“Lavorare con Ettore Sottsass mi ha spalancato il cervello e il cuore”. Intervista alla designer Maria Sanchez

Maria Sanchez, docente alla Universidad Austral di Buenos Aires, ripercorre la propria vita: dagli studi in Argentina ai sette anni come assistente personale di Ettore Sottsass a Milano, negli anni più intensi del design italiano, fino ad arrivare ai progetti nell’ambito del design sistemico

Silvia Santucci
Silvia Santucci
Giornalista pubblicista, dal 2011 ha collaborato con diverse testate online della città dell'Aquila, seguendone le vicende post-sisma. Ha frequentato il Corso EuroMediteraneo di Gioralismo ambientale "Laura Conti". Ha lavorato come ufficio stampa e social media manager di diversi progetti, tra cui il progetto "Foresta Modello" dell'International Model Forest Network. Nel 2019 le viene assegnata una menzione speciale dalla giuria del premio giornalistico "Guido Polidoro". Dal 2021 lavora all'interno della squadra di EconomiaCircolare.com come redattrice. Da gennaio 2025 è socia della cooperativa Editrice Circolare

Rispetto al passato ogni lavoro è diverso, la tecnologia e la digitalizzazione hanno rivoluzionato le nostre professioni, alcune più di altre. Ma nel design il cambiamento è stato di visione, non si è modificato solo il prodotto da immaginare, ma il modo stesso in cui si immagina. A spiegarlo a EconomiaCircolare.com è Maria Sanchez, oggi docente alla Universidad Austral di Buenos Aires e ideatrice del corso di design sistemico dell’ateneo.

Nella video-intervista — realizzata nell’ambito dell’evento PNRR “Systemic Design e Made in Italy. Le nuove rotte internazionali della progettazione, tra heritage e innovazione” organizzato da ISIA Roma Design —  la designer ha ripercorso la propria storia, che si intreccia e si confonde con quella stessa del design: a partire dagli anni a Milano in cui è stata assistente personale di Ettore Sottsass, uno dei più influenti architetti, designer e artisti del secolo scorso.

L’incontro con il maestro Sottsass

Ettore-Sottsass maria sanchez
Ettore Sottsass (Photo Barbara Radice, 1984 © and courtesy Studio Ettore Sottsass) | Fonte: https://www.smow.com/

“Ci sono state due grandissime opportunità nella mia vita, — racconta Sanchez — la prima e più importante è stato l’incontro con il mio maestro, Ettore Sottsass. Io ero appena uscita dall’università e lui è stato il mio professore a Vienna, e lì ho capito che il design era un territorio di passione. Ho Lavorato con lui per sette anni come sua assistente personale e quello mi ha spalancato tutto: il cervello e il cuore”.

D’altronde era l’inizio degli anni Ottanta e il design in Italia stava vivendo uno dei suoi  momenti più intensi: lavorare con Sottsass significava anche avere contatti con persone che venivano da tutto il mondo, un arricchimento umano e professionale incredibile.

L’altra faccia della luna

La seconda grande opportunità arrivata intorno alla metà degli Ottanta nella vita di Maria Sanchez è quella che ha fatto sì che diventasse una designer sistemica: la chiamata è arrivata da una holding americana, un gruppo di aziende degli Stati Uniti, che le ha chiesto di lavorare per loro, realizzando il design dei prodotti a Milano, che sarebbero stati poi prodotti in Cina e venduti in tutti gli Stati Uniti.

“Questo processo iniziale di globalizzazione — spiega —  ha fatto che capissi che il design non era più quello che io avevo studiato anni prima ma era profondamente cambiato e continuava a farlo, ogni giorno con più accelerazione, come succede oggi”.

“Con Sottsass — continua — ho imparato il lato brillante della luna, mentre con gli americani ho capito il lato oscuro, perché ho imparato anche tutto quello che significava il business, la logistica, i trasporti dei beni, l’invio dei progetti”.

Cosa c’entra il design con l’ambiente?

Oltre al primo approccio lavorativo la globalizzazione, dalla storia di Sanchez emerge un altro aspetto interessante, quella della prima presa di coscienza collettiva del legame che avrebbe dovuto esserci tra design e ambiente.

“Dopo l’85 eravamo con tutti gli assistenti dei designer e degli architetti famosi a Milano e ci trovavamo a fare after hour. Eravamo amici perché tutti coetanei, e di tanti paesi diversi. Un giorno ci siamo detti: cosa c’entra il design con l’ecologia? Questa domanda che oggi sembra una stupidata incredibile invece in quel momento era una domanda geniale perché nessuno se l’era mai chiesto”. 

Da lì la decisione di incontrarsi in uno studio e sviluppare il tema, fondando così il primo gruppo di design ecologico del mondo, chiamato O2, come la formula dell’ossigeno.

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Il design come passione per l’umanità 

Ma per Sanchez il design è andato oltre, sempre guidata da una passione che definisce “passione per l’uomo”. 

Oggi – ci spiega con parole semplici ma chiare – con i suoi progetti si occupa di approfondire come il design possa aiutare a trovare delle opportunità di miglioramento del momento, della società, del territorio in cui viviamo. Questo si traduce in progetti e operazioni, come ad esempio workshop, per poter apportare a ONG, organizzazioni, aziende o governi, possibili soluzioni che cerchino di contemplare tutte le variabili, attivando, naturalmente, la visione sistemica.

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