Fibre naturali e sostenibilità: in arrivo un cambio di paradigma?

Uno studio sui sedimenti lacustri nel Regno Unito rivela la lunga persistenza di cotone e lana, aprendo nuove domande sulla sostenibilità del tessile e sulle strategie per ridurne l’impatto

Alessandro Bernardini
Alessandro Bernardini
Nella redazione del progetto di podcasting Sveja, ha scritto per la rivista di letteratura Arti & Mestieri Laspro e per la cooperativa editoriale Carta. Per il quotidiano online Giornalettismo ha tenuto una rubrica settimanale sul conflitto Palestina-Israele. Ha collaborato con Lettera Internazionale e lavorato in Medio Oriente come videomaker. Si occupa di comunicazione, educazione e formazione in ambito formale e non formale per il Terzo Settore. Fa parte dell’area Formazione di A Sud Ecologia e Cooperazione. Autore dei romanzi “La vodka è finita” (Ensemble) e ’“Nonostante febbraio. Morire di lavoro” (Red Star Press)

Le fibre tessili naturali possono persistere per oltre un secolo nei sedimenti lacustri. Un’affermazione che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata quasi controintuitiva per chiunque si occupi di sostenibilità. Cotone e lana, materiali da sempre associati all’idea di biodegradabilità e quindi di “innocuità ambientale”, si rivelano invece molto più longevi del previsto, capaci di attraversare interi cicli storici e industriali senza scomparire davvero.

È quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori delle università di Keele e Loughborough che hanno analizzato carote di sedimento (campioni cilindrici prelevati dai fondali marini, lacustri o dal sottosuolo, fondamentali per la ricostruzione paleoambientale e climatica), del lago Rudyard, nello Staffordshire, recuperando fibre tessili risalenti fino al 1876. Un archivio naturale che racconta, strato dopo strato, l’evoluzione dell’industria tessile e delle sue emissioni nell’ambiente.

Il dato più sorprendente non è tanto la presenza delle fibre, quanto la loro persistenza. Cotone e lana sono rimasti intrappolati nei sedimenti per oltre un secolo, attraversando la rivoluzione industriale, la globalizzazione e l’era della fast fashion. Un risultato che mette in discussione una delle narrazioni più diffuse nella transizione ecologica: quella secondo cui le fibre naturali, a differenza di quelle sintetiche, si degradano rapidamente senza lasciare tracce.

fibre 1

Secondo quanto riportato anche da Phys.org, la ricerca pubblicata su iScience utilizza approcci paleolimnologici (al confine tra geologia e paleontologia) che analizzano gli ecosistemi delle acque interne come fiumi, stagni e laghi e tecniche forensi per ricostruire la “memoria tessile” degli ecosistemi acquatici. Una memoria che, come spesso accade in ambito ambientale, restituisce un’immagine più complessa rispetto alle semplificazioni del marketing.

“Questi risultati mettono direttamente in discussione l’idea che le fibre tessili naturali semplicemente si biodegradino e scompaiano”, ha dichiarato Deirdre McKay della Keele University. Piuttosto, suggeriscono che queste fibre possano accumularsi nel tempo, diventando parte integrante dei sedimenti, proprio come accade per molti inquinanti di origine antropica.

Leggi anche: Fake Vintage: la trappola del finto usato che inquina come il fast fashion. Come riconoscerlo

Fibre come microplastiche? Non proprio

Negli ultimi anni il dibattito scientifico si è concentrato quasi esclusivamente sulle microplastiche, individuando nelle fibre sintetiche una delle principali fonti di contaminazione diffusa. Un’attenzione più che giustificata, ma che ha finito per oscurare un’altra dimensione del problema: quella legata alle fibre non plastiche.

Come sottolineano gli stessi ricercatori, mancava una comprensione approfondita della persistenza ambientale delle fibre naturali. E questo studio colma, almeno in parte, quel vuoto, mostrando come il loro accumulo non sia un fenomeno recente ma accompagni l’industrializzazione tessile fin dalle sue origini.

Non si tratta, però, di ribaltare completamente il paradigma. Al momento non esistono evidenze scientifiche che dimostrino un impatto dannoso delle fibre naturali paragonabile a quello delle microplastiche

Il rischio, come evidenzia Tom Stanton della Loughborough University, è quello di sostituire un problema con un altro. Ridurre l’uso di fibre sintetiche è fondamentale, ma farlo senza una piena comprensione del comportamento ambientale delle alternative naturali potrebbe generare nuove criticità.

Leggi anche: Anche le politiche “green” della moda stanno aumentando l’inquinamento da microplastiche

Sulla sostenibilità non esistono scorciatoie

In altre parole, la sostenibilità non può essere ridotta a una semplice sostituzione di materiali. Richiede un approccio sistemico, capace di considerare l’intero ciclo di vita dei prodotti, dalla produzione allo smaltimento, passando per le dinamiche di dispersione nell’ambiente.

Questo tema si inserisce in un dibattito più ampio che la comunità scientifica sta cercando di portare all’attenzione pubblica. Già nel 2024, un gruppo di ricercatori aveva lanciato un appello per aumentare il focus sulle fibre naturali nelle analisi sull’inquinamento tessile.

fibre 2

Le fibre naturali rappresentano infatti la maggioranza dei materiali utilizzati nel settore tessile globale. Ignorarne il comportamento ambientale significa lasciare scoperta una parte rilevante del problema. E, allo stesso tempo, rischiare di costruire strategie di sostenibilità su basi incomplete.

Per l’industria della moda, ma anche per i decisori politici e i consumatori, il messaggio è chiaro: non esistono scorciatoie. La transizione verso modelli più sostenibili passa attraverso una maggiore conoscenza, non attraverso semplificazioni.

In questo senso, studi come quello condotto nel lago Rudyard svolgono una funzione fondamentale. Non offrono risposte definitive, ma aprono nuove domande. E, soprattutto, invitano a ripensare categorie come “naturale” e “sostenibile”, utilizzate in modo automatico, quasi rassicurante, che spesso poi sfociano in vere e proprie campagne di greenwashing. 

Perché, se è vero che la natura ha tempi e modalità di trasformazione diversi rispetto ai materiali sintetici, è altrettanto vero che l’impatto umano può alterare profondamente questi equilibri. E ciò che oggi consideriamo “biodegradabile” potrebbe non esserlo nelle condizioni reali degli ecosistemi.

Leggi anche: lo Speciale Casi di greenwashing

© Riproduzione riservata

spot_img

POTREBBE INTERESSARTI

Ultime notizie