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Quando si parla di Enrico Mattei il “rischio propaganda”, diciamo così, è sempre dietro l’angolo. Ancor di più se, come nel caso del governo Meloni, si usa il suo cognome sin dal proprio insediamento nell’ottobre 2022 per favoleggiare di un rapporto di cooperazione paritaria con l’Africa intera – indicata genericamente come se non fosse il terzo continente più grande del mondo e un crocevia di culture e persone diversissime tra di loro.
Lo si vede nella terza relazione annuale al Parlamento sul Piano Mattei, che riguarda il periodo che va dall’1 luglio 2025 al 30 giugno 2026. Il documento di 42 pagine è stato redatto dalla “struttura di missione del Piano Mattei”, istituita nel gennaio 2024, tra gli altri scopi, per “assicurare supporto” al governo e alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, come è noto, ha accentrato sul suo dicastero le funzioni che erano destinate al ministero degli Esteri e al ministero dell’Ambiente (come la cooperazione, ma non solo).
Difficile separare la propaganda dai toni trionfalistici (“la scommessa si è rivelata corretta”, “un paradigma che ha anticipato i tempi”, “governance innovativa”) da una valutazione oggettiva basata sui dati. In questo senso è paradigmatico l’esempio del cosiddetto “Corridoio di Lobito”, vale a dire l’infrastruttura ferroviaria che collega le ricche regioni minerarie del Katanga, in Repubblica Democratica del Congo, e del Copperbelt, in Zambia, fino ad arrivare al porto della città di Lobito, in Angola. Si tratta di un’antica rotta commerciale sulla quale sono concentrate le mire di Stati Uniti ed Unione Europea, interessate a creare una rinnovata infrastruttura ferroviaria che, come scrive il ministero degli Esteri, “promette di rivoluzionare il commercio e lo sviluppo economico dell’Africa centrale”. E che, soprattutto, vuole insediare il primato della Cina sul campo della filiera delle materie prime critiche.
Ma sul Corridoio di Lobito la relazione annuale sul Piano Mattei contiene qualche dato interessante e qualche omissione ancora più notevole.
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Il Piano Mattei si espande
Nella relazione al Parlamento, il Piano Mattei viene definito “una strategia operativa di respiro nazionale”, tradendo in parte un interesse più egoistico che cooperativo. In ogni caso, a poco più di due anni e mezzo dalla prima presentazione ai partner africani, nel gennaio 2024, in occasione del primo Vertice Italia-Africa, i risultati indicano un deciso allargamento del Piano. Che, dopo i dubbi iniziali, sembra aver preso uno slancio dal punto di vista operativo e dell’impegno economico.
Alcuni numeri del Piano, aggiornati al 30 giugno 2026, lo testimoniano:
- 18 nazioni partner, con un raddoppio dei Paesi partecipanti rispetto al lancio del pilota del Piano Mattei a gennaio 2024;
- 76 progetti;
- 6 direttrici strategiche;
- 15 interventi deliberati dal Comitato tecnico del Fondo Italiano per il Clima;
- 1,19 miliardi di euro deliberati dal Comitato tecnico del Fondo Italiano per il Clima;
- 4 miliardi di euro mobilitati da garanzie SACE.
Vanno inoltre registrati accordi operativi con la Banca Mondiale, la Banca Africana di Sviluppo, UNDP, IFAD, FAO. Certo, viene da sorridere quando si legge che il Piano Mattei avrebbe abbandonato la precedente “pura logica del dono e dell’assistenza per costruire partenariati fondati su interesse reciproco, co-progettazione e rispetto dell’autonomia delle controparti”, ma è innegabile che il Piano Mattei in questi anni si è rafforzato parecchio, grazie anche al parallelo Global Gateway dell’Unione Europea e a un’intensa attività di promozione da parte del governo Meloni a ogni vertice, internazionale e non, nonché all’ampio raccordo del cosiddetto “sistema Italia”, che ha visto la partecipazione di enti pubblici, imprese a partecipazione pubblica, mondo dell’università e della ricerca, terzo settore e cooperazione e associazioni di categoria.

Da questo consesso, tuttavia, sono state escluse le organizzazioni non governative e la società civile africana, come denunciato a più riprese in questi anni. Non sorprende dunque che il mondo della cooperazione abbia già bocciato la terza relazione inviata al Parlamento. “I numeri sono reali – si legge sul sito infocooperazione – Ma chi cerca in questa relazione un elenco dei progetti finanziati, con i beneficiari, i fondi effettivamente erogati, gli enti attuatori e i risultati raggiunti, trova una sola risposta: aspettate il sito web. «Le informazioni relative ai progetti saranno consultabili nella sezione del sito istituzionale del Governo dedicata al Piano Mattei per l’Africa», si legge nel documento, «con l’obiettivo di garantire la massima accessibilità alle politiche del Piano stesso». Dopo tre anni dall’avvio e due anni e mezzo dalla presentazione ufficiale ai Paesi africani, la promessa è ancora al futuro”.
Inoltre vale la pena ricordare che a maggio una relazione della Corte dei conti aveva sì da una parte riconosciuto “la solidità dell’impianto istituzionale” e “la correttezza dell’operato delle istituzioni coinvolte” ma dall’altra aveva sottolineato una serie di criticità: procedure lente, scarsa attrattività dei progetti, opacità di procedure e mancanza di uno strumento di trasparenza. Per quest’ultimo, dunque, la relazione si limita a promettere un sito che avrebbe dovuto già essere attivo da tempo.
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A che serve e a chi serve il Corridoio di Lobito?
L’assenza di un sito con le schede dei singoli progetti finanziati nell’ambito del Piano Mattei è particolarmente evidente con quello che dovrebbe essere il perno del Piano, cioè il Corridoio di Lobito. Le occorrenze all’interno del documento sono appena 12, e si limitano ad affermare che si tratta dell’iniziativa di maggiore portata strategica sul fronte delle infrastrutture fisiche e che al momento Unione Europea e Italia (quest’ultima attraverso Cassa Depositi e Prestiti) hanno al momento erogato 250 milioni di euro.
Come abbiamo già accennato, il Corridoio di Lobito è un’infrastruttura ferroviaria nel cuore del continente africano che si estende per circa 1300 chilometri. Come scrive l’Istituto Affari Internazionali in un recente paper, “grazie alla sua posizione strategica, il Corridoio sta attirando un’attenzione significativa sia da parte dei Paesi vicini che da quelli degli investitori, nonché dalle imprese internazionali legate all’industria mineraria regionale (…) Un’impennata globale della domanda di minerali critici situati intorno al corridoio, come rame, litio, nichel e cobalto, sta alimentando l’interesse per il progetto, e con esso una molteplicità di attori che cercano di garantire un accesso veloce ed economico ai minerali delle terre critiche e rare”.
Inoltre, scrive ancora l’IAI, “a livello regionale, gli investimenti nel corridoio dovrebbero facilitare la crescita delle catene di valori regionali ancorate a minerali critici, agricoltura e risorse energetiche in Angola, Repubblica Democratica del Congo, Zambia e nei Paesi vicini. Si prevede che gli aggiornamenti delle infrastrutture e la modernizzazione del corridoio miglioreranno significativamente l’efficienza dei trasporti, riducendo sia i tempi che i costi di spostamento delle merci nei porti costieri. A livello locale, si prevede che lo sviluppo delle infrastrutture faciliterà il commercio transfrontaliero informale, ristabilirà i legami commerciali tra le aree urbane e rurali, migliorare i mezzi di sussistenza, creare occupazione e migliorare la sicurezza alimentare per le comunità lungo il corridoio. Tuttavia l’attuazione di questo importante progetto infrastrutturale solleva anche diverse preoccupazioni, in particolare per la trasparenza finanziaria, l’adesione agli standard ambientali e dei diritti umani e le sfide normative e di armonizzazione”.
Di tutto questo non c’è traccia nella relazione sul Piano Mattei. Il documento si limita a ricordare che è stata firmata la “Lobito Declaration, che impegna le parti a individuare nuove opportunità di finanziamento connesse allo sviluppo del corridoio e a organizzare eventi di matchmaking tra sponsor locali e settore privato italiano. Il Fondo Italiano per il Clima ha inoltre deliberato nell’agosto 2025 un primo investimento di 35 milioni di dollari in equity nel fondo ICRF (Infrastructure Climate Resilient Fund) gestito da AFC Capital Partners, che ha in cantiere lo sviluppo della rete ferroviaria Lobito II per collegare lo Zambia all’Angola”. Poi poco altro.
Non si esplicita mai che l’interesse del governo è di inserirsi nella corsa africana alle materie prime critiche con le proprie imprese L’unico vago riferimento è quando si ricorda “un workshop dedicato ai minerali critici rari e lo Zambia, nella cornice del Corridoio di Lobito, che ha registrato la partecipazione di una qualificata delegazione zambiana del settore pubblico e privato. Un filone, quest’ultimo, sul quale si intende continuare a lavorare, anche in sinergia con l’Unione europea, a partire dall’organizzazione di un nuovo workshop nella seconda metà del 2026”.
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Gli usi del Fondo Italiano per il Clima
Pur avendo disegnato un’architettura finanziaria complessa a sostegno del Piano Mattei, che mette insieme prestiti e investimenti (pubblici e privati), al momento la vera architrave economica del Piano Mattei è il Fondo Italiano per il Clima, il principale strumento di finanza climatica dell’Italia. Nel corso del 2025 il Fondo Italiano per il Clima è stato reso pienamente operativo, tanto da aver supportato, si legge nella relazione inviata al Parlamento, “15 interventi in Africa per un importo deliberato complessivo pari a circa 1,2 miliardi di euro”.

Questa scelta era stata criticata quando, nel 2024, il primo utilizzo del Fondo Italiano per il Clima era andato a Eni per la filiera dei biocarburanti in Kenya – su cui, tra l’altro, pende un’indagine della Corte dei conti, come svelato dalla giornalista di inchiesta Carlotta Indiano nell’ambito dell’Osservatorio Eni, realizzato dall’ong A Sud, oltre a un’interrogazione parlamentare presentata dal deputato M5s (ed ex ministro dell’Ambiente) Sergio Costa.
Forse anche per questi motivi sul Fondo Italiano per il Clima la relazione è un po’ più chiara e dedica più dettagli alle caratteristiche e ai vantaggi di ogni singolo progetto supportato, dall’Angola alla Tanzania. “La valutazione della performance ambientale e climatica di ciascun intervento a valere su risorse del Fondo Italiano per il Clima è condotta da Cassa Depositi e Prestiti (CDP) nell’ambito di un processo istruttorio integrato che affianca l’analisi climatica a quella finanziaria, economica, tecnica e di rischio-Paese si legge – In particolare, CDP verifica la coerenza degli obiettivi climatici con gli impegni internazionali assunti dall’Italia, applica l’indicatore Rio Marker per la classificazione degli interventi rispetto agli obiettivi di mitigazione e/o adattamento, e stima – ove possibile su base quantitativa – le emissioni di gas serra evitate, la nuova capacità rinnovabile installata e i beneficiari diretti e indiretti delle misure di adattamento. Tale valutazione è effettuata in modo complementare e integrato rispetto alle analisi di solidità finanziaria delle controparti, di bancabilità dei progetti, di compliance normativa e di gestione dei rischi ESG”.
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