La contraddizione degli investimenti e degli occupati

Altra contraddizione (“preoccupante”) segnalata nel rapporto è quella degli investimenti: “Proprio mentre il contesto geopolitico rende urgente accelerare la circolarità, gli investimenti privati in Italia nelle attività tipiche dell’economia circolare (riciclo, riuso, riparazione, noleggio, leasing) sono calati”. Passando da 13,1 miliardi di euro nel 2019 a 10,2 miliardi nel 2023 (dallo 0,7% allo 0,5% del PIL).  Si tratta, registra il CEN, di “una tendenza negativa condivisa quasi in tutta Europa”.

Guardando al PNRR, rispetto agli oltre 1.100 progetti finanziati per impianti di gestione dei rifiuti e filiere del riciclo, “la spesa resta bassa – circa il 17% a ottobre 2025 – con scadenze al 2026 sempre più a rischio”.

Sul piano industriale, il programma Transizione 5.0 ha mostrato, secondo il rapporto, “forti limiti di coerenza e efficacia”, evidenziando la necessità di integrare stabilmente la circolarità nelle strategie industriali nazionali.

E poi i lavoratori e le lavoratrici. L’occupazione in una serie di attività tipiche più direttamente collegate all’economia circolare “conta 508.000 addetti (2% del totale, in linea con la media UE), ma con una flessione del 7% rispetto al 2019”. Flessione che secondo il CEN “è un segnale che l’economia circolare italiana, pur eccellente nelle performance ambientali, non ha ancora trovato un modello di crescita economica robusta”.

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“Obiettivo europeo di riciclo a rischio”

Se questo è il paradosso che l’Italia sull’economia circolare, sul fronte europeo il rapporto evidenzia un ritardo significativo: “Nonostante il notevole aumento del riciclo e la riduzione dello smaltimento, la generazione complessiva di rifiuti resta elevata e i consumi di materie prime, in gran parte importate, rimangono consistenti”, riferisce il rapporto. I volumi globali di materiali utilizzati “sono più che triplicati negli ultimi 50 anni e continuano a crescere al ritmo del 2,3% annuo”. Di questo passo, secondo il Circolare Economy Network, “l’Unione non raggiungerà il target del 24% di tasso di circolarità entro il 2030”.

La ricetta del Circular Economy Network

Come si superano questi problemi? Brunori ha sottolineato l’importanza dello sviluppo e del trasferimento di soluzioni tecnologiche avanzate che possono imprimere una decisa accelerazione verso la circolarità. Eppure, “per generare un effetto sistemico e duraturo, occorrono anche strumenti normativi e finanziari adeguati”.

Si legge nella nota stampa: “Tocca quindi all’Europa trasformare l’economia lineare in un modello circolare capace di ridurre sprechi, dipendenza dalle materie prime vergini e impatto ambientale”. In vista del futuro Circular Economy Act, il CEN propone quindi dieci “azioni concrete per accelerare questa transizione”.

Eccole, come le ha illustrate Edo Ronchi:

  1. Rafforzare gli sbocchi di mercato delle materie prime seconde. Occorre rimuovere le difficoltà che incontra l’espansione delle MPS sul mercato europeo e su quelli nazionali, armonizzare definizioni e criteri per End of Waste e dei sottoprodotti, semplificare le procedure e rendere automatico il riconoscimento reciproco e sviluppare i mercati dei materiali riciclati;
  2. Attuare una revisione della Direttiva RAEE. La raccolta e il riciclo dei RAEE sono ancora bassi; dato il peso crescente dei rifiuti elettronici e il loro ruolo per molte materie prime critiche e strategiche, occorre rafforzare raccolta e riciclo con obiettivi più mirati e risorse adeguate, usate per le raccolte e non per aumentare le entrate fiscali;
  3. Promuovere una progettazione più circolare dei prodotti. Accelerare l’attuazione del Regolamento ecodesign, con criteri chiari su durabilità, riparabilità e riciclabilità, incentivando prodotti e modelli di business che allungano la vita utile dei beni;
  4. Estendere e rafforzare i sistemi di Responsabilità Estesa del Produttore. I sistemi EPR sono considerati importanti per aumentare la circolarità nella produzione, nella gestione dei prodotti e nel fine vita; vanno estesi ai settori in cui non si applicano ancora e resi più efficaci nell’applicare criteri di maggiore circolarità;
  5. Introdurre incentivi fiscali per promuovere maggiore circolarità. La proposta cita, ad esempio, un’IVA ridotta per rendere più competitivi riciclo, riparazione e riuso;
  6. Rafforzare l’utilizzo degli appalti pubblici in direzione di una maggiore circolarità. Partendo dagli appalti pubblici verdi, si propone di rendere più vincolanti ed efficaci i criteri di circolarità, privilegiando materiali riciclati, prodotti rigenerati e servizi orientati a durata, riuso e prestazioni;
  7. Sviluppare collaborazioni industriali e piattaforme di filiera. Promuovere collaborazioni industriali e di filiera per riutilizzare scarti come sottoprodotti, integrare riciclabilità dei prodotti a fine vita, tecnologie di riciclo e domanda di materie prime seconde, e sostituire materie prime primarie con MPS;
  8. Valorizzare l’iniziativa delle città e delle regioni per maggiore circolarità. fruttare il potenziale territoriale, locale e regionale per sviluppare la circolarità in attività chiave: gestione dei rifiuti, recupero del patrimonio edilizio, risparmio di suolo, gestione delle acque e depurazione;
  9. Promuovere gli investimenti necessari per accelerare la circolarità dell’economia. Secondo l’ultimo rapporto della Banca europea per gli investimenti, per raggiungere i target UE servirebbe colmare un gap di investimenti di 1.229 miliardi di euro tra 2025 e 2040, circa 82 miliardi l’anno; servono risorse pubbliche europee aggiuntive, più finanza mista pubblico-privata e maggiore capacità di mobilitare capitali privati;
  10. Promuovere maggiore circolarità nella cooperazione e nel commercio internazionale. Integrare la circolarità nelle politiche di cooperazione e commercio internazionale per evitare distorsioni e favorire standard e metriche comuni nelle catene globali del valore

 

“Almeno 8 delle 10 proposte del CEN sono state già oggetto di presentazione e discussione agli uffici tecnici e nelle sedi politiche della Commissione Europea nella fase di predisposizione de Circular Economy Act”, ha fatto sapere Laura D’Aprile, capo dipartimento sviluppo sostenibile del ministero dell’ambiente, nel suo intervento alla Conferenza nazionale sull’economia circolare.

Ad esempio, riferisce, “c’è accordo sul tema del mutuo riconoscimento dell’end-of-waste e dei sistemi EPR”. Poi invita a riflettere: “L’Italia è molto più avanti degli altri paesi in termini di quadro regolatorio. Quindi dobbiamo stare molto attenti a fare in modo che non ci sia una nuova regolamentazione alla quale noi ci dobbiamo adeguare, ma chi ha già schemi EPR, end-of-waste e CAM consolidati deve poter beneficiare appunto di un mutuo riconoscimento tra gli stati membri”.

A proposito di relazioni con la Commissione e di Circular Economy Act, D’Aprile ha detto che il nostro paese ha “recentemente ricordato alla Commissione Europea di stressare nel CEA il ruolo dell’economia circolare nella decarbonizzazione”. Aggiungendo poi che il ministero sta lavorando a strumenti di misurazione.

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Economia circolare e politica industriale

Ragionare di questi temi è evidentemente ragionare di competitività e indipendenza strategica. “Una maggiore circolarità dell’economia – che implica un uso più efficiente dei materiali, una riduzione del consumo di materie prime attraverso il riciclo dei rifiuti, e un ricorso più ampio alla riparazione, al riutilizzo e all’uso condiviso, insieme a modelli di consumo più sobri e responsabili – diventerà sempre più una condizione imposta non solo dalla crisi climatica e dalla limitatezza delle risorse, ma dal contesto geopolitico. La circolarità è ormai un contenuto essenziale di una politica industriale all’altezza dei tempi”, ha detto Edo Ronchi.

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