L’Europa genera circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti tessili ogni anno. Di questi, più del 70% finisce incenerito o in discarica. Non per mancanza di ambizione — la legislazione c’è, gli impegni politici abbondano — ma perché i sistemi non sono ancora stati costruiti. E i sistemi, senza dati, non si costruiscono.
Siamo a un punto di svolta. Con l’adozione della Direttiva (UE) 2025/1892, che modifica la Direttiva Quadro sui Rifiuti, l’Unione Europea ha reso obbligatoria la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) per il tessile in tutti gli Stati Membri. Le scadenze sono vincolanti: recepimento nazionale entro il 17 giugno 2027, schemi operativi entro il 17 aprile 2028. Il settore ha poco più di due anni per trasformare un obbligo normativo in un’infrastruttura funzionante.
Il quadro europeo: una crisi silenziosa nei numeri
I dati parlano chiaro. Secondo le nostre stime – derivate dal consumo apparente (produzione + importazioni − esportazioni) combinate con distribuzioni di vita Weibull specifiche per prodotto -, l’EU-27 genera circa 8,14 milioni di tonnellate di rifiuti tessili all’anno — circa 18 kg pro capite, considerando i prodotti che rientrano nel campo di applicazione del nuovo obbligo EPR. Di questo totale, solo circa il 30% viene raccolto separatamente, secondo i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente (AEA); il restante ~70% entra nel flusso residuo dei rifiuti municipali misti, incenerito o smaltito in discarica senza alcun recupero di materiale.
Il dato più emblematico riguarda il riciclaggio fibra-a-fibra: meno dell’1% dei tessili scartati viene effettivamente riciclato in nuova fibra (Ellen MacArthur Foundation, “A New Textiles Economy“, 2017). In tutta l’Unione Europea, solo 17 impianti sono in fase di scale-up per questa tecnologia (AEA). La distanza tra gli obiettivi circolari dichiarati e la realtà operativa è abissale.
I tassi di raccolta separata sono bassi quasi ovunque e variano notevolmente: sulla base della misura coerente del 2020 del nostro modello, anche il miglior performer — il Belgio — raggiunge solo circa un terzo dei rifiuti tessili, e la maggior parte degli Stati Membri raccoglie ben meno del 20% (dss+ EU Textile Waste Atlas). Questi dati vanno letti con cautela: non esiste un metodo europeo armonizzato per misurare né la generazione di rifiuti tessili né quanto viene raccolto separatamente, quindi sia il numeratore che il denominatore sono incerti. La raccolta separata, in ogni caso, non equivale automaticamente al riciclaggio. A livello UE, l’AEA stima che circa il 46% dei tessili raccolti separatamente venga esportato fuori dall’UE — prevalentemente in Africa (44,6%) e Asia (43,2%) — con scarso controllo a valle. Le esportazioni extra-UE di tessili usati hanno raggiunto circa 1,25 milioni di tonnellate nel 2023, circa tre volte il livello del 2000 (quota di esportazione e ripartizione per destinazione: Agenzia europea dell’ambiente, 2024. Volumi: Eurostat Comext, dataset DS-045409, prodotto HS 6309, indumenti usati e altri articoli usati, esportazioni extra-UE-27).
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Senza dati, nessun sistema funziona
Questo è il nodo centrale. La domanda non è semplicemente “quanti rifiuti tessili esistono?” ma “dove, in quale forma, composti da quali categorie merceologiche?” Perché ogni risposta a queste domande determina una scelta di sistema.
Le tariffe EPR che i produttori dovranno pagare dipendono dalla loro quota di volumi immessi sul mercato per categoria e per peso rispetto al totale — e quei dati oggi spesso non esistono o sono frammentati. I target di raccolta non possono essere fissati e le performance raggiunte non possono essere valutate in modo credibile senza una stima affidabile del bacino di rifiuti atteso. La capacità degli impianti di selezione e riciclo non può essere pianificata senza conoscere la composizione del flusso in ingresso: anche senza considerare il tipo di fibre che li compongono, abbigliamento, biancheria per la casa, calzature e accessori seguono percorsi di trattamento molto diversi.
Molti schemi EPR hanno inciampato esattamente su questo punto. Anche in settori più maturi come i RAEE e gli imballaggi, anni sono stati persi a causa di dati di partenza errati, target mal calibrati e infrastrutture dimensionate in modo sbagliato.
È in questo contesto che dss+ ha sviluppato, in partnership con Erion Textiles ed alcuni stakeholder, l’EU Textile Waste Atlas — una piattaforma costruita per dotare la transizione EPR tessile della base di evidenza di cui attualmente è priva. Al suo cuore vi è un modello dinamico di analisi dei flussi di massa che stima la generazione di rifiuti tessili in tutti i 27 Stati membri, anno per anno dal 2000 al 2024 e su 16 categorie merceologiche, derivato dai volumi immessi sul mercato (produzione più importazioni meno esportazioni) e dalle durate di vita specifiche per prodotto. Sapere dove si generano i rifiuti, in quali quantità e di quale composizione è ciò che rende uno schema EPR costruibile anziché basato su congetture.
L’Atlas è progettato per offrire a produttori, consorzi EPR, decisori politici e associazioni di settore un punto di riferimento comune e difendibile per le decisioni immediate — definire le tariffe, calibrare i target di raccolta e dimensionare la capacità di selezione e riciclo. La sua metodologia e le ipotesi sottostanti sono completamente trasparenti e documentate, in modo che ogni dato possa essere tracciato e contestato. Il principio è semplice: le decisioni migliori emergono quando le parti al tavolo partono dagli stessi numeri.

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L’Italia: grandi volumi, sistema ancora da costruire
L’Italia è uno dei mercati tessili più rilevanti d’Europa e uno dei contesti in cui la sfida è più urgente. Nel 2024, il nostro paese ha generato circa 1 milione di tonnellate di rifiuti tessili, con un immesso sul mercato (POM) di 949 mila tonnellate (dss+ EU Textile Waste Atlas). Il dato pro-capite (per i rifiuti) è di 17,2 kg — vicino, e appena al di sotto, della media EU-27 di 18,1 kg nel nostro modello. Pantaloni e jeans (categoria “Bottoms”), calzature e tops (T-shirt, camicie e maglioni) sono le categorie di rifiuto più rilevanti in volume, insieme a quasi la metà del totale italiano in scope (i soli pantaloni rappresentano circa un quarto).
Nonostante questi volumi, il tasso di raccolta separata dell’Italia era solo circa il 14% nel 2020 secondo la stima del nostro modello. Un dato basso — ma, misurato sulla stessa base coerente, non molto lontano dalla maggior parte dei paesi comparabili: il nostro modello colloca il Belgio al primo posto con la raccolta di circa un terzo dei volumi generati, con Francia, Paesi Bassi e Austria nella fascia medio-alta. Ciò che frena davvero l’Italia è la persistente disomogeneità della sua infrastruttura di raccolta sul territorio nazionale.
Sul fronte normativo, l’Italia è in una fase critica ma promettente. Lo schema EPR è in fase di definizione: un decreto è atteso entro il 2026, e sul mercato stanno già emergendo diversi Organismi di Responsabilità dei Produttori (PRO). La molteplicità di attori è un segnale di interesse, ma anche di rischio: senza dati di sistema condivisi e affidabili, la frammentazione può tradursi in inefficienza e arbitraggio normativo.
L’Italia ha esportato circa 152 mila tonnellate di tessili usati fuori dall’UE nel 2024 — un flusso sostanzialmente stabile nell’ultimo decennio che, in linea con il modello europeo, va prevalentemente verso Africa e Asia (Eurostat Comext, dataset DS-045409, prodotto HS 6309, esportazioni extra-UE-27, 2024). Questo flusso non è intrinsecamente problematico se gestito con trasparenza, ma oggi avviene in gran parte al di fuori di circuiti di monitoraggio efficaci — con conseguenze sulla tracciabilità e sulla credibilità delle dichiarazioni di circolarità.

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Il momento di agire è adesso
Solo 4 Stati Membri avevano schemi EPR operativi all’inizio del 2026: Francia (con Refashion, attivo dal 2009, che ha raccolto 289.000 tonnellate nel 2024), Paesi Bassi, Ungheria e Lettonia. Gli altri 23 — tra cui l’Italia — devono costruire i propri sistemi entro meno di due anni. L’esperienza della Francia è istruttiva: servono anni per calibrare le tariffe, consolidare la rete di raccolta, strutturare la governance dei PRO e costruire la fiducia degli operatori. Chi parte tardi paga di più, sia in termini di costi di implementazione che di efficacia del sistema.
Per l’Italia, la priorità immediata non è solo scrivere il decreto. È costruire la base informativa che lo rende credibile: dati di POM per categoria e per peso, per regione e per canale distributivo; stime affidabili di generazione dei rifiuti su cui calibrare i target; una governance dei dati condivisa tra produttori, PRO e autorità. Senza questo, le tariffe saranno arbitrarie, i target inattuabili, e l’infrastruttura — che deve ancora essere costruita — finirà per essere dimensionata in modo sbagliato fin dall’inizio.
La scadenza è fissata e i volumi sono reali. Ciò che determina l’esito è se il modello operativo poggerà su numeri solidi o su ipotesi che nessuno ha verificato. La Francia ha impiegato quasi un decennio per arrivarci; l’Italia ha a malapena due anni. Il lavoro che conta adesso è ragionare su una base di evidenze comuni, e può iniziare oggi — ben prima che la normativa entri in vigore.
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