L’estate italiana non è più quella delle cartoline. Le ondate di calore, un tempo eventi eccezionali, sono diventate la norma climatica della nostra stagione più calda, trasformando le nostre città in vere e proprie “isole di calore”. In questo scenario, il caldo fa rima ormai con emergenza sanitaria, una forma di “maltempo” (come iniziano a definirla alcuni esperti del clima) subdola ma non meno pericolosa di un’intensa alluvione.
Per far fronte a questa nuova e pressante sfida, le amministrazioni comunali stanno iniziando a mappare ed istituire i cosiddetti “rifugi climatici”, presidi di sollievo per proteggere i cittadini più vulnerabili dalle temperature estreme. Non si tratta di certo di una soluzione definitiva, ma di una misura di adattamento (tra le tante che dovranno essere adottate) che svela la fragilità dei nostri centri urbani di fronte all’avanzata della crisi climatica.
Cosa sono i rifugi climatici: non solo aria condizionata, ma presidi di comunità
Quando parliamo di “rifugio climatico”, l’immagine che potrebbe venire in mente è quella di una semplice stanza con l’aria condizionata. Chi non ricorda gli inviti rivolti agli anziani di passare le giornate presso i centri commerciali?
La realtà è, per fortuna, più complessa e strutturata. Un rifugio climatico è uno spazio pubblico, accessibile e gratuito, nel quale le persone possono trovare riparo e sollievo durante le ore più torride della giornata. Questi luoghi non nascono dal nulla, ma vengono identificati all’interno di strutture già esistenti e radicate nel tessuto sociale: biblioteche, musei, centri civici, centri anziani e persino alcune stazioni della metropolitana o (appunto) centri commerciali che aderiscono all’iniziativa. Non sono però solo spazi chiusi. Come ricorda l’elenco dei rifugi climatici di Bologna, alcune aree possono essere in parchi, giardini, cortili o piazze.
L’obiettivo primario dell’individuazione di questi luoghi (e la loro eventuale creazione) è tutelare la salute delle fasce più esposte al rischio, come anziani, bambini, persone con patologie croniche, donne in gravidanza e individui senza fissa dimora ma anche offrire un momento di ristoro a chi avesse necessità di un break dal maltempo delle folli temperature.
Oltre ad offrire un ambiente climatizzato, questi spazi mettono poi a disposizione acqua potabile, sedute comode e, nei casi più virtuosi, personale formato per monitorare la situazione e fornire un primo supporto sociale e sanitario.
L’idea è quindi quella di creare una rete di sicurezza comunitaria che si contrappone alla soluzione individuale – e insostenibile dal punto di vista energetico e sociale – dell’aria condizionata domestica, non accessibile a tutti.

Da Milano a Bologna, le prime esperienze in Italia per un’estate più sicura
In Italia, diverse città si stanno muovendo per creare le proprie reti di luoghi freschi. Milano, ad esempio, ha attivato un piano di supporto per le fasce deboli con il progetto “Milano Aiuta Estate“, che prevede un contact center per l’assistenza e il monitoraggio attivo delle persone fragili durante le ondate di calore, integrando la rete dei servizi cittadini.
Bologna è da anni un modello con il suo “Piano Caldo”, un sistema integrato che non si limita a mappare i rifugi climatici, ma attiva un numero verde gratuito (800 562 110), servizi di consegna di cibo e farmaci a domicilio ed un monitoraggio proattivo degli anziani soli, grazie alla collaborazione tra Comune, AUSL e una fitta rete di volontariato.
Anche Torino ha sviluppato la sua “mappa dei punti freschi” (Torino Fresh), valorizzando il ruolo delle biblioteche civiche e delle vaste aree verdi (il 35% della superficie comunale) come presidi di prossimità aperti a tutti.

A Roma il primo rifugio bioclimatico è stato inaugurato in una piazza del Municipio V di Roma all’interno del programma sperimentale di interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano nella Capitale. Come spiegato dall’Assessore all’ambiente del Municipio Edoardo Annucci, il progetto e il posizionamento sono stati studiati con l’Università di Roma Tre nell’ambito di un progetto europeo. Il Comune di Roma ha, però, in serbo anche l’adozione di diverse altre misure per far sì che quello di Piazza dei Gerani non rimanga un esempio isolato.
Queste iniziative, pur con nomi e modalità diverse, condividono la consapevolezza che il caldo estremo è un rischio per la salute pubblica che richiede una risposta coordinata e istituzionale, non più delegabile alla sola responsabilità individuale.
Perché ne abbiamo bisogno: quando il caldo estremo diventa la nuova normalità
Secondo i più recenti rapporti di ISPRA e del sistema nazionale di previsione allarme, le temperature nelle aree urbane italiane sono in costante aumento, con un incremento significativo del numero di giorni e notti “tropicali”. Questo fenomeno è amplificato dall’effetto “isola di calore urbana”: l’asfalto, il cemento e la densità degli edifici assorbono e rilasciano calore molto più delle aree rurali, portando a differenze di temperatura anche di diversi gradi. Il caldo estremo e persistente provoca disidratazione, colpi di calore e aggrava le patologie cardiovascolari e respiratorie, causando un aumento della mortalità.
Per farne comprendere la gravità è probabilmente fondamentale iniziare a considerare queste ondate di calore alla stregua di un qualsiasi altro evento meteorologico estremo e parlare di vero e proprio “maltempo”. In tale ottica si comprende quindi l’urgenza di adottare misure di protezione come i rifugi climatici, che diventano a tutti gli effetti un servizio essenziale.

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Dall’emergenza alla strategia: perché i rifugi da soli non bastano
Se i rifugi climatici sono una risposta minima funzionale a gestire l’emergenza, la vera sfida consiste nel trasformare le nostre città per renderle intrinsecamente più fresche e resilienti. I rifugi, infatti, sono una misura di adattamento “passiva”; la strategia a lungo termine deve essere proattiva e basarsi su quelle che vengono definite Soluzioni Basate sulla Natura (Nature-Based Solutions).
Intervenire sul tessuto urbano con la forestazione, creando parchi, viali alberati e tetti verdi, è una delle vie maestre: gli alberi, attraverso l’ombreggiamento e l’evapotraspirazione, possono abbassare la temperatura percepita di diversi gradi.
Un’altra strategia cruciale è il “depaving” da mettere in atto su larga scala, ovverosia la rimozione di asfalto e superfici impermeabili per sostituirle con aree verdi o materiali drenanti, che non accumulano calore e favoriscono la gestione delle acque piovane.
Il fine ultimo cogente è trasformare le nostre città in “città spugna”, più verdi e permeabili, per mitigare l’effetto isola di calore e migliorare la qualità dell’aria, aumentando la biodiversità e creando spazi pubblici più vivibili e salubri per tutti. I rifugi climatici ci servono oggi per proteggere le vite, ma l’obiettivo di una politica urbana lungimirante deve essere quello di renderli, un domani, sempre meno necessari.
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