Caldo estremo e lavoro: cosa dice la scienza sui rischi per chi lavora sotto il sole

4000 infortuni e 15 morti l'anno legati alle alte temperature: sono i numeri che arrivano da una ricerca italiana che prova a cambiare le regole del lavoro estivo. Ne abbiamo parlato con Michela Bonafede, tra le curatrici del progetto Worklimate. “Le ordinanze funzionano ma serve una nuova cultura della prevenzione”

Alessandro Coltré
Alessandro Coltré
Giornalista, si occupa di conflitti ambientali, di inquinamento industriale e di riconversione ecologica. Socio della cooperativa Editrice Circolare e redattore di EconomiaCircolare.com. Autore insieme a Rita Cantalino di Molecole, storie di legami e di veleni, serie podcast prodotta da Fandango, A Sud e Valori.it. Per Sveja podcast, insieme a Ylenia Sina cura la rubrica Fratte - l'ambiente di Roma.

Secondo il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus gran parte dell’Europa non è attrezzata per affrontare la canicola di questi giorni “in quanto le case, i luoghi di lavoro e le scuole non sono stati costruiti per queste temperature“. Ce ne siamo resi conto. Forse mai come quest’estate abbiamo capito che condurre lo stesso tipo di giornata quando fuori ci sono più di 36 gradi è impossibile. Mai come quest’anno l’allarme è arrivato dai corpi, dal sudore e dall’affaticamento, da tutto ciò che il caldo estremo amplifica. 

Patologie pregresse, malori, fragilità, ansie, sforzi fisici e mentali si intensificano, e più di ogni grafico sulla crisi climatica contribuiscono a farci entrare in allerta per il futuro che ci attende. Se le warming stripes, barre di colore elaborate dal climatologo Ed Hawkins, sono state utili a visualizzare il riscaldamento globale, adesso la lezione arriva dall’asfalto rovente, dai mezzi pubblici incandescenti, dalle aule delle scuole invivibili, dai cantieri edili, dai campi e da un’organizzazione della società incompatibile con le ondate di calore.

Così, anche in Italia, si inizia a parlare di rifugi climatici e di depavimentazione. E se è vero che esiste la necessità di ridisegnare i luoghi, diventa urgente ridefinire i tempi e le priorità nelle società del lavoro, ossia in quella dimensione che continua a esporre le persone agli effetti della crisi climatica, nonostante i bollini rossi, le raccomandazioni e gli appelli a non uscire durante le ore più calde.

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Diagnosi e cura nel progetto Worklimate

Siamo attrezzati ad affrontare questo killer silenzioso? Così ha definito la canicola il direttore dell’OMS, ricordando che il caldo continua a uccidere. In Europa dal 21 giugno a oggi ci sono stati più di 1300 morti in eccesso legate al caldo estremo. Nel continente che si riscalda di più sulla Terra l’afa diventa un’emergenza sanitaria da affrontare con strumenti scientifici e di programmazione. Perché il caldo è il fatto sociale del secolo, devastante come un’alluvione o un nubifragio, una tempesta a lento rilascio che logora le giornate e destabilizza la vita di milioni di persone.

E come si mettono al sicuro le comunità se bisogna continuare a lavorare, a percepire un reddito legato alla propria forza e al proprio tempo? Cosa accade quando gli orari lavorativi incontrano temperature di 3 °C al di sopra della media degli ultimi decenni? Come si previene il rischio di infortuni e di malori sul posto di lavoro?

Da queste domande nasce Worklimate, un progetto di ricerca curato da Inail e dal Cnr, in collaborazione con diverse università italiane, che da anni studia il rapporto tra caldo estremo e lavoro per capire quanto il cambiamento climatico stia trasformando la sicurezza, la salute e la produttività di chi lavora in Italia.

caldo lavoro edilizia
fonte: Canva

Le ricercatrici e i ricercatori coinvolti hanno incrociato dati epidemiologici su scala nazionale con l’andamento delle temperature, concentrandosi in particolare su due settori tra i più esposti: l’edilizia e l’agricoltura. Il risultato è una fotografia chiara: nelle giornate più calde gli infortuni sul lavoro aumentano in modo significativo, con un costo che non è solo umano ma anche economico e organizzativo per le imprese.

Il progetto non si è fermato alla diagnosi. Worklimate ha messo a punto anche uno strumento geografico innovativo capace di stimare, zona per zona, quanta capacità lavorativa viene persa a causa delle alte temperature, uno strumento pensato per aiutare aziende e amministratori a organizzare meglio i turni e le attività nei giorni più critici. Allo stesso tempo, Worklimate ha verificato sul campo quali misure di prevenzione funzionano davvero, dimostrando che interventi mirati – come la modifica degli orari o delle pause – possono ridurre concretamente l’esposizione al rischio.

Le ordinanze regionali che vietano di lavorare all’aperto sono il risultato di una risposta politica alle evidenze scientifiche di questo progetto. Infatti, quando la piattaforma di Worklimate segnala un rischio elevato scatta il fermo dei lavori nei cantieri, nella logistica e in tanti settori in cui è impossibile continuare a lavorare. A EconomiaCircolare.com, Michela Bonafede del dipartimento di medicina ed epidemiologia dell’Inail, tra le curatrici del progetto, spiega quali sono state le evidenze scientifiche emerse da questo lavoro.

Quali sono le proiezioni sui futuri scenari climatici?

Dal punto di vista epidemiologico, uno dei risultati più rilevanti è la dimostrazione di una chiara associazione tra aumento delle temperature e incremento del rischio di infortunio sul lavoro. Le analisi condotte sui dati nazionali mostrano che le giornate caratterizzate da temperature elevate sono associate a un maggior numero di eventi infortunistici, soprattutto nei settori ad alta esposizione come agricoltura ed edilizia. In particolare, gli studi più recenti stimano che circa 4000 infortuni sul lavoro siano attribuibili all’esposizione al caldo.

Gli studi hanno inoltre evidenziato che il caldo non è associato soltanto a un aumento degli infortuni nel loro complesso, ma anche a un incremento degli infortuni mortali. Le stime prodotte nell’ambito del progetto indicano che le alte temperature sono associate a circa 15 morti sul lavoro ogni anno.

Le evidenze raccolte mostrano che il caldo agisce sia direttamente, aumentando il rischio di patologie da calore e aggravando condizioni di salute preesistenti, sia indirettamente, attraverso affaticamento fisico e cognitivo, riduzione dell’attenzione, rallentamento dei tempi di reazione e aumento della probabilità di errore.

Un altro aspetto importante riguarda l’impatto del caldo sulla capacità lavorativa e sulla produttività. Le analisi di Worklimate indicano che, nelle attività fisicamente impegnative, la produttività può ridursi mediamente di circa il 6,5% per ogni grado di aumento della temperatura nelle condizioni più critiche. Le perdite di produttività si accompagnano a rilevanti costi assicurativi: gli infortuni attribuibili al caldo hanno comportato costi assicurativi stimati in 49 milioni di euro l’anno.

Accanto agli studi epidemiologici, Worklimate ha sviluppato anche un’importante linea di ricerca sulla percezione e conoscenza del rischio caldo tra i lavoratori italiani. I risultati mostrano che negli ultimi anni è aumentata la consapevolezza del fatto che il caldo rappresenti un rischio professionale, ma permane un significativo divario tra percezione e conoscenza effettiva del fenomeno. Molti lavoratori riconoscono di essere esposti al rischio, ma conoscono ancora in modo limitato gli effetti del caldo sulla salute e sulla sicurezza e le corrette misure di prevenzione. Una delle evidenze più interessanti è il cosiddetto paradosso dell’overconfidence: numerosi lavoratori dichiarano di sentirsi preparati ad affrontare il caldo pur mostrando conoscenze incomplete delle misure di protezione e dei sintomi correlati.

Particolarmente rilevante è il fatto che la formazione specifica sul rischio caldo risulti ancora poco diffusa e, quando presente, non sempre efficace nel migliorare le conoscenze dei lavoratori. Gli studi hanno inoltre identificato gruppi particolarmente vulnerabili dal punto di vista della conoscenza del rischio, tra cui i lavoratori più giovani, le persone con un livello di istruzione più basso, gli operai, gli addetti del settore edile e i lavoratori delle micro e piccole imprese.

Infine, le proiezioni sui futuri scenari climatici mostrano che il problema è destinato ad accentuarsi. Simulazioni condotte su 87 città italiane indicano che, in assenza di adeguate misure di adattamento e mitigazione, gli infortuni attribuibili al caldo sono destinati ad aumentare nei prossimi decenni. Negli scenari climatici più sfavorevoli si stimano oltre 500 casi aggiuntivi all’anno entro la seconda metà del secolo rispetto ai livelli attuali, con impatti particolarmente elevati per agricoltura, edilizia e trasporti. Lo studio evidenzia inoltre che anche strategie di adattamento molto ambiziose potrebbero non essere sufficienti da sole a compensare completamente gli effetti dell’aumento delle temperature.

La piattaforma di previsione di Worklimate mette insieme diversi parametri che fanno riferimento a stress termico, esposizione al sole dei lavoratori, abbigliamento eccetera. In diverse regioni italiane l’ordinanza anti-caldo vieta di lavorare all’aperto quando la piattaforma segna rischio alto. Al di là di alcune categorie che non possono fermarsi (tipo i rider e altri lavoratori atipici), questo tipo di provvedimenti sta cambiando gli orari dei turni, la sospensione di alcune tipologie di attività e anche forme di indennizzi.

A volte queste ordinanze vengono viste come un ostacolo al raggiungimento degli obiettivi di lavoro, c’è anche chi parla di perdite economiche. Dalle vostre ricerche c’è stato modo di confermare l’efficacia dal punto di vista economico delle misure di prevenzione?

Le evidenze che stiamo raccogliendo suggeriscono che queste misure di prevenzione stanno andando nella direzione giusta. Un recente studio condotto nell’ambito del progetto Worklimate ha mostrato che le ordinanze regionali adottate nel 2024 e basate sulle previsioni della piattaforma Worklimate risultano associate a una riduzione degli infortuni sul lavoro nei settori maggiormente esposti al caldo, come edilizia e agricoltura. In particolare, si osserva una diminuzione di circa il 20% degli infortuni in entrambi i settori e, nel comparto edile, considerando esclusivamente le giornate caratterizzate da livelli di rischio elevato, la riduzione può arrivare fino al 40%.

È importante sottolineare che si tratta di un primo studio descrittivo sull’efficacia di una politica pubblica costruita su dati scientifici. I risultati sono incoraggianti, ma richiedono ulteriori approfondimenti. Per questo motivo, all’interno di Worklimate 3.0 continueremo a monitorare e valutare l’efficacia delle misure di prevenzione e delle ordinanze nei prossimi anni.

Va inoltre ricordato che il quadro normativo si sta evolvendo. Se inizialmente le ordinanze riguardavano soprattutto i settori tradizionalmente più esposti, come agricoltura ed edilizia, in molte regioni dal 2025 sono state estese anche ad altre categorie particolarmente vulnerabili alle alte temperature, compresi i rider.

caldo lavoro rider
fonte: Canva

Rispetto alle possibili ricadute economiche, il tema va letto in una prospettiva più ampia. È comprensibile che una sospensione temporanea delle attività o una rimodulazione degli orari possa essere percepita come un vincolo organizzativo. Tuttavia, gli studi epidemiologici condotti nell’ambito di Worklimate mostrano che le alte temperature aumentano il rischio di infortunio, compresi gli eventi più gravi e mortali. La prevenzione non deve quindi essere vista solo come un costo immediato, ma come uno strumento capace di evitare costi ben più elevati legati a infortuni, assenze dal lavoro, perdita di produttività e conseguenze sociali e assicurative.

Inoltre, le esperienze sviluppate con le aziende coinvolte nel progetto mostrano che la prevenzione non coincide necessariamente con lo stop delle attività. Molto spesso significa riprogrammare il lavoro nelle ore più fresche della giornata, aumentare le pause, migliorare l’accesso all’acqua e alle aree ombreggiate o utilizzare i sistemi di allerta per organizzare in modo più efficiente i turni. In questo senso, l’obiettivo non è scegliere tra sicurezza e produttività, ma trovare modalità organizzative che consentano di garantire entrambe in un contesto in cui gli eventi di calore estremo saranno sempre più frequenti.

Dopo il lavoro svolto con Worklimate, secondo il vostro gruppo di ricerca, cosa significa adattarsi al clima che cambia? Cosa manca in Italia, e in Europa, per affrontare le temperature di questi giorni? Su cosa dobbiamo puntare per evitare che il caldo estremo, o in generale gli eventi climatici estremi, colpiscano in maniera violenta la classe lavoratrice?

Dal lavoro svolto con Worklimate abbiamo imparato che adattarsi al clima che cambia non significa semplicemente reagire alle emergenze, ma ripensare in modo strutturale il modo in cui organizziamo il lavoro. Per molti anni il caldo è stato considerato soprattutto un problema di comfort; oggi sappiamo, grazie alle evidenze scientifiche, che è un vero e proprio fattore di rischio per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Adattarsi significa quindi integrare il rischio climatico nei processi di prevenzione, esattamente come già facciamo per altri rischi occupazionali.

Credo che in Italia e, più in generale, in Europa, non manchino tanto le conoscenze scientifiche, quanto la capacità di tradurle in modo sistematico nelle pratiche organizzative e nelle politiche del lavoro. Negli ultimi anni sono stati fatti passi avanti importanti: pensiamo ai sistemi di allerta, alle ordinanze regionali, alle linee guida e alla crescente attenzione delle istituzioni. Tuttavia, queste misure devono diventare parte integrante della gestione ordinaria del lavoro e non essere percepite come strumenti eccezionali da utilizzare solo durante le emergenze.

Dobbiamo inoltre superare l’idea che la vulnerabilità riguardi soltanto alcuni settori tradizionalmente più esposti, come l’agricoltura e l’edilizia. Gli eventi climatici estremi stanno aumentando in frequenza e intensità e coinvolgono un numero crescente di lavoratori, compresi coloro che operano in ambienti chiusi non adeguatamente climatizzati, nella logistica, nei trasporti, nei porti, nelle consegne o nei servizi ambientali e di pubblica utilità.

Un altro elemento fondamentale è la formazione. Le nostre ricerche mostrano che la consapevolezza del rischio caldo è cresciuta, ma la conoscenza concreta degli effetti sulla salute e delle corrette misure di prevenzione rimane spesso insufficiente. Per questo servono percorsi formativi più efficaci, continui e mirati ai gruppi più vulnerabili.

C’è poi un aspetto che fino a pochi anni fa riceveva meno attenzione e che oggi sta emergendo con forza nella letteratura scientifica internazionale: gli effetti del cambiamento climatico sui fattori psicosociali, sullo stress lavoro-correlato e sulla salute mentale dei lavoratori. Le temperature estreme non comportano soltanto un carico fisico maggiore, ma possono aumentare affaticamento, irritabilità, difficoltà di concentrazione, pressione sui ritmi di lavoro, conflitti organizzativi e percezione di insicurezza. Gli studi più recenti evidenziano come il cambiamento climatico possa amplificare i rischi psicosociali già presenti nei luoghi di lavoro e contribuire a peggiorare il benessere mentale, soprattutto nelle occupazioni più esposte e nelle categorie più vulnerabili.

Per questo motivo l’adattamento non può limitarsi a fornire acqua, ombra o modificare gli orari di lavoro. Dovrà includere una visione più ampia della salute occupazionale, capace di considerare insieme dimensione fisica, organizzativa e psicologica. Sarà necessario progettare ambienti di lavoro più resilienti, rafforzare la partecipazione dei lavoratori, migliorare l’organizzazione dei turni, ridurre i fattori di stress evitabili e integrare i rischi climatici nella valutazione dei rischi psicosociali.

In definitiva, la sfida che abbiamo di fronte non è soltanto proteggere i lavoratori dal caldo di oggi, ma costruire un mondo del lavoro capace di adattarsi a un clima diverso da quello per cui è stato progettato. Questo richiederà ricerca, innovazione, politiche pubbliche, dialogo sociale e una nuova cultura della prevenzione che consideri il cambiamento climatico non come un’emergenza temporanea, ma come una delle principali determinanti della salute, della sicurezza e del benessere dei lavoratori nel ventunesimo secolo.

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