“Tutto quello che ha un pizzico di vita dentro merita la nostra attenzione”. Intervista a Michele De Lucchi

L'architetto Michele De Lucchi ripercorre gli anni della sua formazione tra Firenze e Padova, e i primi incontri con i temi ambientali. Da qui nasce una riflessione sulla “trasformabilità” e su un futuro in cui il design deve giocare un ruolo necessariamente positivo per il Pianeta

Silvia Santucci
Silvia Santucci
Giornalista pubblicista, dal 2011 ha collaborato con diverse testate online della città dell'Aquila, seguendone le vicende post-sisma. Ha frequentato il Corso EuroMediteraneo di Gioralismo ambientale "Laura Conti". Ha lavorato come ufficio stampa e social media manager di diversi progetti, tra cui il progetto "Foresta Modello" dell'International Model Forest Network. Nel 2019 le viene assegnata una menzione speciale dalla giuria del premio giornalistico "Guido Polidoro". Dal 2021 lavora all'interno della squadra di EconomiaCircolare.com come redattrice. Da gennaio 2025 è socia della cooperativa Editrice Circolare

C’è chi dice che per andare avanti non bisogna mai voltarsi indietro. Eppure il presente è la rappresentazione di un passato che ha modellato la nostra cultura, le nostre scelte, il nostro Pianeta. Michele De Lucchiarchitetto di fama internazionale, designer, artista e fondatore dello studio AMDL CIRCLE — in questa intervista ci riporta indietro, agli anni della sua giovinezza, per poi proiettarci nel 2050, quando il presente sarà dei suoi pronipoti. Perché il design non può fare a meno di confrontarsi con una realtà fatta sì di una rapidissima digitalizzazione, ma anche di un depauperamento delle risorse senza precedenti.

La video-intervista è stata realizzata nell’ambito dell’evento PNRR “Systemic Design e Made in Italy. Le nuove rotte internazionali della progettazione, tra heritage e innovazione”, organizzato da ISIA Roma Design.

Il primo incontro con le problematiche ambientali

C’è un momento nella vita, professionale o personale, in cui ognuno di noi ha iniziato a confrontarsi con i temi della sostenibilità, in maniera più o meno attiva; e più si va indietro nel tempo, più questo incontro è stato, per forza di cose, tardivo.

“Io sono veneto di origine, – racconta De Lucchi – ho studiato a Padova con mio fratello gemello, poi quando ho scelto che cosa studiare all’università sono andato a Firenze. In quei sei anni passati a Firenze, non ricordo di aver mai sentito parlare di sostenibilità, non ho mai sentito parlare di ecologia, non ho mai sentito parlare di questo tema e di questo problema. Erano la fine degli anni Sessanta, l’inizio degli anni Settanta; forse il tema esisteva già nella mente di qualcuno o nei dibattiti tra qualche gruppo di intellettuali, ma certo non c’era a scuola, non c’era all’università, certo non c’era nel mondo degli architetti. Non abbiamo mai affrontato il problema delle risorse, del fatto che stavamo consumando troppo”.

Quando però il giovane architetto si imbatte per la prima volta nei temi ambientali e nei problemi che ne derivano, cerca subito di fare qualcosa, fondando con un gruppo di amici di Padova un collettivo di architettura radicale chiamato CAVART, cioè l’arte delle cave. “Abbiamo fatto delle manifestazioni sulle cave dei Colli Euganei, delle cave nella zona tra Padova e Venezia, dove si estraeva – perché oggi non si estrae più – la trachite, che è il materiale con il quale è stata pavimentata Venezia”. Anni di contestazioni che formano non solo la persona, ma anche e soprattutto l’artista.

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Il ruolo del design nei tempi bui

Oggi tutto è diverso, ma il design continua ad essere essenziale per la conversione ecologica. Secondo De Lucchi ha un ruolo molto importante oggi nella società, e per fortuna è anche sempre più riconosciuto. Questo perché, spiega: “il design, come tutte le attività creative, come l’architettura e l’arte in generale, ha lo scopo di buttare in avanti il pensiero, buttare la nostra fantasia in avanti verso il futuro. E questo gettare in avanti la fantasia — che poi vuol dire sognare — è una cosa semplice e anche molto bella che andrebbe valorizzata di più. Ecco, questo buttare avanti l’immaginazione ha senso se la buttiamo avanti in maniera positiva, cioè se siamo ottimisti, se crediamo che il futuro possa essere migliore del passato e del presente. Questo è il compito del design: individuare e divulgare un’idea positiva del mondo”.

 
 
 
 
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L’era esponenziale e le speranze per il 2050

De Lucchi ha poi sottolineato come oggi si parli di era esponenziale, nella quale tutto accelera a ritmi vertiginosi. Dal primo computer Apple nel 1981, siamo arrivati a usare l’AI nella vita quotidiana da appena un paio d’anni e già la nostra realtà sta cambiando al passo della tecnologia, e viceversa. Un processo, più che una peculiarità, che De Lucchi identifica come una “trasformabilità” sempre più accelerata.

“Non credo che arriverà un momento nel quale gli uomini, soprattutto gli architetti e i designer, raggiungeranno lo splendore della conoscenza, perché non è possibile. – chiosa il designer – Però potremmo scoprire lo splendore della responsabilità. Dunque nel 2050 mi auguro che ci sia molta più responsabilità in quello che facciamo, in quello che pensiamo, in quello che proiettiamo nel futuro”.

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