Uscire dai combustibili fossili non è soltanto una necessità climatica: è un obbligo di sfera dei diritti umani. È da questa prospettiva che Elisa Morgera, Relatrice speciale delle Nazioni Unite su cambiamenti climatici e diritti umani, legge il cammino verso il phase-out da carbone, petrolio e gas: non come scelta tecnica rinviabile, ma come condizione per proteggere salute, ambiente, partecipazione democratica e giustizia sociale.
Giurista italiana e docente di diritto internazionale, Morgera ricopre il mandato delle Nazioni Unite dedicato al sempre più inscindibile nesso tra crisi climatica e diritti umani, con un lavoro centrato sulla responsabilità degli Stati e delle imprese fossili, sulla giustizia climatica e sugli obblighi internazionali.
L’abbiamo intervistata a margine della Conferenza Internazionale di Santa Marta sulla transizione dei combustibili fossili, primo appuntamento multilaterale interamente dedicato a discutere di politiche e strumenti necessari a uscire dall’economia fossile.
Nell’intervista Morgera analizza il nodo della responsabilità delle compagnie fossili e il legame tra diritti umani e transizione energetica ma anche il ruolo dei trattati internazionali e la necessità di costruire un percorso di uscita dei fossili fondato su partecipazione, equità e accesso alle informazioni.
La Conferenza di Santa Marta nasce come spazio politico esplicitamente dedicato all’uscita da carbone, petrolio e gas, fuori dalle lentezze e dai blocchi delle COP. Dal punto di vista dei diritti umani, qual è il valore di uno spazio multilaterale che non discute più “se” uscire dai fossili, ma “come” farlo in modo giusto, ordinato ed equo?
È uno spazio che risponde alla necessità di allontanarsi da un’economia basata sui combustibili fossili che è, in sé e per sé, un obbligo dei diritti umani. Nel report che ho pubblicato l’anno scorso ho descritto quante siano le violazioni dei diritti umani lungo tutta la catena produttiva dei combustibili fossili: dall’esplorazione alla produzione, fino alla gestione dei rifiuti e all’abbandono delle strutture di produzione. I combustibili fossili arrivano ad essere presenti anche nella catena alimentare, attraverso la plastica, le sostanze petrolchimiche nei fertilizzanti e nei pesticidi. Questo produce ulteriori danni all’ambiente, al clima e alla nostra salute. In effetti, il diritto alla salute è forse, insieme al diritto a un ambiente sano, il diritto più minacciato dal modello energetico fossile, e ciò ha un impatto particolare su donne e bambini.
Leggi anche: Un futuro senza fossili? A Santa Marta il primo tassello. “Orientamento focalizzato sulle soluzioni”
Nel suo rapporto “The imperative of defossilizing our economies” afferma che Stati e imprese hanno obblighi e responsabilità rispetto al phase-out dei combustibili fossili e dei sussidi collegati. Come possiamo inquadrare oggi queste responsabilità? Quali sono le violazioni dei diritti umani più evidenti riconducibili alle condotte di impresa?
Le imprese private hanno responsabilità internazionali indipendenti dagli obblighi degli Stati in materia di diritti umani. Devono quindi tenere conto del fatto che qualsiasi loro attività può avere impatti negativi sui diritti umani.
Per quanto riguarda le compagnie di combustibili fossili, che le loro attività abbiano impatti negativi è una certezza. Perciò la prima responsabilità è cominciare da subito a sviluppare piani di uscita dall’utilizzo delle fonti fossili, avendo cura di includere nel processo i lavoratori, le comunità danneggiate dalle attività di produzione e dall’inquinamento e naturalmente le autorità pubbliche. Il problema è che ciò non sta accadendo. Parlo con molti sindacati, che mi dicono che i lavoratori vogliono iniziare a discuterne con le proprie imprese, ma che non viene data loro questa possibilità. Va registrato che c’è una chiusura in tal senso, per cui il primo passo è aprire questa possibilità.
A ciò si aggiunga che le imprese fossili hanno una grande responsabilità emissiva che andrebbe riconosciuta e in base alla quale dovrebbero pagare per il danno climatico e per le violazioni ai diritti che hanno già provocato invece di richiedere ulteriori fondi pubblici per la transizione.
C’è dunque un capovolgimento totale della logica che viene proposta dalle imprese dei combustibili fossili, completamente in contrasto con le loro responsabilità in materia di diritti umani.
Leggi anche: Oltre i combustibili fossili: a Santa Marta il tentativo di cambiare rotta
Sono tanti anni che si parla di uno strumento vincolante su diritti umani e imprese. A che punto siamo e cosa auspica per il prossimo futuro?
Purtroppo i negoziati in materia continuano da tanti anni. È un’idea che viene quasi dagli anni Settanta, eppure non riusciamo a progredire perché si tratta di un negoziato in cui solo alcuni Paesi, soprattutto del Sud globale, sono veramente impegnati, mentre molti altri ancora non lo sono.
Può darsi che discutere di responsabilità delle imprese in astratto renda la discussione poco collegabile alla propria vita e alle proprie priorità. Ma se pensiamo che la responsabilità d’impresa è ciò che ci consentirà di terminare un modello economico così dannoso per la nostra salute e per l’ambiente, allora quel negoziato potrebbe essere una fonte importantissima per rendere effettive alcune delle idee emerse dalla Conferenza di Santa Marta sulla Fossil Fuels Transition.
Uno dei rischi della transizione è che venga gestita riproducendo le stesse ingiustizie che hanno alimentato la crisi climatica: estrattivismo, sacrificio dei territori, debito, esclusione delle comunità e dei popoli indigeni. Quali criteri minimi dovrebbe rispettare una transizione fuori dai fossili per essere davvero compatibile con la giustizia climatica e con i diritti umani?
Prima di tutto, dovrebbe rispettare i diritti delle popolazioni indigene e delle comunità locali, a partire da quelle in contesti rurali. Spesso pensiamo che le violazioni dei diritti umani di questo tipo di comunità siano lontane da noi e non ci riguardino. In realtà sono proprio le loro vite e il loro tipo di conoscenze che ci fanno capire come un danno all’ambiente, anche lontano, abbia ripercussioni ampie sulla salute umana, sull’accesso all’acqua e al cibo nell’immediato futuro per tutte e tutti. Proteggere i loro diritti significa quindi garantire una migliore protezione del diritto a un ambiente sano e alla salute in generale.
La seconda area di diritti essenziali da garantire riguarda il diritto alla partecipazione nei processi decisionali, fondata sul diritto all’accesso all’informazione. Questo, tra l’altro, è l’argomento del mio rapporto del 2024 nell’ambito del mio mandato. Non abbiamo informazioni di base su questioni fondamentali: se i nostri Stati stiano facendo abbastanza per proteggerci dal cambiamento climatico; quali siano i danni dei combustibili fossili in quanto tali; quali siano i danni della plastica e dei prodotti petrolchimici presenti nel nostro sistema alimentare sulla nostra salute. Queste informazioni non sono accessibili. In parte perché le imprese non condividono le conoscenze che hanno da decenni sui danni prevedibili all’ambiente e alla salute. In parte perché i nostri governi non adottano misure legislative e strumenti di enforcement per metterle in pratica. Qualsiasi cittadino dovrebbe poter capire che uscire da un’economia basata sui combustibili fossili è l’intervento più potente di protezione della salute che si potrebbe fare oggi, ed è anche l’intervento più importante per l’equità economica.
Tutti noi stiamo osservando un incremento dei costi della vita e un abbassamento della qualità della vita direttamente collegati all’economia dei combustibili fossili. Ma questa non è una consapevolezza diffusa perché non si informa in maniera corretta sulle conseguenze della dipendenza dai fossili, mentre è nostro diritto che lo si faccia.
Leggi anche: Caroline Avan (BHRC): “Incoerenza sui diritti umani nei progetti sulle materie prime critiche fuori UE”
In molti Paesi l’uscita dai combustibili fossili è ostacolata anche da strumenti giuridici, come i trattati di protezione degli investimenti e i meccanismi ISDS, che permettono alle imprese di citare in giudizio gli Stati quando adottano politiche climatiche e di protezione dei diritti umani. È un punto che lei ha affrontato nel suo lavoro?
Sì, ed è un punto essenziale. Anche questa è una conversazione che esiste da decenni, ma era limitata a gruppi di esperti giuridici molto specializzati. Ora ci rendiamo conto, nel concreto della crisi climatica e del tentativo di uscire dall’economia dei combustibili fossili, che questa è una barriera essenziale e che è urgente rimuoverla. In effetti, è un meccanismo creato proprio dalle compagnie dei combustibili fossili già dagli anni Settanta. Oggi queste imprese la stanno usando non solo direttamente, per portare in giudizio Paesi che cercano di proteggere l’ambiente e i propri cittadini, ma anche come strumento di minaccia. I risarcimenti che derivano o che potrebbero derivare da questi procedimenti, che sono molto poco trasparenti, sono così esorbitanti che, per molti Paesi, già solo l’idea ha un effetto dissuasivo rispetto al varo di politiche pubbliche in contrasto con gli interessi delle compagnie fossili.
Lei ha partecipato alle giornate di lavoro della Conferenza di Santa Marta. Quali strumenti potrebbero essere utili per trasformare la spinta emersa in un percorso vincolante? E che rapporto vede tra Santa Marta, la COP30 e l’ipotesi, molto spinta soprattutto dal basso, di un Trattato di non proliferazione delle fonti fossili?
Prima di tutto è importante considerare che esistono già obblighi giuridici vincolanti per uscire dall’economia dei combustibili fossili. Ci sono il diritto internazionale generale, come ha ribadito anche la Corte internazionale di giustizia, il sistema dei diritti umani, come ho sostenuto nel mio rapporto, ma anche tutti gli altri obblighi che i Paesi hanno di proteggere l’ambiente, la stabilità climatica, il mare e la biodiversità. In realtà, anche gli stessi obiettivi dell’Accordo di Parigi non possono essere perseguiti senza un’uscita dai combustibili fossili.
Detto questo, è vero che ci sono molte aree in cui sarebbe utile avere norme più specifiche, o almeno un approccio più specifico di collaborazione e monitoraggio, per vedere dove stiamo facendo progressi e come altri Paesi possano ispirarsi.
Secondo me è importante seguire tutte queste strade allo stesso tempo: utilizzare le norme che già abbiamo — e infatti esiste già tutta una nuova ondata di contenziosi sul cambiamento climatico che ora prenderanno una prospettiva ancora più specializzata sui combustibili fossili — e, allo stesso tempo, utilizzare l’idea di costruire un trattato con i Paesi che vogliono adottare norme più specifiche che potrebbe avere una maggiore rilevanza ed effettività per loro.
Bisogna anche utilizzare le aree di negoziato già in corso. Non solo il trattato sulla responsabilità delle imprese, ma anche il trattato sulla plastica: quello potrebbe essere un ulteriore strumento per chiudere il rubinetto di un’area di enorme espansione dei combustibili fossili.
Lo stesso vale per il negoziato per una convenzione internazionale sulla tassazione. Le compagnie dei combustibili fossili non ricevono fondi solo direttamente, attraverso i sussidi, ma si arricchiscono anche attraverso l’evasione fiscale e i paradisi fiscali. È un’ulteriore modalità attraverso cui noi, come cittadini, perdiamo budget pubblico che finisce a favore delle compagnie fossili. È una perdita di risorse fiscali e quindi di finanziamenti che ci servirebbero per agire con più efficacia contro il cambiamento climatico e per compensare i danni alla salute provocati dalle attività estrattive.
Se potesse indicare il primo passo da fare domani verso l’abbandono delle fonti fossili, quale sarebbe?
Sarebbe un passo di public awareness: avere conversazioni pubbliche, a tutti i livelli – nazionale, cittadino, etc – sul perché dobbiamo e sul come possiamo liberarci dai combustibili fossili, elemento irrinunciabile per massimizzare il benessere di tutti e tutte.
Leggi anche: Basta “pubblicità fossili”: Firenze, Genova, Amsterdam e il nuovo fronte delle politiche climatiche
© Riproduzione riservata



