Dentro la biosfera: la sostenibilità deve superare il dualismo natura-società

La sostenibilità è sempre più ambita e sempre più equivocata. Per questo una ricerca propone di superare la separazione tra natura e società, di stampo occidentale. Nel lavoro vengono individuate tre dimensioni che mostrano perché cambiare prospettiva è decisivo per affrontare crisi climatica e biodiversità

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Redazione EconomiaCircolare.com

Per troppo tempo la sostenibilità è stata raccontata come un equilibrio da trovare tra due mondi separati: da una parte la natura e dall’altra la società. Una distinzione comoda, ma sempre meno utile per capire crisi climatiche, perdita di biodiversità e scarsità di risorse.

Una ricerca pubblicata su Cell Reports Sustainability, e rilanciata dallo Stockholm Resilience Centre (il centro scientifico leader globale degli studi sulla sostenibilità, supportato dall’università di Stoccolma) ribalta questa impostazione: non esistono due sistemi distinti, ma un’unica biosfera. Vale a dire un sistema vivente nel quale organismi, ecosistemi, atmosfera, acqua e suolo evolvono insieme da milioni di anni. E in cui, dunque, umane ed ecosistemi sono intrecciati. 

La ricerca è innovativa sin dalla genesi, nel senso che è stata realizzata da 23 persone che lavorano nell’accademia e da due artisti che hanno sempre lavorato nel campo, appunto, della sostenibilità. L’idea chiave è semplice ma radicale: come esseri umani non siamo esterni alla natura, siamo dentro i suoi processi.

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Una sola biosfera, non due sistemi separati

Secondo le autrici e gli autori della ricerca, continuare a separare natura e società significa leggere male la realtà. Le crisi ambientali non sono “esterne” all’economia o alla politica: nascono dall’intreccio continuo tra attività umane e sistemi viventi.

Il punto di partenza dell’analisi è una critica a quella che viene definita una delle principali eredità della cultura scientifica occidentale: il dualismo tra uomo e natura. Una separazione apparentemente intuitiva, ma che ha contribuito a rafforzare l’idea secondo cui l’essere umano sarebbe un soggetto esterno agli ecosistemi, capace di modificarli, proteggerli o sfruttarli senza esserne realmente parte.

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È un’impostazione che continua a influenzare anche la ricerca. Da un lato si studiano i processi biologici, climatici ed ecologici; dall’altro quelli economici, sociali e culturali. Solo successivamente si cerca di collegarli, come se appartenessero a due universi differenti.

Secondo le autrici e gli autori, questa impostazione rischia oggi di diventare un ostacolo alla comprensione delle grandi crisi del nostro tempo. Il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, l’insicurezza alimentare o la scarsità di acqua dolce non sono infatti problemi esclusivamente ambientali né esclusivamente sociali: emergono dall’intreccio continuo tra processi ecologici e dinamiche umane.

La proposta avanzata nello studio è quindi quella di adottare il concetto di embeddedness, ovvero l’idea che l’umanità sia profondamente incorporata nella biosfera. Non si tratta semplicemente di riconoscere che dipendiamo dalla natura, ma di comprendere che siamo uno dei suoi elementi costitutivi, coinvolti nelle stesse reti di relazioni che regolano il funzionamento della vita sulla Terra.

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Tre modi per leggere l’integrazione

Si tratta di un’integrazione che è un vero e proprio cambio di prospettiva, perché considera gli esseri umani non più come attori esterni, né tantomeno osservatori, ma come parte della biosfera. Per comprendere meglio questo concetto vengono suggerite tre ulteriori dimensioni interpretative.

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La prima dimensione è quella compositiva: il corpo umano è un ecosistema. Il microbioma intestinale, formato da miliardi di microrganismi, dipende dall’ambiente, dal cibo e dagli ecosistemi che ci circondano. La nostra biologia non è autonoma.

La seconda è quella relazionale: ogni azione modifica reti più ampie. L’agricoltura, ad esempio, non produce solo cibo, ma cambia suoli, biodiversità e cicli dell’acqua, con effetti che tornano su salute e società.

La terza è quella evolutiva: gli impatti si accumulano nel tempo. L’agricoltura intensiva aumenta la produzione nel breve periodo, ma impoverisce i suoli e riduce la resilienza degli ecosistemi nel lungo.

In questo senso l’acqua è l’elemento vitale che più di ogni altre rende evidente questa interdipendenza. È infatti presente in tutti i sistemi viventi: nei corpi, nel suolo, nell’atmosfera. Ma è anche profondamente modificata dalle attività umane: uso del suolo, urbanizzazione e agricoltura influenzano disponibilità e cicli idrici. Le falde sotterranee, formate in migliaia di anni, vengono oggi consumate in tempi molto più rapidi. Uno squilibrio che mostra il divario tra tempi ecologici e tempi economici.

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Oltre una transizione solo tecnica

Questa rinnovata impostazione da parte della ricerca pubblicata su Cell Reports Sustainability ha conseguenze dirette sulle politiche ambientali.

La transizione ecologica non può limitarsi a ridurre emissioni o migliorare l’efficienza. Se siamo dentro la biosfera, non esiste un “fuori” da cui correggere gli impatti. Anche l’economia circolare cambia significato: non riguarda solo il riciclo dei materiali, ma la qualità delle relazioni con suolo, acqua e biodiversità, che sono la base di ogni produzione.

La sostenibilità, in questa prospettiva, non è un obiettivo tecnico ma una condizione delle relazioni tra sistemi viventi. Ecco perché le autrici e gli autori dello studio ribadiscono nelle conclusioni che la crisi climatica e la perdita di biodiversità non sono solo crisi ambientali, ma crisi di visione.

Continuare a separare natura e società significa non comprendere la struttura reale dei problemi. La ricerca lo ribadisce: esiste un’unica biosfera, e ne facciamo parte. La sfida non è proteggere la natura dall’esterno, ma riconoscere la nostra posizione al suo interno. Da qui passa la possibilità di ripensare davvero economia, politiche e modelli di sviluppo.

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