Ilaria Fontana, eletta per il Movimento 5 stelle e vicepresidente della Camera, è prima firmataria (con Sergio Costa e Patty L’Abbate) di una proposta di legge per istituire un sistema di deposito su cauzione per imballaggi monouso per bevande (bottiglie e lattine). Il regolamento imballaggi – ammesso che non venga modificato e rinviato nella sua applicazione – stabilisce obblighi stringenti e ambiziosi per la raccolta di bottiglie e lattine. L’Italia ha gli strumenti per raggiungere gli obiettivi? E siamo ancora in tempo?
Non siamo ancora fuori tempo massimo, ma la finestra è certamente molto stretta. Il regolamento Packaging and Packaging Waste Regulation (PPWR) chiede infatti di raggiungere entro il primo gennaio 2029 la raccolta separata del 90% in peso di bottiglie in plastica monouso e contenitori metallici per bevande fino a 3 litri. Per arrivarci, occorre notare, che il regolamento prevede proprio sistemi di deposito su cauzione (DRS) oltre ad un piano credibile per arrivare al 90%.
La nostra proposta lascia al Governo 12 mesi per i decreti attuativi: quindi, se il Parlamento la approverà rapidamente, siamo ancora in tempo; se l’iter si allunga, rischiamo di arrivare tardi rispetto agli altri Paesi che, magari, nel frattempo sono già partiti come Austria e Polonia.
Il regolamento imballaggi stabilisce i requisiti minimi per i DRS europei. La vostra proposte è coerente con questi requisiti?
La nostra proposta è coerente nell’impianto: infatti richiama espressamente il regolamento europeo, punta su PET e lattine, prevede il deposito minimo, i punti di restituzione manuali e meccanizzati, la governance del sistema, la marcatura in etichetta e il coordinamento con i territori. Un punto estremamente importante è, ad esempio, che il PPWR entra in un livello di dettaglio ancora più preciso con un operatore del sistema non profit e indipendente con un accesso equo agli operatori e sistemi di controllo e reporting con anche la possibilità di restituzione senza obbligo di acquisto.
Non è tanto questione di coerenza nella direzione, quanto di allineamento ai principi e ai requisiti minimi europei.
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La sua è una delle tre proposte sul DRS presentate alla Camera e assegnate alla commissione ambiente. Quali sono le differenze secondo lei più rilevanti tra le tre?
La nostra è una proposta snella ma completa nei principi, pensata per costruire un DRS nazionale ben coordinato e adattabile. Le altre tendono ad essere spesso più prescrittive fin da subito, definendo l’ambito dei contenitori in plastica, escludendo settori come i lattiero-caseari, prevedendo una soglia di 200 metri quadri per l’obbligo di punti di raccolta e introducendo un sistema sanzionatorio con proventi destinati ai comuni. Va detto inoltre, tuttavia, che a volte le altre proposte sembrano più un intervento puntuale sull’articolo 219-bis del Testo Unico Ambientale (dedicato appunto all’istituzione di sistemi di restituzione degli imballaggi con cauzione, ma con riferimento al riutilizzo, ndr) che una disciplina organica di un DRS nazionale. Però siamo comunque aperti a lavorarci senza alcuna preclusione.
Secondo lei, come reagirebbero gli italiani e le italiane ad un nuovo sistema per gestire il fine vita delle bottiglie e delle lattine?
Pensiamo che la reazione sarà quella che si vede ogni volta che un sistema è semplice e conveniente: al netto della curiosità e probabilmente di scetticismo iniziale presto diventerà un meccanismo chiaro e veloce nella normalità quotidiana. Il nostro Paese ha già dimostrato di saper adottare pratiche nuove quando i cittadini vedono un vantaggio concreto e qui il vantaggio è immediato (vantaggio sociale, ambientale, economico).
La vera chiave non è prevedere sforzi di chissà quale entità ma piuttosto costruire un sistema facile, capillare e affidabile.
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Quanto è importante, per raggiungere gli obiettivi fissati, informare e raccontare un’innovazione come questa?
Conta moltissimo, direi in modo decisivo. Il PPWR considera le campagne di informazione parte dei requisiti minimi del sistema. La nostra proposta affronta il tema soprattutto attraverso la premialità ai comuni che favoriscono il DRS anche con campagne di sensibilizzazione, ma non istituisce un fondo nazionale autonomo e dedicato alla comunicazione; anzi, la legge imposta la delega in un quadro di neutralità o copertura finanziaria da definire nei decreti. Nella nostra proposta la comunicazione c’è, ma va rafforzata nella fase attuativa.
In particolare la campagna di comunicazione dovrebbe concentrarsi su alcuni messaggi semplici, ovvero: che cos’è il deposito e perché non è una tassa, quali contenitori rientrano nel sistema, dove e come si restituiscono, come e quando si riottiene la cauzione e soprattutto perché il DRS non sostituisce la raccolta differenziata, ma la completa, migliorando il riciclo di alta qualità e riducendo l’abbandono dei rifiuti.
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A proposito di raccolta differenziata: un sistema di deposito su cauzione per gli imballaggi per bevande metterebbe in difficoltà i consorzi che gestiscono i rifiuti di imballaggi vetro, latta e soprattutto in plastica?
Assolutamente no, se il sistema è disegnato bene. La nostra proposta parte proprio dall’idea opposta, cioè che il DRS si integri con i sistemi EPR esistenti e li renda più efficaci su una frazione molto specifica, quella dei contenitori per bevande, che è strategica sia per raggiungere gli obiettivi di raccolta sia per avere materiale riciclato di qualità. Nei Paesi europei ad esempio, per fare un confronto, il DRS non ha cancellato l’EPR, ha soltanto specializzato meglio i flussi.
Cambieranno magari alcuni equilibri economici e operativi, ma non si tratta di un problema per i consorzi, laddove si evidenzia invece la necessità di ridisegnare ruoli e flussi in modo più moderno con EPR e DRS complementari.
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