“La moda non può essere sostenibile, deve essere consapevole”. Intervista ad Alessandra Gallo

La fondatrice del collettivo Moda Consapevole spiega a EconomiaCircolare.com la necessità di un cambio di rotta del settore, tra la sfida del design collettivo, la spinta legislativa e il ruolo chiave dell'innovazione tecnologica contro la "bulimia dell'acquisto"

Silvia Santucci
Silvia Santucci
Giornalista pubblicista, dal 2011 ha collaborato con diverse testate online della città dell'Aquila, seguendone le vicende post-sisma. Ha frequentato il Corso EuroMediteraneo di Gioralismo ambientale "Laura Conti". Ha lavorato come ufficio stampa e social media manager di diversi progetti, tra cui il progetto "Foresta Modello" dell'International Model Forest Network. Nel 2019 le viene assegnata una menzione speciale dalla giuria del premio giornalistico "Guido Polidoro". Dal 2021 lavora all'interno della squadra di EconomiaCircolare.com come redattrice. Da gennaio 2025 è socia della cooperativa Editrice Circolare

La moda fa parte della vita di tutti. Anche se le dinamiche dietro al lancio di un capo o a un trend ci sono estranee, ogni giorno indossiamo degli abiti che sono stati pensati e prodotti e distribuiti, prima di arrivare nel nostro armadio, e il cui fine vita resta un problema. Dunque, prima entriamo nell’ottica che la moda, a prescindere dal nostro genere, professione o estrazione sociale, debba interessarci, prima riusciremo a cambiarla. 

Per Alessandra Gallo – consulente di moda a basso impatto, fondatrice dello studio Fashionable Green, docente e lecture, co-fondatrice – la svolta è arrivata con la maternità. Di fronte alla nascita dei suoi due figli, una domanda si è imposta con chiarezza: “Cosa lasciamo a questi ragazzi?”.

Da quel momento ha deciso di voler avere un ruolo diverso all’interno del sistema moda: di voler essere un’attivatrice di cambiamento. Un percorso che l’ha portata a co-fondare e presiedere il collettivo Moda Consapevole, costituitosi a ottobre scorso come Ente del Terzo Settore (ETS) senza scopo di lucro, con l’obiettivo di sostenere i piccoli brand associati nel produrre in modo più etico e rispettoso per l’ambiente.

Oltre il greenwashing: perché parliamo di consapevolezza

Nel nome del collettivo convivono due elementi precisi. Il primo è una dichiarazione di intenti: la scelta della parola “consapevole”. Evito il più possibile la parola sostenibile  spiega Gallo a EconomiaCircolare.com − perché è un termine che obiettivamente oggi non significa niente. La sostenibilità non è un traguardo raggiungibile nell’attuale sistema in cui siamo, né dal punto di vista produttivo né da altri punti di vista”.

Essere responsabili, per il collettivo, significa dunque avere la coscienza profonda che ogni ambito produttivo genera un impatto. Riconoscere questo peso, secondo Gallo, è il primo passo indispensabile per ridurlo il più possibile, ripensando radicalmente le logiche della filiera.

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La sfida di una progettazione collettiva

Il secondo pilastro è il concetto stesso di “collettivo”, che rappresenta una vera e propria sfida culturale in un settore storicamente individualista. La moda, per sua natura, è sempre stata legata all’ideazione e alla visione personale del singolo designer. Tuttavia, per trasformarsi in realtà e generare profitto, ha bisogno di una struttura complessa e frammentata. 

L’idea alla base dell’ETS è stata scardinare questo isolamento, unendo le forze di tanti piccoli marchi che, da soli, farebbero fatica a sostenere i costi e le complessità della transizione ecologica, dimostrando che è possibile creare e produrre bellezza in modo condiviso e solidale.

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L’acquisto come voto politico e ambientale

L’essere umano, lo dicevamo, si è sempre vestito, e l’abito non ha mai risposto solo ad una funzione puramente estetica, ma ad una scelta ben precisa. Oggi questa scelta ha un riflesso immediato e potente sul sistema industriale. Nel momento in cui acquistiamo un capo invece di un altro non stiamo semplicemente comprando: stiamo dando un voto, sottolinea Gallo. 

Scegliere un prodotto significa dunque promuovere un determinato contesto produttivo, un marchio specifico, il rispetto o lo sfruttamento dei diritti dei lavoratori. Il consumatore, secondo Gallo, deve quindi riappropriarsi di questo grande potere, superando la polarizzazione che vede da un lato lo strapotere del fast fashion e dall’altro una felice presa di coscienza – soprattutto da parte delle nuove generazioni – verso il mercato del second hand e dei capi che portano con sé una storia.

Cambiare le abitudini di consumo significa, prima di tutto, modificare la voglia inesauribile di acquisti: un processo culturale che però richiede tempo. Per questo motivo, la spinta tecnologica e il rigore normativo devono correre più veloci, guidando le aziende verso una transizione obbligata ma ormai non più rimandabile.

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