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La richiesta si ripete: mettere ordine nel caos dei rating ESG, gli indicatori che misurano l’impegno di un’azienda in termini di sostenibilità e responsabilità etica. Le principali agenzie di rating come MSCI, Sustainalytics, S&P Global e Bloomberg possono valutare la stessa azienda in modo molto diverso, anche guardando agli stessi aspetti: le emissioni, la composizione della forza lavoro, la governance. Uno studio di Florian Berg, Julian F Kölbel e Roberto Rigobon pubblicato su Review of Finance evidenzia come la stessa azienda possa risultare un leader in materia di sostenibilità secondo il punteggio di un’agenzia e un fanalino di coda secondo quello di un altro.
Di fronte a questa confusione, le autorità di controllo hanno proposto di armonizzare le metodologie di rating ESG. Questo vuol dire che le agenzie devono utilizzare gli stessi criteri di misurazione per rendere i punteggi confrontabili tra loro. L’Unione Europea si è spinta più avanti, regolamentando direttamente i fornitori di rating ESG. Nel 2023 l’International Sustainability Standards Board ha pubblicato due standard globali e circa 40 Paesi li hanno già adottati o si stanno muovendo in quella direzione.
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Il rischio del greenwashing
Oggi tre quarti delle società dell’indice S&P 500 – uno dei principali indici azionari del mondo – legano parte della retribuzione dei propri vertici a indicatori ambientali, sociali e di governance: emissioni di carbonio, diversità della forza lavoro, sicurezza sul lavoro. Se questi indicatori contano così tanto, avere un metro di misura condiviso dovrebbe rendere tutto più chiaro e comparabile.
Non è proprio così, secondo una ricerca di Pierre Chaigneau, professore associato alla Smith School of Business della Queen’s University, in Ontario, e del collega Nicolas Sahuguet. I due sostengono che spingere verso un unico standard rischia di produrre il greenwashing come effetto collaterale.
Se le/i CEO imparano a giocare con i numeri
La questione non è nuova: legare i bonus dei manager a punteggi ESG specifici li potrebbe portare a manipolare il sistema. Un’azienda non avrebbe più alcun bisogno di ridurre realmente le emissioni di carbonio, ad esempio, se può esternalizzare a fornitori terzi le fasi produttive più inquinanti. E chi è ai vertici sa esattamente come si costruisce il punteggio sulle emissioni di carbonio della propria azienda.

La scoperta di Chaigneau e Sahuguet
Chaigneau e Sahuguet hanno costruito un modello che simula il rapporto tra un manager e un consiglio di amministrazione attento alla responsabilità sociale. Qualunque sia l’indicatore scelto, secondo lo studio, i manager tenderebbero a manipolarlo: i bonus ESG finiscono sempre per distorcere un po’ le decisioni, spostando risorse verso ciò che fa salire il punteggio piuttosto che verso ciò che migliora davvero l’assetto aziendale in ottica di sostenibilità.
Questo spiegherebbe anche perché, nelle aziende con impegni reali e ambiziosi su clima e inclusione, la quota di retribuzione dei CEO legata agli indicatori ESG resti in genere modesta. È il modo in cui i consigli di amministrazione tengono sotto controllo il rischio di manipolazione.
Lo standard ESG unico
La tanto criticata frammentazione attuale delle metodologie di rating potrebbe in realtà proteggere dal greenwashing più di quanto si pensi. Quando le agenzie usano criteri diversi tra loro, manipolare il sistema diventa più complicato. Ciò che fa salire il punteggio secondo un’agenzia potrebbe non muovere di un millimetro quello di un’altra. Un dirigente consapevole che l’agenzia A guarda a un certo paniere di indicatori, la B a un altro e la C ad altri ancora, difficilmente riuscirebbe ad accontentarle tutte senza migliorare davvero la sostanza delle cose.
Un unico standard ufficiale, al contrario, dà a ogni CEO un preciso e unico obiettivo su cui concentrare gli sforzi. E una volta che la metodologia diventa pubblica e prevedibile, si allarga la distanza tra “centrare l’indicatore” e “migliorare davvero le prestazioni”, dice lo studio. Un’operazione di greenwashing da manuale.
Per gli autori della ricerca, perché l’armonizzazione sia davvero un passo avanti, lo standard unico dovrebbe essere sensibilmente migliore del mosaico di rating che andrebbe a sostituire. E non è semplice.

Valorizzare la diversità dei sistemi di rating
Il punto della ricerca non è la demonizzazione del rating ESG unico, bensì il fatto che il disaccordo tra i valutatori come “difetto” meriti più attenzione di quanta ne abbia ricevuta finora. Il disaccordo ha un costo, certo, ma anche un beneficio: limitando la capacità dei manager di aggirare un singolo parametro, più metriche indipendenti possono rendere gli incentivi ESG più efficaci.
Per chi lavora alla costruzione di un grande standard globale unico, la conclusione è un invito alla prudenza: preservare un po’ di indipendenza tra i diversi sistemi di rating potrebbe non essere un problema da risolvere, ma un’opportunità da proteggere.
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