Divieto di distruzione dei tessili invenduti, Q&A

Il divieto di distruzione dei prodotti tessili invenduti è scattato ieri per le grandi aziende. Vi raccontiamo da quali norme deriva, per quali prodotti vale, per quali aziende, quali eccezioni prevede, quali sono i rischi di elusione

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Redazione EconomiaCircolare.com

Da ieri, 19 luglio, le grandi imprese che mettono sul mercato prodotti tessili non potranno più impiegare la pratica – per alcune quasi un modello di business – della distruzione dell’invenduto.

Secondo Mauro Chezzi, vicedirettore di Confindustria Moda e referente associativo per il consorzio retex.green, il divieto rappresenta “una novità radicale: perché gli invenduti, soprattutto per alcune tipologie di aziende, marchi e prodotti – quelli che hanno proprietà intellettuale interna – sono pesanti dal punto di vista quantitativo. E poi la distruzione era prassi consolidata”. “Storicamente la filiera del tessile ha fatto ricorso alla distruzione dell’invenduto per proteggere l’esclusività dei marchi”, conferma a EcononimiaCircolare.com Eleonora Rizzuto, membro del Comitato Tecnico Scientifico di EcomondoMichele Priori, direttore generale di Cobat Tessile, ne fa soprattutto una questione di tipologie di impresa: “La distruzione dell’invenduto – ha detto – non ha mai rappresentato una pratica generalizzata nel sistema produttivo italiano, caratterizzato da un’elevata qualità delle produzioni e da una forte propensione alla valorizzazione dei materiali”. Si tratterebbe piuttosto “di un fenomeno che ha interessato principalmente specifici segmenti del mercato, legati a elevate rotazioni di prodotto o a particolari modelli distributivi”. Insomma la bussola punta più verso la fast fashion”.

Raccontiamo qui, attraverso una serie di Questions&Answers, di cosa si tratta.

 

Quando parte il divieto di distruzione dei prodotti tessili invenduti?

Il divieto è partito ieri, ma non riguarda tutte le imprese. Dal 19 luglio sono infatti tenute ad allinearsi solo le grandi imprese; le medie dovranno farlo a partire dal 19 luglio 2030, mentre micro e piccole aziende sono esentate.

Questa esenzione non permette di escludere forme di elusione del divieto. Già durante la scrittura della norma, Commissione, Parlamento UE e Consiglio hanno vietato la possibilità che imprese che non rientrano nel perimetro della norma (quindi micro e piccole) possano distruggere beni di altre aziende, offrendosi di fatto come un cavallo di Troia.

Meno semplice prevenire l’elusione delle grandi imprese sottoposte al regolamento che abbiano store e magazzini in paesi non UE, dove quindi il regolamento non si applica: sarà facile dirottare gli invenduti verso quei magazzini o negozi e poi disfarsene.

“Mettiamo una multinazionale che ha negozi e magazzini fuori dall’Unione Europea, in Gran Bretagna per dire, oppure nei paesi dell’est: si potranno inviare lì i prodotti invenduti e poi distruggerli, perché lì non vige il diritto comunitario”, spiega Chezzi.

Quali norme prevedono il divieto di distruzione dei prodotti tessili invenduti?

Il divieto è contenuto nel Capo VI (“Distruzione dei prodotti invenduti”) del Regolamento (UE) 2024/1781 (ESPR – Ecodesign for Sustainable Products Regulation): il cosiddetto regolamento ecodesign. Il regolamento interviene infatti su tutte le fasi della vita dei beni, dalla progettazione al fine vita.

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Foto: Canva

Cosa si intende per “prodotto invenduto”? E cosa per “distruzione”?

Chiariamo che per “prodotto di consumo invenduto” la norma europea intende surplus, scorte in eccesso e rimanenze, prodotti restituiti dal consumatore in virtù del diritto di recesso.

Più delicato, e forse controintuitivo, il concetto di “distruzione”, che comprende “le ultime tre attività relative alla gerarchia dei rifiuti, segnatamente riciclaggio, recupero di altro tipo e smaltimento. La preparazione per il riutilizzo, compresi il ricondizionamento e la rifabbricazione, non dovrebbe essere considerata distruzione”.

Quali prodotti tessili sono interessati dal divieto di distruzione dell’invenduto?

Il divieto riguarda prodotti tessili e di pelletteria (inclusi accessori) e calzaturieri. Sono inclusi indumenti e accessori, anche in cuoio e pelli (naturali o meno), a maglia, all’uncinetto. E poi cappelli e copricapi, guanti e altri prodotti tessili. E poi le calzature.

Quanti sono i prodotti invenduti che vengono distrutti ogni anno in Europa?

Secondo la Commissione, ogni anno in Europa tra il 4 e il 9% dei prodotti tessili invenduti viene distrutto. Uno spreco che genera circa 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO2, una quantità quasi pari alle emissioni nette totali della Svezia (2021).

Dati più precisi sono contenuti nel documento “Study on the destruction of unsold products” realizzato dal Joint Research Centre (JRC) e commissionato dalla Commissione europea proprio per sostenere l’attuazione dell’ESPR: “La distruzione dei prodotti di consumo invenduti provoca danni ambientali evitabili e comporta una perdita di valore economico e materiale. In settori come quello tessile, dove circa il 21% dei beni immessi sul mercato può rimanere invenduto, fino alla metà di questi viene alla fine distrutta – spesso tramite riciclaggio, incenerimento o smaltimento in discarica”.

Sono previste deroghe al divieto di distruzione dei prodotti tessili invenduti?

Come sempre, le norme europee prevedono eccezioni. La prima, macroscopica, l’abbiamo già vista: sono escluse le micro e piccole aziende.

Numerose i motivi per i quali le aziende possono invocare la possibilità di continuare a “distruggere” i prodotti invenduti: da motivi di igiene e sicurezza alla mancata idoneità dei prodotti a servire allo scopo cui sono destinati o ad essere riutilizzati, fino alla mancata accettazione come donazione e, forse uno dei temi più caldi, l’invendibilità dei prodotti “a causa della violazione dei diritti di proprietà intellettuale” (quindi il copyright su modelli, tessuti, disegni, decorazioni).

Secondo Mauro Chezzi, come accennato, il problema della distruzione dell’invenduto è strutturale proprio per quei marchi e prodotti “che hanno proprietà intellettuale interna, cioè sul capo: che siano loghi o anche – e in questo caso è ancora più complesso – modelli ornamentali che riconducono immediatamente al marchio, cioè disegni, grafica, ma anche foggia del capo”.

Quando non vengono distrutti, che fine fanno i prodotti tessili invenduti?

Ogni azienda sta sviluppando la propria strategia per rispettare la normativa.

Chezzi racconta che il consorzio retex.green indica alle imprese “3 grandi filoni di possibili soluzioni”:

  • Rifabbricazione. “Qui il consorzio gioca un ruolo di primo rilievo, perché ha una filiera molto nutrita di operatori in grado di riconfezionare i prodotti, oppure di fare lavorazioni – come la ritintura, la sovrastampa, la rimozione dei loghi – che sostanzialmente consentono di eliminare i problemi della proprietà intellettuale sui prodotti, trasformandoli a tutti gli effetti”.
  • Vendita. “Come consorzio abbiamo canali alternativi di vendita a livello mondiale: infatti si tratta proprio di uscire dai mercati che tradizionalmente offrono questi manufatti, quindi tendenzialmente portando l’invenduto in Africa, Sud America e paesi dell’Est Europa. Ovviamente garantendo tracciabilità e canali certificati”.
  • Donazione. “Anche in questo caso serve un supporto: se non è fatta con tutti i crismi, anche dal punto di vista contrattuale, la donazione potrebbe anche creare problemi, avere ripercussioni sul mercato”.

“Molte delle imprese che aderiscono a Cobat Tessile avevano già avviato percorsi di gestione alternativa dell’invenduto, anche anticipando l’evoluzione normativa”, racconta Priori. “Il recupero attraverso il riutilizzo, la donazione, il ricondizionamento e, quando queste opzioni non sono praticabili, il riciclo delle fibre e delle materie prime sono pratiche sempre più diffuse. La vera sfida oggi non è semplicemente evitare la distruzione dei prodotti, ma garantire che ogni flusso sia gestito secondo criteri di tracciabilità, efficienza e massima valorizzazione delle risorse”.

Le aziende, racconta Rizzuto, “sono costrette a ripensare radicalmente la pianificazione della produzione e la gestione della supply chain. Stanno lavorando per integrare stabilmente nei loro processi canali alternativi e circolari, come il riutilizzo, la riparazione, la donazione a enti del terzo settore o il riciclo dei materiali”. E poi c’è la tecnologia: “Molte imprese stanno adottando strumenti di intelligenza artificiale per migliorare le previsioni della domanda e ottimizzare la produzione (riducendo le eccedenze in partenza). Questo scenario sta inoltre creando nuove opportunità di mercato per startup e piattaforme digitali specializzate nel dare una ‘seconda vita’ ai materiali invenduti”. La presidente dell’Associazione italiana per lo sviluppo dell’economia circolare (AISEC) riflette anche su “una criticità dal punto di vista della concorrenza. I colossi dell’e-commerce e del fast fashion cinese (come Shein) adottano un modello produttivo basato sui dati in tempo reale, noto come test-and-repeat. Producendo inizialmente micro-lotti e avviando la produzione su larga scala solo per i capi che registrano domanda immediata online. Quindi riducono il problema alla radice”. Questo significa che “avendo un tasso fisiologico di invenduto bassissimo, risultano meno esposti agli oneri logistici ed economici di riciclo/smaltimento che invece graveranno sulle aziende italiane”.

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Foto: Canva

EconomiaCircolare.com a Ecomondo, media partner del Textile District

Anche del divieto di distruzione dell’invenduto tessile si parlerà dal 3 al 6 novembre alla Fiera di Rimini, dove è in programma la 29ª edizione di Ecomondo, l’evento internazionale di Italian Exhibition Group (IEG) sulla green, blue e circular economy. Tra le novità più rilevanti di questa edizione, il nuovo settore espositivo dedicato proprio al tessile, a cui sarà riservato un intero padiglione. Ecomondo ha inoltre strutturato il “Tavolo di Lavoro Tessile”: evoluzione del Comitato Tecnico Scientifico, “si propone come uno spazio di confronto dedicato alla creazione di workshop verticali per l’intera filiera” che riuniranno rappresentanti del settore tessile provenienti dal mondo industriale, associativo e istituzionale, con l’obiettivo di “favorire dialogo, innovazione e sviluppo condiviso”. 

EconomiaCircolare.com anche quest’anno sarà presente con un proprio spazio espositivo (padiglione B3, stand 415). punto di incontro per lettori, imprese, istituzioni e protagonisti del settore tessile. Il magazine, presente con la propria redazione, organizzerà una serie di convegni dedicati ai temi più caldi dell’economia circolare, con esperti e rappresentanti delle filiere produttive e delle istituzioni, italiane ed europee. EconomiaCircolare.com si conferma inoltre media partner del Textile District, l’area di Ecomondo dedicata alla sostenibilità e alla circolarità della filiera tessile

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