“Il turismo italiano è ancora troppo concentrato su poche città e sul modello della grande bellezza da ammirare”. Federico Massimo Ceschin, presidente di Simtur (Società Italiana Professionisti della Mobilità e del Turismo Sostenibili), propone un cambio di paradigma: dalla sostenibilità, che punta a ridurre il danno, alla rigenerazione, che punta a restituire valore ai territori attraverso lentezza e riscoperta della ruralità.
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Che cos’è Simtur e perché ha recentemente cambiato il suo nome e la sua missione, passando da un approccio “sostenibile” a uno “rigenerativo”? Qual è la differenza tra i due paradigmi?
Mentre l’approccio sostenibile dichiara la missione di ridurre il danno, quello rigenerativo parla di restituzione: immagina paradigmi e indicatori che consentano alle comunità e ai territori di disegnare nuove forme di economia capaci non solo di conservare le risorse, ma di rigenerarle, restituendo valore ai territori stessi. Simtur nasce nel 2019, quando monopattini, bike sharing e auto elettriche erano agli inizi. Ci sembrava opportuno sollecitare l’opinione pubblica a comprendere il portato della mobilità lenta e sostenibile.

Dopo la pandemia il tema della mobilità è stato ampiamente indagato, e nell’etica collettiva l’idea di rallentare lo spostamento per attraversare più dolcemente i territori sembra ormai acquisita. Le nuove domande di mercato, nei trasporti e nel turismo, vanno tutte nella direzione di lentezza, autenticità, relazione con i luoghi e le persone. Per questo il turismo rigenerativo propone il paradigma del benessere integrato e quindi non più lentezza strumentale a diminuire l’impatto, appunto, ma una lentezza capace di cogliere appieno le ricchezze, le risorse dei territori e generare opportunità di benessere per quelli che chiamiamo visitatori residenti e visitatori contemporanei.
L’Unione Europea ha intrapreso un percorso di transizione verso il turismo rigenerativo, integrando aspetti economici, ambientali e sociali. Quali cambiamenti possiamo aspettarci a valle di queste novità?
Il transition pathway della Commissione Europea aveva già disegnato questa declinazione della sostenibilità, nel rispetto dei tre pilastri. Nel frattempo l’Agenda 2030, e quindi la Carta europea del turismo 2030, ha dovuto fare i conti con le “5 P” (People, Planet, Prosperity, Peace, Partnership) e con gli indicatori ESG, per ridurre gli impatti e aumentare il valore delle risorse. Questa evoluzione, nel 2025, è stata sospinta da un documento di iniziativa del Comitato Economico e Sociale Europeo, partecipato dalle associazioni di categoria di tutti i Paesi membri, che chiede formalmente alla Commissione Europea di introdurre misure premiali per i progetti di turismo rigenerativo. Tra le buone pratiche individuate ci sono le riserve MaB (Man and Biosphere) dell’UNESCO, capofila in Italia il Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano. Al loro interno esistono già meccanismi di restituzione: una parte del valore generato dal turismo viene reinvestita in formule di rigenerazione ambientale, sociale ed economica. Stiamo cercando di replicare questo modello anche fuori dalle aree protette.
Quali sono le implicazioni per il turismo rigenerativo in situazioni geopolitiche complesse come quella che stiamo vivendo? Esistono linee guida per affrontare queste problematiche in modo etico e responsabile?
Mentirei se dicessi di sì: Simtur non ha una dimensione internazionale tale da poter dare linee guida globali. Il nostro lavoro guarda al “bel Paese”, nella speranza che non sia più soltanto il luogo della bellezza, ma anche del benessere e del buon vivere. Stiamo individuando e formalizzando parametri che misurano tre dimensioni fondamentali: bellezza, lentezza e gentilezza.
La bellezza del “bel Paese” non basta più: genera una rendita di posizione, e l’Italia compete sui mercati internazionali con due soli prodotti turistici maturi – città d’arte e balneari – ignorando il 72% del territorio nazionale classificato come area interna. Apro una piccola parentesi: negli studi internazionali sul Patto Rurale Europeo, l’Italia viene indicata come rurale al 99%. Roma, ad esempio, è la capitale più verde d’Europa ed è anche la città metropolitana con la maggiore estensione di suolo coltivato all’interno del proprio perimetro. Per noi è paradigmatica dell’intera Italia. L’Italia è un Paese piccolo, 1.200 km dalle Alpi Aurine a Lampedusa, profondamente rurale, montuoso o collinare per l’82%.
E in un Paese piccolo, come si inserisce la politica dei “grandi eventi”?
La politica delle grandi infrastrutture e dei grandi eventi, in un paese così piccolo, non ha senso. Ha senso invece la micromobilità, l’intermodalità, la multimodalità, una politica dell’ultimo miglio, eredità della prima formulazione di Simtur: “mobilità e turismo”. I nostri territori sono abituati a lamentare l’infrastruttura che manca piuttosto che valorizzare quella esistente. È un “pianto greco” che sento dal Friuli alla Sardegna, dalla Calabria al Piemonte. Occorrerebbe guardare all’infrastruttura immateriale esistente, come le strade bianche e la rete dei sentieri, perché è proprio questo che chiedono i mercati: poter vivere qualche giorno da italiani, ammirare il nostro stile di vita, la cucina, la moda, il design, sedersi al tavolino di una piazza.
Le analisi di ENIT, del Ministero del Turismo e gli studi demoscopici svelano questo arcano: il mondo riconosce all’Italia poca precisione e poca tecnologia rispetto a Germania, Francia, Inghilterra, ma un’enorme desiderabilità per lo stile di vita. È su questo che dovremmo investire per il futuro, e non sui grandi ponti, le grandi ferrovie ad alta velocità, pur necessarie, certo.

Una battuta: nel PNRR sono stati investiti diversi miliardi per il doppio binario sulla tratta Lecce-Bologna, con un cantiere aperto da 5 anni e un impatto ambientale enorme, che quando sarà finito farà risparmiare un quarto d’ora di viaggio. Mi chiedo se valesse davvero la pena. Chi ha fatto 8-10 ore di volo per arrivare in Italia non impazzisce per un quarto d’ora in più; dovremmo concentrarci su problemi concreti, come il fatto che da Fiumicino può servire un’intera giornata per arrivare a Termoli, perché non ci sono coincidenze e su certi treni non si può salire con la bici.
Solo di consumi energetici, le Olimpiadi sono costate quanto offrire una pizza a tutti i cittadini degli Stati Uniti. Anche il PNRR è in parte un’operazione a debito dei nostri figli che gonfia la metrica del PIL, la stessa che Kennedy, presentandola al Congresso, disse non poter riassumere il benessere dei popoli. Continuiamo a pensare che un cantiere sia uno sviluppo, ma la letteratura economica internazionale dimostra il contrario.
Rispetto al turismo rigenerativo, che cosa possono fare i governi nazionali e, più nel piccolo, le regioni e i comuni?
Possono fare tantissimo, ognuno nel proprio perimetro. La bellezza finora è stata un vanto: abbiamo più siti UNESCO di tutto il mondo, ma questo vanto finisce lì, invece di diventare un elemento strutturale. Il patrimonio è vivo e pulsante, come dice la Convenzione di Faro (Convenzione-quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, ndr), non un giacimento che giace. Non possiamo dire “abbiamo un patrimonio”, dovremmo dire “noi siamo patrimonio”.
Per cambiare questa visione occorre intervenire su scuola, università e media: non c’è un vero divulgatore della bellezza, a parte Alberto Angela, e manca un divulgatore del turismo, in un Paese che vive di turismo (proiezione 17-18% del PIL nei prossimi anni). Dati di Google e Deloitte, ripresi dalla Banca Mondiale, dicono che oggi abbiamo 141 milioni di visitatori, che diventeranno 200 milioni nel 2040, concentrati sempre nelle stesse nove città. Rendere strutturale la bellezza significa renderla accessibile, abitata dagli italiani e dai visitatori: abitare è la bellezza.
La lentezza è la leva attraverso cui si percepisce e si abita la bellezza: se non rallenti non la percepisci. I paesaggi storici rurali, da poco riuniti in un registro del Ministero dell’Agricoltura, sono la nostra identità vera: Agro Pontino, Baraggia, Pianura Padana, Tavoliere. Dopo “Italia”, i mercati cercano “Toscana”, “Chianti”, “Cinque Terre”, “Costiera Amalfitana”. Le regioni potrebbero istituire partenariati locali per l’economia dei visitatori, capaci di rendere abitabile la bellezza con nuovi posizionamenti legati alle esperienze.
La gentilezza, infine, non è un fattore privo di impatto economico, come insegnano grandi pensatori come Amartya Sen (Premio Nobel per l’Economia nel 1998, ndr). È virale: un atto di gentilezza ne provoca un altro, genera accoglienza, relazione, e nelle relazioni c’è valore. Fedeltà, ritorno, amore per i luoghi, restituzione. Un esempio straordinario è Copenaghen, con il programma CopenPay: comportandoti in modo virtuoso (lasciando la macchina fuori, riciclando) ricevi token da usare per musei e visite guidate. Vieni ripagato dalla destinazione perché ti comporti bene.
In un suo discorso ha parlato di una classe dirigente “coraggiosa”, necessaria per perseguire l’obiettivo del turismo rigenerativo. Che caratteristiche dovrebbe avere?
Il coraggio è l’elemento di fondo, perché ogni cambiamento infastidisce tutti. Siamo tutti resistenti, anche noi che lo predichiamo. Il vero problema è che la politica ha cicli di vita brevi e cerca il consenso immediato, spingendo a un’ottica di profitto immediato, esattamente come le imprese. Chi guarda alla visione di lungo periodo? Forse solo la Chiesa.
Ci manca una classe dirigente capace di ripescare visioni datate ma non superate: Olivetti scrisse nel 1957 “Il cammino della comunità”, un libro che dovrebbe essere sul comodino di ogni amministratore. Non siamo la quinta potenza del mondo, non siamo competitivi sotto quasi nessun aspetto, ma siamo la patria della bellezza, della creatività, del design. Di questo dovremmo farci non solo vanto nelle classifiche UNESCO, ma chiederci cosa producono questi siti in termini di benessere e qualità della vita.
Servono nuovi parametri, e per averli servono scelte coraggiose e coerenti: coerenza con il meglio che l’Italia ha saputo produrre, e coraggio per capire che non è il numero dei turisti a qualificare i luoghi, ma la qualità delle relazioni con i visitatori. Cosa apportano, cosa consumano, ma anche cosa lasciano.
Quale dovrebbe essere il ruolo delle tecnologie digitali nell’evoluzione del turismo rigenerativo?
Connessione, ma non nel senso più banale del termine. Se scendo a Fiumicino, devo poter arrivare a Campobasso o a Viterbo in modo adeguato, sapendo sempre dove mi trovo e quali servizi mi circondano. La tecnologia deve essere abilitante per chi vuole restare nei territori: abbiamo un grande tema di “restanza”, di fronte a un nuovo esodo di cervelli e giovani laureati che vale, secondo alcune stime, il 2,7% del PIL. Ci preoccupiamo per un punto di PIL in meno, e non per questo.
L’Istat prevede che nel 2060 saremo superati anche dalla Spagna come numero di abitanti, e che l’inverno demografico ci farà perdere altri 5-7 milioni di italiani entro il 2075. La tecnologia, dalla telemedicina alla mobilità, può ritessere un tessuto sfibrato. Penso a chi impiega due giorni con i mezzi pubblici per andare dal Gargano all’Isola d’Elba. E può offrire nuove opportunità di impiego e imprenditoria nelle aree interne.
Affrontato il problema dell’emigrazione e dell’inverno demografico, bisogna concentrarsi su un turismo che, per essere rigenerativo, esca dalle mete del Grand Tour e permei tutto il territorio nazionale, riscoprendo la ruralità. Stiamo costituendo una fondazione che si chiamerà “Rinascimento Rurale”, per promuovere la ruralità come terzo pilastro dell’offerta turistica nazionale.
Lo facciamo perché una cosa giusta si realizza solo quando diventa anche conveniente. Indicare la via della convenienza potrebbe essere la strada per far capire quanto sia vantaggioso investire nella ruralità: gli studi internazionali ci dicono che per ogni euro investito se ne generano due di ricchezza nazionale.
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