I numeri della bioeconomia nell’Unione Europea

La bioeconomia è uno dei pochi settori industriali dove l’UE registra tassi in crescita e, soprattutto, dove è possibile avere l’autosufficienza. Il Joint Research Centre ha fornito una serie di dati chiave. Quasi un posto di lavoro su dodici viene impiegato nella produzione e nella trasformazione di biomasse

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Redazione EconomiaCircolare.com

Che l’Unione Europea stia puntando sulla bioeconomia non è un mistero. A marzo 2026 il Consiglio UE ha approvato le conclusioni sulla strategia aggiornata per la bioeconomia, che a sua volta era stata adottata dalla Commissione il 27 novembre 2025. C’è un dato che più di tutti è emblematico, specie in questo periodo storico di guerre permanenti che mettono in evidenza le dipendenze europee dalle importazioni estere: secondo recenti relazioni, l’UE è ampiamente autosufficiente per quanto riguarda l’approvvigionamento di biomassa (pari a circa il 90%). 

Il Consiglio ha chiesto comunque agli Stati membri di garantire un approvvigionamento di biomassa sostenibile, in quanto ciò è essenziale per la sostenibilità economica a lungo termine della bioeconomia. E ha invitato gli Stati membri a utilizzare la biomassa in tutte le catene del valore in un modo efficiente sotto il profilo delle risorse che salvaguardi l’ambiente, nonché a promuovere l’uso di sottoprodotti, rifiuti organici e residui (biomassa secondaria). 

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In attesa che tali richieste vengano messe in pratica, la bioeconomia resta comunque uno dei pochi settori dove la crescita industriale è ancora possibile. A dirlo è un recente report del Joint Research Centre, il centro studi della Commissione Europea, che ha fornito una serie di dati chiave. 

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Cos’è la bioeconomia e cos’è la biomassa

“La bioeconomia dipende dalla capacità degli ecosistemi di rigenerare la biomassa e di sostenere i servizi chiave nel tempo – scrive il Joint Research Centre – La biomassa funge da fondamento materiale finito della bioeconomia, eppure la sua estrazione dagli ecosistemi comporta significative conseguenze sociali, economiche e ambientali”.

Bioeconomia e biomassa, dunque, sono strettamente correlate. E una maggiore bioeconomia passa inevitabilmente da una biomassa sostenibile. Ecco perché il JRC aggiunge che “il rafforzamento delle fondamenta della bioeconomia richiede un passaggio da una logica prevalentemente estrattiva a una gestione rigenerativa, con una maggiore enfasi sulla raccolta sostenibile, un miglior recupero dei flussi secondari, le soluzioni basate sulla natura, il ripristino degli ecosistemi degradati e un’allocazione più efficiente delle limitate risorse biologiche tra usi concorrenti”.

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Dove va la domanda di biomassa

La domanda attuale di biomassa è distribuita principalmente tra alimenti, mangimi e lettiere (47%), produzione di energia (29%) e produzione di materiali (29%). Secondo le previsioni del JRC la domanda è destinata ad aumentare soprattutto per le applicazioni a valore aggiunto. “Nel 2023 – scrive il JRC – le plastiche e i polimeri di origine biologica rappresentavano solo circa l’1% della produzione annuale di plastica dell’UE], mentre le fibre di origine biologica mantenevano una quota del 30-40% della produzione tessile dell’UE. Nel settore delle costruzioni, i materiali rinnovabili come il legno e la canapa possono ridurre il carbonio incorporato negli edifici di circa il 40%, come indicato nel Quadro strategico per una bioeconomia UE competitiva e sostenibile. I fertilizzanti e i prodotti fitosanitari di origine biologica vengono sempre più utilizzati per ridurre la dipendenza da input sintetici e migliorare la fertilità del suolo. L’ampliamento di questa dinamica della domanda si basa su tecnologie all’avanguardia, tra cui bioraffinerie integrate, fermentazione avanzata e cattura e stoccaggio del carbonio biogenico” (resta qualche dubbio su queste tecnologie, come abbiamo raccontato più volte, nda).

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Le tendenze da qui a 10 anni indicano poi i progressi maggiori nella sicurezza alimentare, nell’efficienza energetica e nella riduzione della dipendenza dalle risorse non rinnovabili. La pesca fornisce un chiaro esempio di come la gestione rigenerativa abbia un impatto misurabile: la quota di stock ittici nelle acque dell’UE sfruttati a un rendimento massimo sostenibile o inferiore è aumentata dal 28% (2003) al 70% (2022). Tuttavia, segnala ancora il JRC, permangono sfide ambientali e climatiche persistenti, in particolare il fallimento delle politiche legate alle cosiddette emissioni del suolo, note con l’acronimo LULUCF (uso del suolo, cambiamento di uso del suolo e silvicoltura) e il deterioramento degli habitat terrestri e della diversità delle specie.

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Tutto il lavoro che muove la bioeconomia

Nel 2023  i settori della produzione e trasformazione della biomassa hanno impiegato 17,1 milioni di persone – quasi un posto di lavoro su 12 nei 27 Stati membri dell’Unione Europea –  e hanno generato un valore aggiunto di 863 miliardi di euro, contribuendo al 5% del PIL dell’Unione Europea. Gli investimenti in ricerca e sviluppo in questi settori rappresentano il 9% della spesa totale in ricerca e sviluppo delle imprese dell’UE. 

Si tratta di settori, come riconosce il Joint Research Centre, che sono cresciuti più rapidamente dell’economia nel suo complesso nell’ultimo decennio, dimostrando un potenziale essenziale per promuovere la competitività europea a lungo termine e l’autonomia strategica. Altro che automotive, riarmo o fonti fossili: è valorizzando la bioeconomia sostenibile che l’UE può puntare ad avere un ruolo ancora cruciale nelle dinamiche globali. Una lezione che inevitabilmente passa da un necessario e contemporaneo rafforzamento dell’economia circolare.

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