Altro che “just transition”. Auto elettriche, energie rinnovabili e infrastrutture digitali producono benefici importanti, lo sappiamo, e pur tra mille ostacoli la rotta verso la transizione ecologica e digitale è tracciata, ma col rischio molto concreto di trasferire i costi sociali, sanitari e ambientali sulle comunità più povere e vulnerabili. In altre parole, la transizione rischia di essere pulita e sostenibile per chi impiega la tecnologia, molto meno invece per chi vive nei territori di estrazione. “Lo sviluppo delle tecnologie che rendono possibile un futuro sostenibile sta generando gravi crisi ambientali e sanitarie, spesso nascoste, che il mondo non riesce a individuare né ad affrontare” si legge in un recente rapporto dello United Nations University Institute for Water, Environment and Health (UNU–INWEH).
Gli autori del documento – “Critical Minerals, Water Insecurity and Injustice” – ricordano che una trasformazione è davvero sostenibile solo se è socialmente giusta (e anche le politiche UE lo prevedono): “Non si può definire una transizione ‘verde’, ‘sostenibile’ e ‘giusta’ se ci si limita a trasferire il danno ambientale dai ricchi ai poveri e da un gruppo di persone o da una regione all’altra”, ha detto Kaveh Madani, direttore dell’UNU-INWEH, che ha guidato il gruppo di ricerca. I paesi protagonisti della transizione come l’Europa non possono diventare net zero a scapito dei paesi poveri, replicando in tutto e per tutto le dinamiche di un’economia lineare, estrattivista e basata sulle fonti fossili (come denunciato anche dalla relatrice ONU su clima e diritti umani Elisa Morgera).
Il report UNU-INWEH contiene quindi una lucida critica all’idea, dominante, che l’innovazione tecnologica sia di per sé progressista e porti sviluppo. “Le rivoluzioni tecnologiche sono necessarie e utili. Tuttavia – ribadisce Madani – se vogliamo che tutto il mondo ne tragga beneficio in modo equo, dobbiamo essere consapevoli delle loro conseguenze indesiderate e affrontarle in modo proattivo”.
Il petrolio del XXI secolo
L’UNU definisce i minerali critici come “petrolio del XXI secolo” e costruisce un parallelo preciso e preoccupante con la storia dell’estrazione fossile. Perché come avviene per le risorse fossili, i territori che sopportano i danni legati all’estrazione rischiano anche di non vedere i benefici economici e sociali promessi. La differenza è che oggi questa dinamica viene giustificata in nome della lotta alla crisi climatica e della decarbonizzazione.
Il rapporto insiste molto sul consumo idrico. L’estrazione dei minerali critici richiede quantità enormi di acqua e finisce per competere con gli usi agricoli e domestici. È qui che la nozione di “insicurezza idrica” diventa centrale: non si parla solo di mancanza assoluta di acqua, ma anche di accesso più difficile, di peggioramento della qualità e di perdita di controllo da parte delle comunità locali. Gli autori mostrano che il problema non è marginale, bensì strutturale.
Il report sottolinea “l’elevato fabbisogno idrico legato all’estrazione dei minerali critici” e spiega che le comunità più vicine alle miniere ne pagano il prezzo. Un esempio? Per produrre una tonnellata di litio, spiegano l’UNU, servono 1,9 milioni di litri d’acqua. Un sito medio da 11.000 tonnellate d litio annue usa circa 20 miliardi di litri d’acqua, “sufficiente a coprire il fabbisogno idrico domestico annuale di 2,8 milioni di persone nell’Africa subsahariana”. E nel 2024 la produzione globale di litio, circa 240.000 tonnellate, ha richiesto 456 miliardi di litri, “equivalenti al fabbisogno domestico annuo di 62 milioni di persone nell’Africa subsahariana, cioè circa la popolazione della Tanzania”.
Leggi anche: Caroline Avan (BHRC): “Incoerenza sui diritti umani nei progetti sulle materie prime critiche fuori UE”
Atacama e Uyuni, dove la transizione confligge con agricoltura e vita quotidiana
Il documento descrive alcuni casi simbolici. Nel Salar de Atacama, il deserto salato in Cile, l’estrazione del litio assorbe fino al 65% dell’uso idrico regionale, aggravando la concorrenza con agricoltura e usi civili e contribuendo all’abbassamento delle falde: “Tra il 1990 e il 2015, il livello delle falde acquifere nelle zone in cui sono presenti pozzi di salamoia (da cui si estrae il litio, ndr) è sceso fino a nove metri”.
In Bolivia, nell’area di Uyuni, l’attività mineraria rende sempre più difficile coltivare quinoa, alimento e reddito essenziale per le comunità locali. La transizione energetica può quindi erodere la sicurezza alimentare e l’economia di territori già fragili.
Ma anche l’Africa rischia di essere uno dei protagonisti dimenticati dell’innovazione tecnologica.
Estrazione e malformazioni nella Repubblica Democratica del Congo
Nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), uno dei principali produttori globali di cobalto, “l’inquinamento idrico causato dalle attività minerarie sta provocando gravi emergenze sanitarie. […] Nella Repubblica Democratica del Congo, il 72% delle persone che vive nei pressi dei siti minerari ha segnalato disturbi cutanei, mentre il 56% delle donne e delle ragazze ha segnalato problemi ginecologici”. Di più: “I tassi di malformazioni congenite nei reparti di ostetricia situati in prossimità delle zone minerarie sono nettamente più elevati rispetto a quelli registrati in aree più distanti”.
A questo si aggiunge una dimensione meno visibile ma altrettanto grave: l’impatto psicologico: “Gli abitanti delle comunità minerarie di Calama, in Cile, e di Mibanze, nella Repubblica Democratica del Congo, raccontano di vivere in uno stato di paura e ansia costanti, con la sensazione di essere ‘sacrificati’ affinché le regioni più ricche possano progredire”.
Leggi anche: Il costo del dominio della Cina sulle materie prime critiche? Oltre 120 miliardi di dollari
Materie prime critiche e comunità fragili
E il report ricorda che le stime prevedono che per raggiungere gli obiettivi climatici globali servirebbe un aumento di nove volte della domanda di litio e il raddoppio della domanda di cobalto e nichel entro il 2040. Allargando lo sguardo, circa il 16% delle riserve di minerali critici si trova in aree già sottoposte a forte stress idrico, mentre il 54% dei minerali della transizione è collocato su o vicino a territori indigeni. Questo ovviamente significa che i costi ambientali delle nuove tecnologie e infrastrutture verdi (pannelli fotovoltaici, pale eoliche, inverter, batterie) e digitali (data center, AI) non colpiranno a caso ma saranno spesso a carico di comunità che partono già da condizioni di vulnerabilità ecologica, sociale e politica e che dalla transizione avranno probabilmente meno benefici.
Materie prime e rifiuti, un rapporto uno a due
L’altra faccia oscura dell’estrazione delle materie necessarie per la transizione è l’enorme produzione di scarti. Il rapporto spiega che per ogni tonnellata di terre rare “hard-to-extract” (difficili da estrarre) si generano circa 2.000 tonnellate di rifiuti tossici: acque reflue industriali, rifiuti radioattivi, reflui minerari (in particolare metalli pesanti, composti dello zolfo e acidi industriali, fanghi). Nel 2024 la produzione globale di terre rare ne avrebbe generati 707 milioni di tonnellate. Se li volessimo mettere tutti insieme e portarli in discarica servirebbero circa 59 milioni di camion della spazzatura, “un numero tale da formare una fila in grado di fare 13 volte il giro dell’equatore), calcolano i ricercatori.

Leggi anche: Materie prime critiche, dal contenuto al riciclo: perché sapere “quanto materiale c’è” non basta
Nuove “zone di sacrificio”
Tra le piaghe dell’attività estrattiva nel sud del mondo, il report UNU sottolinea anche lo sfruttamento del lavoro di bambine e bambini. “Circa il 30% dei siti minerari nella Repubblica Democratica del Congo impiega bambini, che in genere non godono delle protezioni di base in materia di salute e sicurezza”.
La transizione verso l’energia verde “è una delle imprese più importanti del nostro tempo. Ma i dati che abbiamo raccolto dimostrano che le comunità che svolgono il lavoro di estrazione, respirano la polvere e perdono l’accesso all’acqua pulita sono in gran parte escluse dai suoi benefici”, afferma Abraham Nunbogu, ricercatore dell’UNU-INWEH e autore principale del rapporto.
Come avvenuto fino ad oggi nelle dinamiche estrattive e coloniali, “senza un intervento politico mirato”, la transizione energetica rischia di ripetere lo stesso schema tossico e ingiusto, creando nuove “zone di sacrificio” in regioni ricche di risorse minerarie ma economicamente emarginate.
Emerge chiaramente il paradosso di una rivoluzione green di questo tipo: “Senza meccanismi di controllo efficaci, proprio gli obiettivi pensati per proteggere il pianeta possono accelerare crisi dell’acqua, della salute e dell’ingiustizia nelle comunità meno responsabili del cambiamento climatico”, denuncia Madani.
Paradosso nel paradosso, i benefici economici di questo sacrificio sono appannaggio esclusivo del nord ricco e industrializzato. “Nella Repubblica Democratica del Congo, oltre l’80% della produzione mineraria è controllata da miniere industriali straniere, il che limita i benefici economici per la popolazione locale”. E le conseguenze si vedono: “Nonostante le vaste ricchezze minerarie del Paese, oltre il 70% della popolazione della Repubblica Democratica del Congo vive con meno di 2,15 dollari al giorno”.
Non solo Sud del mondo: un problema globale
Pur concentrandosi su aree ad alto rischio come il Triangolo del litio e la RDC, il rapporto chiarisce che non si tratta di un problema limitato ai paesi poveri o lontani. Negli Stati Uniti, la miniera di Thacker Pass in Nevada richiederebbe fino a 3,5 miliardi di litri d’acqua all’anno, sottraendo diritti idrici alle comunità agricole della Quinn River Valley. In Canada, il disastro della miniera Mount Polley del 2014 – circa 25 milioni di metri cubi di rifiuti tossici in fiumi e laghi, con contaminazione di fonti di acqua potabile – viene citato come esempio di inquinamento massiccia e danno alle comunità indigene e locali.
Leggi anche: A Santa Marta la scienza apre il cantiere dell’uscita dalle fossili
Necessarie più regole e più economia circolare
Un altro elemento centrale del rapporto è la denuncia della mancanza di dati pubblici affidabili su uso dell’acqua e inquinamento nei siti minerari. Senza dati pubblici e liberamente accessibili e verificabili, spiegano gli autori, diventa quasi impossibile chiedere conto alle aziende e ai governi.
All’analisi dei rischi seguono poi le indicazioni per scongiurarli: la transizione digitale ed energetica non va certamente abbandonata, va invece assolutamente ripensata nelle sue regole, nelle sue metriche e nei suoi obblighi verso i territori di estrazione.
Lo United Nations University Institute for Water, Environment and Health chiede standard internazionali obbligatori di due diligence (quella due diligence che l’Europa ha reso meno efficace), meccanismi giuridicamente vincolanti per approvvigionamento etico e giustizia ambientale, controlli stringenti su inquinamento e reflui, monitoraggio indipendente dell’uso dell’acqua e della contaminazione da metalli pesanti. Chiede anche accordi obbligatori di condivisione dei benefici con le comunità, il consenso libero, previo e informato per i popoli indigeni, sistemi sanitari più robusti nelle aree minerarie e investimenti nell’economia circolare, necessaria a per ridurre col riciclo la pressione sul pianeta.
Altrimenti, avverte l’UNU, non faremo altro che allontanare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU.
© Riproduzione riservata



