Una delle cose che più mi colpisce dei nostri sistemi alimentari, dall’agricoltura agli allevamenti, è che spesso il dibattito su questi temi sembra estremamente polarizzato – quanto meno, negli ultimi anni sempre di più. Come se ci fossero due fronti delineati e opposti, inconciliabili. Insomma, due curve da stadio.
Da un lato ci sono agricoltori e allevatori, che di fatto rappresentano la categoria di chi produce il nostro cibo. Importante disclaimer: nelle posizioni di questa parte non parliamo di chi subisce condizioni di sfruttamento e caporalato. Certo, ci sono anche loro, ma spesso sfuggono dalle notizie a meno che non succeda qualcosa di tragico che salta nella cronaca.
Dall’altro lato invece c’è tutta la “galassia dell’ambientalismo” (un termine ombrello, me ne rendo conto) cioè tutte quelle realtà come organizzazioni, ONG e realtà agricole con approcci agro ecologici. E sembra che questi due mondi non siano mai d’accordo su nulla.
Per questo sono rimasto molto stupido dalle reazioni di sdegno, da entrambi questi fronti, sul futuro della Politica Agricola Comune. Da qualche mese sono cominciate le discussioni per il futuro di questa importante politica europea e le nuove proposte non sembrano piacere a nessuno dei due fronti. Insomma, è come vedere due curve di tifosi che fischiano insieme contro l’arbitro. Ma cosa sta succedendo?
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Un passo indietro: cos’è e come funziona la PAC?
PAC sta per Politica Agricola Comune. Si tratta di uno dei pilastri fondamentali delle politiche europee. Dopo la seconda guerra mondiale – e le grandi carenze alimentari – la neo nata comunità europea voleva garantire la sicurezza alimentare. Per questo è nato il patto della PAC, che nasce negli anni 60 dalla necessità di garantire sia cibo a prezzi accessibili alla popolazione europea sia condizioni di lavoro adeguate per gli agricoltori. Modernizzazione delle produzioni, sostenibilità di vita per gli agricoltori, far fiorire i mercati e garantire approvvigionamenti di cibo – queste erano le parole d’ordine che diedero inizio a questa politica storica.
Da allora la PAC è cambiata molto, anche per stare dietro ai cambiamenti del mondo e del sistema economico. A oggi consideriamo che la PAC assorbe circa un terzo del budget annuale dell’UE, quindi ha un peso davvero rilevante nel bilancio comune.
La prima grande riforma che ha delineato la PAC com’è adesso è arrivata negli anni ‘90-2000, con due riforme che hanno di fatto stabilito i due grandi “pilastri”, formalmente riconosciuti, sui cui si regge ancora oggi.
Il primo pilastro sono i sussidi erogati ad agricoltori e allevatori. Soldi comunitari dati quindi direttamente a chi si occupa di produzione di cibo. Parliamo della quota maggiore del bilancio della PAC, e i sussidi sono principalmente proporzionati agli ettari (per questo, è un sistema molto criticato, come vedremo dopo). Il secondo pilastro formale invece sono i finanziamenti ai programmi di sviluppo rurale (come investimenti per l’innovazione, per la formazione, per agevolare l’insediamento di giovani agricoltori ma anche per progetti di sostenibilità).
La più grande critica alla PAC ha sempre riguardato il primo pilastro, e cioè l’assegnazione dei sussidi in relazione alla superficie di ettari coltivata. In pratica, chi coltiva più ettari, riceve più fondi – di conseguenza la PAC ha sempre favorito le aziende più grandi: circa l’80% dei fondi PAC finisce infatti al 20% delle aziende, e non sono quelle più sostenibili la maggior parte delle volte, ma veri e propri giganti dell’agribusiness. A causa di questa distribuzione squilibrata dei sussidi, tra il 2005 e il 2020 è sparito circa del 40% di aziende agricole, sono scomparse oltre 5 milioni di aziende con meno di 5 ettari.
Ma le criticità non sono finite qui, e riguardano anche le ultime due riforme della PAC, quindi 2014–2020 e 2023–2027, che, almeno a parole, avrebbero dovuto rendere la politica agricola comune più sostenibile, allineata con i valori del Green Deal e della strategia Farm to Fork. Le modifiche e novità di queste PAC hanno riguardato i cosiddetti eco-schemi, che sono strumenti di pagamento introdotti con la riforma 2023–2027 per premiare gli agricoltori che adottano pratiche più rispettose dell’ambiente e del clima. Ogni Stato membro deve destinare almeno il 25% dei pagamenti diretti a queste misure, selezionando e finanziando attività come l’agricoltura biologica, il pascolo estensivo, la tutela della biodiversità o la riduzione dell’uso di pesticidi.
L’obiettivo, almeno sulla carta, è quello di incoraggiare un’agricoltura più verde, ma questi sistemi sono stati criticati (un’analisi in questo report, ma anche qui) anche perché alcuni governi, tra cui quello italiano, hanno scelto opzioni poco ambiziose, che non incidono davvero sul modello agricolo intensivo.
E infatti la PAC è stata spesso attaccata anche sul fronte ambientale, proprio per l’impatto che i sussidi hanno avuto sull’ambiente, tramite inquinamento e perdita di biodiversità. Secondo la Corte dei Conti europea infatti la PAC, pur assorbendo un terzo del bilancio UE, non è stata in grado di raggiungere gli obiettivi di sostenibilità, anzi le azioni messe in campo non sono all’altezza delle ambizioni del Green Deal.
Un’analisi congiunta di diverse organizzazioni europee, tra cui l’EEB-European Environmental Bureau e Greenpeace, ha sottolineato come la riforma 2023–2027 rappresenti un’occasione mancata, perché mancano vincoli stringenti che garantiscano una reale transizione ecologica. I fondi finiscono nelle mani dei grandi agricoltori, le cui attività sono dannose per l’ambiente, e gli eco-schemi sono risultati inadeguati. Senza considerare le critiche della PAC ha ricevuto sull’impatto ambientale – secondo quanto affermato dal BirdLife International in UE ultimi 40 anni abbiamo perso oltre il 50% degli uccelli delle aree agricole – ma anche da parte di Eurogroup for animals che ha denunciato l’inefficacia delle misure per il benessere animali negli allevamenti.
Sul tema della transizione ambientale ritornano le differenze da stadio di cui ho parlato a inizio articolo. Se da una parte c’è chi non considera le norme sufficienti, dall’altra c’è chi le vede troppo limitanti. Quest’altra parte ha portato alle celebri proteste dei trattori che hanno attraversato l’Europa tra il 2023 e il 2024, che accusavano la PAC di essere troppo burocratica e di imporre vincoli ambientali rigidi senza garantire compensazioni economiche adeguate.

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PAC post 2027: cosa cambierà?
Ora, di fronte a queste critiche ci sorprenderà scoprire i dettagli della nuova PAC che, appunto, sembrano aver scontentato tutti. Già con la sua Vision for Agricoture and Food (di cui abbiamo già parlato ampiamente in questo articolo) la Commissione aveva spiazzato molte realtà “ambientaliste”, creando un quadro che smantellava di fatto il Green Deal a favore di una semplificazione della PAC. Ora però la proposta per la riforma per la PAC del periodo 2028-2034 ha fatto uno scarto ulteriore, soprattutto per i tagli economici.
Prima di vedere alcuni dettagli, è bene considerare che questa è la prima proposta di modifica, e da qui inizierà un lungo percorso che durerà fino a fine 2026 – auspicabilmente. Quindi le proposte non sono definitive, ma sicuramente ci fanno capire meglio qual è l’idea della Commissione Europea.
Il punto più controverso della nuova riforma PAC riguarda il fatto che i fondi destinati all’agricoltura verrebbero ridotti del circa 20%, con una riduzione di 78,5 miliardi, riducendo il budget a 300 miliardi di euro – e questo nonostante il budget dell’UE è aumentato rispetto agli anni scorsi. Fin da subito questa riduzione ha creato il panico, accompagnata da rabbiose proteste da parte delle associazioni di categoria, ma la Commissione Europea ha definito i 300 miliardi di euro un “importo minimo garantito”, e nonostante le parole rassicuranti del Commissario all’Agricoltura Hansen, la paura è che meno risorse rispetto al passato significhi meno soldi agli agricoltori.
Un’altra importante criticità è l’accorpamento della PAC all’interno di un Fondo Unico. Cioè i due pilastri di cui abbiamo parlato sopra sarebbero unificati e diventerebbero una voce di bilancio all’interno di questo Fondo Unico, nel quale ci sono altre voci, come i fondi per la pesca, le politiche di coesione regionale e così via. Questo fondo unico, inoltre, avrebbe una certa dose di flessibilità interna delle spese, per cui il budget di 300 miliardi destinati all’agricoltura potrebbe ancora diminuire – o almeno, anche questa è la paura diffusa. Una cosa sembra chiara: la PAC non sarebbe più una politica con un bilancio separato!
Un’altra proposta molto criticata è quella di fondere i due pilastri in un unico programma per ogni Stato. Questo eliminerebbe la distinzione tra i pagamenti diretti e lo sviluppo rurale, ci sarebbe un unico fondo agricolo che verrebbe gestito in modo centralizzato dagli Stati. E questo è un problema, perché i programmi di sviluppo regionale non sarebbero più gestiti anche dagli enti regionali – cosa che nel passato aveva permesso tanti approcci dal basso per progetti sostenuti poi dalla PAC.
Anche sul fronte ambientale e amministrativo anche ci sono molte novità interessanti. Proprio in linea con la Visione sull’agricoltura, la Commissione europea parla molto di semplificazione della burocrazia e di più autonomia e flessibilità agli Stati, anche attraverso il taglio di obblighi ambientali, oltre che la riformulazione dal passaggio a “requisiti ambientali” per ricevere fondi a “incentivi ambientali”.
Oltre a questo sembra però esserci una manovra interessante che mira a mettere un massimale agli aiuti per una singola azienda. Cioè si limiterebbe a 100 mila euro il pagamento diretto a ogni singolo beneficiario, introducendo anche una riduzione progressiva per degli importi per cifre molto alte – per capirci, per importi oltre i 20 mila euro ci sarebbe una riduzione del 25%, per importi sopra i 50 mila euro la riduzione sarebbe del 50%. L’idea è redistribuire le risorse in modo che finiscano anche alle aziende più piccole, a differenza di com’è stato fin’ora.
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Critiche alla nuova proposta: le reazioni degli agricoltori e degli ambientalisti
Una delle voci che più si sta spendendo contro questa PAC è Copa-Cogeca e, in generale, tutte le associazioni di categoria di agricoltori e allevatori. Copa-Cogeca è il più grande gruppo di lobby che rappresenta allevatori e agricoltori da tutta Europa, e proprio per questo ha annunciato fin da subito opposizione a queste proposte, con tanto di manifestazioni nel cuore di Bruxelles, definendo “il mercoledì nero dell’agricoltura” il giorno in cui è stata pubblicata la bozza della nuova PAC. Per il mondo dell’agricoltura questa PAC è problematica per tantissime ragioni, in primis per la riduzione dei fondi. Inoltre la grande preoccupazione riguarda anche il secondo pilastro, e che cioè venga tolto “l’aspetto comune” della PAC. Secondo Copa-Cogeca l’idea del Fondo Unico trasformerà la PAC in 27 politiche agricole separate, in quanto dipendenti dalle diverse capacità di spesa degli Stati.
Da tutta Europa la protesta degli agricoltori non è tardata ad arrivare, anche in Italia capitanata da Coldiretti e CIA. E proprio qualche giorno fa Coldiretti, durante un incontro con la Presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola, ha consegnato un lungo documento con le loro proposte per fermare i tagli all’agricoltura.
E ora, tornano i fischi della curva opposta. Se gli agricoltori temono per il loro portafoglio, le realtà ambientaliste sono ancora più preoccupate di come questa PAC possa essere un ulteriore passo indietro per una vera transizione ecologica. Secondo Greenpeace Italia è molto grave che siano stati tolti i vincoli ambientali per i sussidi nel bilancio, che potrebbero diventare degli incentivi e basta. Questo darebbe agli stati piena libertà di scelta e, in assenza di quote vincolanti, le realtà che davvero provano a realizzare la transizione ecologica rischiano di non ricevere fondi, che andrebbero invece (proprio come ora) a chi inquina di più. Anche perché i governi nazionali potrebbero essere facilmente esposti al lavoro delle lobby, destinando così la crescita dei settori intensivi e quindi più impattanti per l’ambiente.
Anche FederiBio attacca la proposta perché c’è il concreto rischio che ci sia una “corsa al ribasso” tra Stati europei, che per competere potrebbero allentare gli standard sostenibili, con gravi conseguenze per la sovranità alimentare e per gli impegni ambientali dell’UE. Secondo diverse organizzazioni almeno il 30% dei fondi PAC dovrebbe essere diretto a realtà e interventi che favoriscono l’ambiente, riducano gli impatti della crisi climatica e siano a tutela degli animali allevati e selvatici. Senza un adeguato incentivo economico però il rischio è che non solo non si vada avanti, ma si faccia una passo indietro.
Anche il tema degli allevamenti intensivi è diventato terreno di discussione, proprio perché, come afferma Europroup for Animals, circa il 70% delle emissioni climalteranti agricole in UE deriva dal settore zootecnico. E fino a ora la PAC, invece di incentivare una riduzione dei capi allevati, ha fatto l’esatto opposto, di fatto premiando chi alleva animali in condizioni sempre più intensive, senza considerare i rischi ambientali e sanitari e il benessere animale. Certo, ci sono alcune proposte interessanti: come l’introduzione di limiti alla densità di bestiame per ettaro nelle aree vulnerabili all’inquinamento da nitrati – anche se ancora troppo timido. Ma poi, come ricorda Greenpeace, la centralità del problema riguarda sempre la “nazionalizzazione” dei processi decisionali: se la decisione su come applicare questi criteri è lasciata ai singoli governi ci sono troppo rischi che a essere sostenute siano ancora le aziende troppo inquinanti.
Di fronte a questi cori di fischi, la speranza è che la Commissione Europea riveda il tiro, pensando davvero a come rendere la nostra agricoltura sostenibile, senza dimenticare di garantire adeguato supporto agli agricoltori. L’eliminazione della PAC, accorpata con il Fondo Unico, e la paura che il secondo pilastro venga a mancare sono però delle preoccupazioni comuni tra i due schieramenti opposti che abbiamo citato. Ora ci saranno lunghi negoziati, che dovrebbero terminare nel 2027.
Vedremo quale sarà il futuro di uno delle più grandi politiche dell’UE.

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