Amate viaggiare, ma non siete a conoscenza del fatto che vacanze e spostamenti di lavoro abbiano un peso (anche nascosto) sui territori e le comunità locali? Allora sappiate che il nuovo libro-inchiesta di Cristina Nadotti, “Il turismo che non paga” (Edizioni Ambiente, 2025), è uno di quei saggi da leggere con calma per la quantità di “rivelazioni” (tutte documentate) alle quali gran parte anche dei lettori più attenti probabilmente non è preparato. Il volume suona infatti come un necessario campanello d’allarme, o meglio, come un potente schiaffo a quella narrazione, fin troppo diffusa e autoassolutoria, che vede il turismo come la panacea di tutti i mali economici, soprattutto in un paese come l’Italia.
Con rigore giornalistico e scrittura empatica delle storie che ha raccolto, Nadotti smonta, pezzo per pezzo, il castello di carte sul quale si fonda il mito del “turismo a tutti i costi”. L’autrice – che abbiamo raggiunto per commentare il libro – non usa mezzi termini per definire il fenomeno. «Il turismo è un’industria profondamente estrattiva che si basa sui dettami di un sistema economico fondato esclusivamente sul consumo. Il turista, in quest’ottica, diventa un portafogli, qualcuno da cui estrarre denaro».
Il saggio svela, quindi, il lato oscuro e le conseguenze spesso devastanti di questo modello per territori e comunità, proponendo, però, anche un’analisi lucida delle possibili soluzioni e alternative che, a macchia di leopardo, si stanno già sperimentando.
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La dirompenza di una verità scomoda
Ciò che rende “Il turismo che non paga” un libro dirompente è la sua capacità di mettere in discussione una delle poche certezze apparentemente incrollabili del dibattito pubblico. Chi non ha sentito, almeno una volta, dire che “le nostre città d’arte potrebbero vivere di solo turismo“?

Nadotti, forte di un’indagine approfondita e realizzata in collaborazione con Legambiente, non si limita a sollevare dubbi, ma presenta fatti e testimonianze che dimostrano come questa affermazione non sia solo fallace, ma addirittura pericolosa. Il libro costringe il lettore a guardare oltre le cartoline patinate e i numeri trionfalistici del PIL turistico (la cui validità come unico indicatore di benessere viene peraltro messa in discussione), per affrontare la realtà di un fenomeno che, lasciato a sé stesso, produce squilibri, diseguaglianze e pressioni insostenibili.
A mancare, secondo l’autrice, è un dibattito equilibrato. «Il piatto della bilancia nella comunicazione sul turismo è completamente squilibrato», afferma Nadotti. «A parlarne sono quasi sempre l’assessore di turno o un imprenditore, mentre mancano le voci delle comunità locali e degli esperti del settore».
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L’impatto reale dell’overtourism: un’Italia sotto pressione
Attraverso un’analisi lucida che tocca casi emblematici come Venezia, le Cinque Terre, la Sardegna (terra di adozione della giornalista e scrittrice, nata a La Spezia e che oggi si divide tra l’isola e Roma), la Sicilia e le Dolomiti, Nadotti illustra con crudezza gli effetti dell’overtourism. Non si tratta di concetti astratti, ma di realtà tangibili che impattano la vita quotidiana: treni stracolmi che impediscono ai pendolari di raggiungere il posto di lavoro, affitti alle stelle che espellono residenti e studenti dai centri storici, spiagge e angoli di natura trasformati in set fotografici per i social media, con buona pace della loro fragilità ecologica.
Il libro dà voce a chi solitamente è fuori dalla narrazione della cronaca, ma che subisce le conseguenze di questo “turismo estrattivo”: i cittadini che vedono peggiorare la qualità della vita, il personale (del servizio sanitario nazionale e della raccolta rifiuti, solo per citare due ambiti) oberato nei servizi pubblici e i guardiaparco impotenti di fronte allo scempio
«Il libro cerca di dare il punto di vista delle comunità ospitanti», spiega l’autrice. «Troppo spesso ci si dimentica di porre la domanda fondamentale: quanto siamo disposti a sacrificare del nostro territorio e del nostro modo di vivere in nome del turismo?». Il volume è quindi una fotografia potente e necessaria di un’Italia dove il “turismo che non paga” è quello che lascia dietro di sé degrado, precarietà e perdita di identità.

Oltre la denuncia: la necessità di un cambio di paradigma
“Il turismo che non paga” non è solamente un semplice atto di accusa fine a se stesso: gli intenti della pubblicazione son ben altri. Come sottolinea anche Ferdinando Cotugno nella prefazione, “un mondo senza turismo non è né possibile, né auspicabile, ma il turismo ha bisogno di cambiare rapidamente“. Il valore del lavoro di Nadotti risiede – tra i diversi meriti – anche nella sua capacità di indicare le vie d’uscita, presentando esperienze virtuose e modelli alternativi di turismo più giusto, lento e sostenibile. «Viviamo in un’epoca di grandi trasformazioni. Se tutto cambia, perché non deve cambiare anche il nostro modo di fare e vivere il turismo?».
Non si tratta di criminalizzare i turisti, bensì di stimolare una riflessione profonda sulla necessità di riformare le attuali pratiche, a partire dalla consapevolezza individuale e arrivando a quella collettiva. Il libro diventa così uno strumento prezioso per chi amministra, per chi vive nei luoghi turistici, per chi lavora nel settore e per chi viaggia (che potrà fare scelte più consapevole sulle mete e sul come viverle), offrendo spunti per ripensare il nostro rapporto con i territori in un’epoca segnata dalla crisi climatica.
È un saggio che merita di essere letto e discusso, ma soprattutto di diventare la base per quel cambiamento radicale del quale abbiamo disperatamente bisogno. Come conclude la stessa Nadotti, la via da seguire è chiara: «è indispensabile porre dei limiti e programmare di conseguenza. Dobbiamo chiederci: quanti turisti vogliamo? E agire sulla base della risposta». Un futuro in cui il viaggio sia davvero arricchimento, e non depauperamento, è ancora possibile.
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