lunedì, Gennaio 5, 2026

Che è successo quest’anno al nostro Pianeta? Dieci notizie del 2025

Ripercorriamo insieme l'anno appena trascorso attraverso dieci notizie, per guardare al futuro con consapevolezza e un po' di speranza

Lorenzo Bertolesi
Lorenzo Bertolesi
Autore e attivista con base a Milano. Ha una laurea in filosofia con una tesi (vincitrice di una borsa di studio) nell'ambito "Human-animals studies". Lavora nella comunicazione digitale da anni, principalmente per diverse ONG come ufficio stampa, copywriter e occupandosi della gestione dei social. Ora è un freelance che, insieme al collettivo Biquette, si occupa di comunicazione digitale per progetti ad impatto sociale. Addicted di Guinness e concerti (soprattutto punk), nel tempo libero viaggia con il suo furgoncino hippie camperizzato insieme alla cagnolina Polly

Il 2025 è stato un anno complesso e difficile sotto tanti punti di vista, con tutte le cose terribili che sono successe (in primis, i conflitti militari). A causa di tutto questo sull’ambiente sembra sia un po’ calata l’attenzione, o quanto meno diminuita. Lo confermano anche alcune analisi, come quelle del Media and Climate Change Observatory (MeCCO), che registrano un netto calo della copertura mediatica sul clima nei principali media europei, e del Reuters Institute for the Study of Journalism, che evidenzia come solo una minoranza di cittadini segua con regolarità le notizie sulla crisi climatica.

Ma non è tutto perduto e, anche se non è semplice raggruppare quanto accaduto in un anno in dieci notizie, ne abbiamo selezionato alcune che riguardano proprio questo tema e che ci permettono di ricordare cose importanti – alcune belle, altre meno – successe quest’anno.

1) Dagli incendi in California alla COP30

Poche persone ricordano che quest’anno è iniziato con quelle immagini dei violenti incendi in California. Eventi come questi sono ormai la nostra nuova normalità, tra ondate di calore, siccità e tanti altri disastri tipici della crisi climatica – che ancora i media faticano a chiamare con il loro nome.

È su questo sfondo che la COP30 di Belém, in Brasile, è stata purtroppo una delusione importante di quest’anno. Per settimane c’è stata la speranza di avere un accordo finalmente vincolante per l’uscita graduale dai combustibili fossili. Ma questo è scomparso nel documento finale, che molto ha fatto discutere. Anche per quanto riguarda i sistemi alimentari, nessuna menzione agli allevamenti intensivi.

Sicuramente della COP30 non è tutto da buttare. La presenza della più grande delegazione indigena mai vista a una COP e il ritorno delle manifestazioni dentro e fuori i negoziati hanno mandato un segnale forte e chiaro: mentre i governi faticano a prendere decisioni all’altezza della crisi, la pressione della società civile e delle comunità è tornata ad avere una voce nella conferenza sul clima.

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2) Il fallimento del Trattato globale sulla plastica

Un’altra occasione mancata ha riguardato la plastica, perché ad agosto le trattive ONU per definire il Trattato globale sulla plastica non hanno portato a un accordo vincolante, un po’ come alla COP30.

Sulla carta era un’idea notevole: l’obiettivo del trattato era negoziare un accordo giuridicamente vincolante per affrontare l’inquinamento da plastica lungo tutto il suo ciclo di vita. La scorsa estate a Ginevra si è tenuto un incontro per completare il trattato, ma i ben oltre 180 paesi non sono riusciti a trovare un accordo. Da un lato molti paesi chiedevano dei limiti alla produzione di plastica, scelta che trovava l’opposizione dei Paesi che producevano petrolio (come Stati Uniti ed Araba Saudita). Questo stallo ha portato a rinviare il negoziato, che quindi si è concluso con un nulla di fatto.

La speranza però non finisce e il fallimento del trattato va di pari passo con una necessità di cambiare le cose partendo proprio dalle nostre città. È questo il messaggio che arriva dal network globale delle città sostenibili. Dalle tazze riutilizzabili di Friburgo alle politiche sul riuso a Quezon City, sono le amministrazioni locali a dimostrare che ridurre la plastica è possibile, anche senza aspettare un accordo internazionale.

Certo, non può e non deve essere la soluzione definitiva, ma come sempre di fronte alla lentezza della diplomazia ogni strumento che dimostra che le cose si possono cambiare è un segnale fondamentale

3) La deregolamentazione del pacchetto UE “Omnibus”  

La parola “semplificazione” è un mantra che sta sempre più adottando l’UE, che fa da antidoto alla parola “burocrazia”. Sta succedendo per la PAC ed è successo anche al pacchetto “Omnibus” (come abbiamo raccontato qui). Proprio a dicembre infatti la Commissione europea ha votato per un ampio pacchetto di semplificazione delle normative ambientali. Come dicevamo, la proposta vuole semplificare la burocrazia e ridurre i costi, ma nella sostanza osserviamo una vera e propria deregolamentazione sui controlli e sugli obblighi ambientali in materia di emissioni e rendicontazione. Questo permetterebbe più facilmente alle aziende aderire alle norme ecologiche.

Secondo molte organizzazioni, tra cui il WWF, questa è una scelta che rischia di demolire decenni di impegni a favore dell’ambiente, perché ridurre le regole vuol dire indebolire la capacità di prevenzione e controllo. Staremo a vedere cosa succederà nel 2026, dato che manca l’approvazione definitiva in Consiglio.

4) La retromarcia climatica di Trump

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca è stato sicuramente un brutto colpo per l’ambiente. Una delle prime scelte da presidente di Trump è stato ordinare il ritiro degli USA dall’Accordo di Parigi sul clima – un po’ come aveva già fatto durante il suo primo mandato.

Ma è stato solo l’inizio: perché la sua amministrazione ha lavorato per smantellare molte misure di tutela ambientale, revocando regolamenti sulle emissioni industriali e sulla transizione energetica. Secondo Climate Action Tracker questa è la più “aggressiva e incisiva inversione delle politiche climatiche” mai analizzata, con un ritorno massiccio dei combustibili fossili e un freno alle energie rinnovabili.

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5) Un anno memorabile per le rinnovabili

Uno degli aspetti buoni di questo 2025 riguarda soprattutto le rinnovabili. Nel primo semestre 2025 la produzione elettrica mondiale da solare ed eolico ha raggiunto la quota complessiva del 34,3%. Questo significa che le fonti pulite e rinnovabili hanno superato per la prima volta quella del carbone (33,1%). La Cina è il Paese che più sta trainando questo settore, ma in generale in più dell’80% dei paesi sta crescendo la produzione da fonti rinnovabili. Anche l’Europa sta seguendo questo trend positivo, tanto che nel terzo trimestre 2025 quasi la metà dell’elettricità proviene da rinnovabili (principalmente solare, eolico e idroelettrico). Questa è un’ottima notizia per la riduzione delle emissioni, peccato che il nostro Paese non stia brillando. Nei primi 10 mesi di quest’anno l’Italia ha installato il 10% in meno di fonti di energia rinnovabili rispetto all’anno scorso e il numero di nuovi impianti è calato del 27%

6) Riciclo ed economia circolare: bene in Italia, ma non nel mondo

Sul fronte dell’economia circolare, il 2025 porta buone notizie dall’Italia. Il nostro Paese conferma il primato europeo nell’uso di materie prime riciclate: il 21,6% dei materiali usati proveniva dal riciclo, contro una media UE del 12,2%.
Anche sul riciclo degli imballaggi l’Italia supera gli obiettivi europei, raggiungendo il 76,7%. A questo si aggiunge il recupero del 74% dei rifiuti speciali, che alimenta filiere industriali come acciaio e carta.

La situazione globale purtroppo non è così rosea. Secondo i dati più recenti, solo il 6,9% dei materiali estratti ogni anno nel mondo rientra nei cicli produttivi, una quota addirittura in calo rispetto al 9% del 2018. In pratica, la stragrande maggioranza delle risorse continua a diventare scarto.

Questi numeri mettono in luce anche uno dei limiti principali del dibattito attuale: lo strabismo dominante che tende a ridurre l’economia circolare al solo riciclo. Senza prevenzione, riduzione dei consumi, riuso e allungamento della vita dei prodotti, anche i sistemi di riciclo più efficienti rischiano di non essere abbastanza.

7) Sempre più opposizione agli allevamenti intensivi

Abbiamo già spiegato perché costruire nuovi allevamenti intensivi sia un problema. Lo sappiamo e nonostante ciò ne stiamo costruendo sempre di più in Europa, anche grazie a fondi pubblici. Quest’anno però ci sono state alcune notizie positive su questo fronte. Primo fra tutti la scelta di un piccolo paese in provincia di Mantova, Gonzaga. È uno dei territori con più bovini in Italia e ci sono circa 7 animali allevati per ogni abitante. Ed è proprio qui che il Comune ha deciso di dire basta, vietando la costruzione di nuovi allevamenti e limitando gli ampliamenti di quelli esistenti. Una scelta fatta per il bene della comunità. Altri comuni italiani hanno aderito anche alla proposta di legge per il superamento degli allevamenti intensivi siglata dalle organizzazioni Terra!, Greenpeace e altre.

Inoltre anche diversi comitati cittadini sono riusciti, grazie a proteste e mobilitazioni, a fermare la costruzione di nuove strutture, come in provincia di Sassari o a San Martino Siccomario, in provincia di Pavia. Insomma, sono segnali ancora timidi, ma sicuramente è la prova che qualcosa si sta muovendo nella direzione giusta.


8) Oceani: tra segnali di recupero e nuove tutele

Molte cose sono successe anche negli oceani. Iniziamo purtroppo con una brutta notizia:  l’oceano ha superato la soglia di sicurezza dell’acidificazione, uno dei planetary boundaries che indicano i limiti entro cui il sistema Terra può restare stabile. Assorbendo circa un quarto della CO2 emessa dalle attività umane, il mare cambia lentamente la propria chimica, diventando più acido. Questo mette a rischio ecosistemi fragili come barriere coralline e specie calcificanti, con impatti a cascata sulla biodiversità marina.

Dall’altro lato invece è stato ratificato High Seas Treaty (il Trattato globale sull’alto mare), dopo decenni di trattative, che entrerà in vigore a gennaio 2026. È un trattato molto importante perché definisce un quadro giuridico internazionale per proteggere almeno il 30% degli oceani entro il 2030, incluse zone che erano oltre le giurisdizioni delle singole nazioni, dove fino ad ora meno dell’1% era tutelato.

E le buone notizie continuano perché grazie a misure di conservazione la tartaruga verde marina (green turtle) è uscita dalla categoria “in pericolo” ed è oggi considerata a “rischio minimo” sulla Lista Rossa IUCN, e allo stesso modo la popolazione della balenottera franca nord-atlantica, una delle balene più rare al mondo, ha mostrato un aumento a circa 384 individui, grazie a misure di tutela e gestione. 

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9) Champions of the Earth: un italiano tra i premiati ONU

I premi “Champions of the Earth” sono sempre una fonte di speranza per il futuro. Sono dei premi assegnati dall’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, l’agenzia ONU incaricata di coordinare le politiche ambientali globali e di supportare governi e istituzioni nella lotta alla crisi climatica, alla perdita di biodiversità e all’inquinamento. Questi premi sono di fatto il più alto riconoscimento ambientale delle Nazioni Unite, e premiano il lavoro di attivisti, scienziati e innovatori che hanno realizzato progetti e iniziative che hanno prodotto risultati concreti.

Tra i premiati del 2025 figura anche un italiano, Manfredi Caltagirone, scienziato riconosciuto per il suo lavoro sulla misurazione e sulla riduzione delle emissioni di metano, uno dei gas serra più potenti.

Accanto a lui, sono stati premiati anche un movimento di giovani attivisti delle isole del Pacifico impegnato sul fronte della giustizia climatica, alcuni funzionari in India che hanno guidato politiche di adattamento e raffreddamento sostenibile.

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10) Il buco dell’ozono si chiude in anticipo

Un’altra buona notizia. Quest’anno il buco dell’ozono sopra l’Antartide si è chiuso in anticipo, il 1° dicembre, ed è risultato il più piccolo degli ultimi cinque anni – un segnale molto positivo soprattutto perché tra il 2020 e il 2023 non è stata delle migliori.

Facciamo prima un passo indietro, per ricordare di cosa stiamo parlando: il buco dell’ozono è una riduzione momentanea dello strato di ozono, la fascia dell’atmosfera che protegge la Terra dalle radiazioni UV più dannose del Sole. Quando questo scudo si assottiglia, aumentano i rischi per la salute umana e anche per l’ambiente. Ed è un processo ciclico. Infatti quest’anno il buco si è formato, come ogni anno, durante la primavera australe, ma ha raggiunto un’estensione massima più contenuta (poco oltre i 21 milioni di chilometri quadrati, contro i 26 milioni del 2023) e si è poi ridotto più rapidamente del previsto.

E tutto questo grazie al Protocollo di Montreal, l’accordo internazionale che ha eliminato la quasi totalità delle sostanze chimiche responsabili della distruzione dell’ozono. L’assottigliamento dello strato di ozono non era infatti un fenomeno naturale, ma il risultato diretto dell’attività umana: per decenni l’industria ha utilizzato composti come i clorofluorocarburi (CFC) che, una volta rilasciati nell’atmosfera, raggiungevano la stratosfera e, sotto l’azione della luce solare, liberavano atomi di cloro capaci di distruggere grandi quantità di ozono. 

Se le politiche attuali resteranno in vigore, lo strato di ozono è considerato sulla buona strada per tornare ai livelli pre-crisi entro la metà di questo secolo. Insomma, questa è la dimostrazione che possiamo sempre cambiare rotta quando serve. La speranza è che lo faremo anche in altri contesti.

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