Dal 15 luglio in Italia sono in vigore le nuove norme contro la shrinkflation, cioè la pratica che vede la riduzione della quantità di prodotto nelle confezioni a fronte di un prezzo rimasto fermo. Per fare un esempio: se 5 anni fa un pacco di pasta di un chilo costava un euro, ora con un euro si compra una confezione più piccola da 800 grammi. Un meccanismo psicologico che fa leva sull’illusione dello “stesso prezzo”, quando invece si tratta di un aumento occulto.
Da tempo il governo aveva annunciato di voler prendere provvedimenti contro questo fenomeno sempre più esteso e ormai assunto soprattutto nei supermercati della grande distribuzione organizzata. Ora la norma varata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, un decreto legislativo che si intitola “Misure di contrasto alle prassi commerciali di riporzionamento dei prodotti preconfezionati”, è attiva. Lo ricorda il Codacons, la prima associazione ad aver denunciato in Italia la shrinkflation e le ricadute sulle persone. Il Codacons definisce la shrinkflation “l’odioso fenomeno della riduzione delle quantità dei prodotti confezionati (gelati, snack, cereali, ma anche detersivi, dentifrici, carta igienica, ecc.) senza una analoga riduzione dei prezzi”.

Lo scorso 15 aprile il MIMIT aveva notificato alla Commissione europea il testo del decreto legislativo, con l’organo esecutivo dell’UE che aveva 90 giorni di tempo per sollevare eventuali rilievi. Ha prevalso il silenzio assenso. Si chiude così un capitolo che va avanti da più di un anno: il 15 marzo 2025, infatti, la Commissione aveva comunicato di aver avviato una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia, invitando il nostro Paese “a garantire il rispetto delle norme dell’UE in materia di libera circolazione delle merci”.
Il MIMIT ha accettato alcune indicazioni provenienti dall’UE e ha modificato il testo, che ora dovrà essere applicato. Prima di capire in concreto cosa cambia, tuttavia, è necessario un passo indietro.
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La diffusione sottovaluta della shrinkflation
Al contrario di tanti inglesismi, la parola shrinkflation ha faticato ad entrare nell’utilizzo comune della lingua italiana. Forse perché è ostica da pronunciare e ancor più da capire, almeno immediatamente, dato che nasce dalla fusione del verbo shrink (stringere) e del sostantivo inflation (inflazione).
Ma è una pratica con cui chiunque ha avuto a che fare negli ultimi anni, soprattutto dall’arrivo della pandemia di Covid-19. Si tratta,dunque, della pratica scelta dalle aziende di ridurre la quantità di un prodotto mantenendo però invariato il prezzo. Identiche sono rimaste le forme del prodotto, che però è stato leggermente rimpicciolito.
Spesso, specie i primi tempi, è stato difficile per consumatrici e consumatori accorgersi della differenza. Che però poi ha cominciato a pesare sempre più sulle economie domestiche. Soprattutto se a ciò vanno sommate le varie crisi energetiche che si sono succedute dal 2020 in poi.
Da parte propria il governo, almeno a parole, ha compreso l’importanza del fenomeno. Ma ha proposto soluzioni che si sono rivelate del tutto inefficaci. A dicembre 2024, ad esempio, il ministro Adolfo Urso, titolare del MIMIT, ha ricordato che lo scopo principale è “fornire ai consumatori una corretta e trasparente informazione, consentendo loro di operare una scelta di acquisto consapevole”. E ha poi puntato sul cosiddetto “Mr. Prezzi”, così come viene chiamato impropriamente dai giornali, cioè il garante per la sorveglianza dei prezzi che, istituito nel 2007, “ha l’obiettivo di monitorare la dinamica dei prezzi dei beni di largo consumo in relazione agli effetti derivanti dall’andamento dei costi del prodotti energetici e delle materia prime sui mercati internazionali, anche con riferimento alla filiera dei prezzi dei carburanti”.
Fino a questo momento, tuttavia, sia i prezzi dei carburanti che dei prodotti sottoposti a shrinkflation hanno continuato ad aumentare e ad essere spesso oggetto di vere e proprie speculazioni a danno di consumatrici e consumatori. Parafrasando una famosa battuta cinematografica: è il mercato, bellezza, e il governo non può (non sa) farci niente.
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Cosa cambia con le nuove norme anti-shrinkflation?
La domanda, dunque, è d’obbligo: cosa cambia con l’attivazione della nuova norma varata dal governo Meloni? Ben poco, viene da dire. Nel contenzioso tra l’UE e l’Italia la differenza di vedute si concentrava su quelle che sono state impropriamente definite “etichette anti-shrinkflation” e che invece erano semplicemente degli avvisi rivolti a consumatrici e consumatori, apposti su ogni singolo prodotto che è stato rimpicciolito.

In base alle nuove regole proposte dal decreto ministeriale, le informazioni verranno riportate in altro modo. Più precisamente, si legge nel testo governativo, dovranno essere i produttori a informare i commercianti al dettaglio, i quali poi dovranno esporre tale comunicazione “nel punto vendita con modalità chiaramente visibili e leggibili da parte del consumatore. Per le vendite on line, la comunicazione è resa disponibile all’atto della presentazione del prodotto in modo da consentire che la scelta e l’acquisto siano informati”. L’obbligo di informazione si applicherà infine per un periodo di tre mesi a decorrere dalla data di immissione in commercio del prodotto riproporzionato.
Una modalità che ricalca quella usata sui carburanti, con le stazioni di rifornimento che dovevano esporre il prezzo medio regionale: una modalità che non solo non aveva fermato gli aumenti ma che era stata anche bocciata dal Consiglio di Stato. Ecco perché non sorprende la bocciatura del Codacons sulle norme anti-shrinkflation. “Misure che, in attesa di diventare pienamente operative, non sembrano in grado di tutelare adeguatamente i consumatori: in prima istanza le nuove regole appaiono tardive, poiché i produttori hanno già effettuato negli ultimi 15 anni tagli alle quantità dei prodotti nelle confezioni – scrive il Codacons – In secondo luogo, l’obbligo di informazione nei punti vendita e non attraverso diciture apposte sulle confezioni come previsto inizialmente, rende meno immediata e meno percepibile la comunicazione ai consumatori, considerata la quantità di cartelli e avvisi già presenti nei supermercati”.
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