venerdì, Ottobre 23, 2020

Rosarno sfida i “caporali”. Con il pecorino

Economia Circolare
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Redazione EconomiaCircolare.com

[di Elisabetta Rosaspina su Io Donna del 28.02.2018] 

È un nuovo modello quello avviato dalla più grande Fattoria della provincia di Reggio Calabria. Perché in terra di ’ndrangheta, dove gli immigrati vengono sfruttati per due euro l’ora, qui quasi tutto il mappamondo è rappresentato e si sperimenta una nuova convivenza. Che produce (tra l’altro) formaggi apprezzati anche dall’altra parte dell’oceano.

È probabile che il manager in volo intercontinentale che sta affondando in questo momento il coltello in un tocco di appetitoso
pecorino calabrese, servito esclusivamente ai passeggeri della prima classe da Delta Airlines, non sappia bene da dove provenga
il suo dessert. Se è statunitense, il nome di Rosarno non gli direbbe granché, ma se è italiano forse il suo sguardo si adombrerebbe: Rosarno? Non è lì che spadroneggia la ‘ndrangheta? Non è lì che una giovane nigeriana, Becky Moses, è bruciata viva pochi giorni fa nell’incendio di una tendopoli? Non è lì che trionfa il caporalato? E che i migranti africani escono dai loro ghetti quando è ancora buio per andare nei campi a raccogliere arance e mandarini in cambio di due euro all’ora?
Non era scoppiata una rivolta, sette o otto anni fa, a Rosarno? 
Esatto. È lì.Ma quel pecorino selezionato dagli chef americani per i clienti di riguardo della compagnia aerea ha tutta un’altra storia. E anche se i 260 ettari, 2 milioni e 600 mila metri quadrati, di terra da cui arriva stanno largamente dentro la punta di un ago conficcato nella carta geografica della regione, quasi seimila volte più vasta, il formaggio è stato prodotto nella più grande fattoria della provincia di Reggio Calabria e una delle più grandi del Meridione. Certo, questo non basta a garantirne le qualità etiche, oltre che gastronomiche, però aiuterebbe sapere che il latte è fornito da pecore e capre di proprietà dei soci della cooperativa, 110 attualmente, e tutte al pascolo in Aspromonte o comunque in Calabria; mentre oltre 900 mucche frisone di alta genealogia olandese e di razza bruna alpina sono accudite e munte con sacro riguardo da mandriani sikh, come la famiglia Kaur, sui cui turbanti nessuno si permette di opinare. India, America Latina, Europa dell’est, Africa: la provenienza degli 80 lavoratori copre il mappamondo, a dimostrazione che la convivenza multietnica è possibile e il dialogo interreligioso funziona, soprattutto attorno a una mensa imbandita con gli stessi prodotti di qualità distribuiti nel ristorante dell’agriturismo, allo spaccio aziendale, nei punti vendita locali e, al 60 per cento, esportati con successo in Nord America e Giappone.
Carmelo Basile, 57 anni, da ragazzo era deciso a diventare commercialista o, forse, si sarebbe accontentato di diventare un buon ragioniere, in grado di far quadrare onestamente i conti, ma è nato in una terra complicata, ultimogenito di un poliziotto allontanato dalla Sicilia alla fine degli anni ’50 perché finito nel mirino della mafia, dopo l’arresto di un pesce un po’ troppo grosso. Carmelo è cresciuto in un quartiere popolare di Reggio Calabria, il Gebbione, imparando a sbrogliarsela secondo le leggi della strada e del suo istinto d’indipendenza. Certo, l’ambiente non era tra i più incoraggianti per un ventiseienne neo assunto
come contabile, nel 1987, nell’azienda agricola intestata a cinque fratelli ed esposta alle attenzioni del racket delle estorsioni. Ma in meno di sei mesi, Carmelo era diventato amministratore unico e aveva capovolto le logiche dell’azienda: non più trincerata sulla difensiva, dopo una serie di attentati, ma aperta al territorio. «Potevo immaginare che qualche fornitore
fosse colluso con la malavita o che un candidato all’assunzione potesse avere un parente mafioso» racconta adesso. «Ma
mi dicevo: se loro sono a posto, perché dovrei discriminarli? Ho conosciuto abba stanza mafiosi da sapere che nessuno diventa un delinquente per scelta, se ha un’alternativa. Scommessa vinta. Con Attilio, per esempio: dagli arresti domiciliari al reparto pastorizzazione, dove si comincia a lavorare alle 4 del mattino. Si è perfettamente inserito, da qualche anno, con contratto regolare. Ed è fra i più bravi. Non lo terrei per beneficenza».
Una dozzina d’anni fa la vecchia società si è sciolta, come le briglie nell’immaginazione di Carmelo Basile, che ha pilotato la trasformazione in Cooperativa “Fattoria della Piana”, a Sovereto di Candidoni, tra Rosarno e Nicotera, e ora la presiede.
Dal 2006 qui vige l’aurea regola del “non si butta niente”. Perfino gli scarti di lavorazione possono trasformarsi in oro: nel 2008, un cospicuo investimento in tecnologia tedesca ha dotato la fattoria di un impianto di biogas che, come lo stomaco di una mucca, “digerisce” e trasforma in metano tonnellate di “umido”, dal letame al siero del latte alle bucce d’arance. «Non solo i nostri residui, ma anche quelli degli allevatori e degli agricoltori della zona che, prima, erano costretti a pagare per smaltirli» spiega Basile. «Noi li ritiriamo gratis e, con l’energia prodotta, possiamo soddisfare non solo il nostro fabbisogno, ma quello di un comune da 2.600 famiglie». Senza contare i pannelli solari che hanno sostituito l’eternit sui tetti delle stalle. E un geniale sistema di fitodepurazione che, attraverso le piante, filtra le acque reflue e le purifica al 97 per cento. Ma è l’energia umana la risorsa inesauribile della fattoria: «Con l’alternanza scuola lavoro, abbiamo una sessantina di ragazzi a rotazione tutto l’anno. È il nostro vivaio: i migliori, ce li teniamo». Voleranno alto, come il loro pecorino. 

Con le foto di Emiliano Mancuso e Federico Romano, realizzate per la storia pilota del Concorso Storie di Economia Circolare.

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