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venerdì, Aprile 19, 2024

Nell’era della crisi climatica quale sarà il futuro del turismo in Italia? Ecco quel che c’è da sapere

Le fughe di turiste e turisti dalla Sicilia, dalla Puglia e dal Veneto mettono in evidenza gli impatti della crisi climatica sul nostro Paese. Ma come cambieranno le preferenze di chi viaggia? Lo prevede uno studio del Centro ricerche per la Commissione europea. A perdere visitatori saranno soprattutto le zone costiere

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Redazione EconomiaCircolare.com

Quando negli scorsi giorni il ministro della Sanità della Germania Karl Lauterbach sosteneva che in Italia “il turismo non ha futuro” per via degli effetti della crisi climatica, sembrava la solita polemicuccia estiva, che sarebbe evaporata ai primi bagni. Era il 23 luglio e Lauterbach, in vacanza tra l’Emilia Romagna e Toscana, su twitter scriveva che “l’ondata di caldo qui è spettacolare. Se le cose continuano così, queste destinazioni di vacanza non avranno futuro a lungo termine. Il cambiamento climatico sta distruggendo l’Europa meridionale“.

Al di là della querelle tra Stati, con la ministra del Turismo Daniela Santanché che ribadiva piccata come Lauterbach “intanto ha scelto l’Italia come meta turistica, così come tanti suoi connazionali”, l’allarme del ministro tedesco centrava un punto essenziale: cosa ne sarà del turismo, in Italia e nell’Europa meridionale, ai tempi della crisi climatica?

Secondo un articolo di Bloomberg, soltanto il caldo estremo per l’industria dei viaggi nell’Europa meridionale potrebbe avere un costo da 2 trilioni di dollari. Le scene viste in Grecia nella seconda metà di luglio, con migliaia di vacanzieri costretti a fuggire dalle isole di Rodi, Corfù ed Eubea, si sono poi replicate in Italia, dalla Sicilia alla Puglia. E potrebbero diventare la nuova normalità.

Cosa fare allora, per non rassegnarci a un continuo incubo che spaventa residenti e vacanzieri delle località più note? Il primo passo, come spesso avviene, è la conoscenza: soltanto studiando i fenomeni, delineandone gli assetti futuri, possiamo mettere in grado soluzioni e adattamenti. Se il presente già spaventa, il futuro appare ancora più minaccioso. Davvero, per dirla con le parole del ministro tedesco Lauterbach, “il cambiamento climatico sta distruggendo l’Europa meridionale”?

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Il futuro del turismo secondo lo studio UE

Diffuso lo scorso 23 maggio, lo studio “Regional impact of climate change on European tourism demand” era passato quasi del tutto inosservato. E invece ha un valore enorme, specie alla luce del caldo estremo e degli incendi che stanno funestando mezzo continente. Realizzato dal Centro comune di ricerca della Commissione europea (JRC), il documento analizza in che modo l’industria del turismo, che “contribuisce in modo significativo al PIL europeo”, sarà impattata dal cambiamento climatico.

Lavorando sui dati di 269 regioni raccolti in un arco di vent’anni, le scienziate e gli scienziati del JRC cercano di prevedere come cambieranno le cose per questa importante industria europea da qui al 2100. Nello studio vengono poi simulati gli impatti dei futuri cambiamenti climatici sulla domanda turistica per quattro livelli di riscaldamento (1,5°C, 2°C, 3°C e 4°C) in due percorsi di emissione. E chi ne esce con le ossa rotta è proprio l’Europa meridionale. Già nella sinossi si legge infatti che i risultati rivelano che a essere più colpite saranno le aree costiere, per via dell’innalzamento dei mari e della maggiore esposizione agli eventi meterologici estremi.

Al netto del fatto che l’analisi, per forza di cose, non può tenere conto “dei cambiamenti nelle preferenze” di turiste e turiste e del fatto che magari le persone quando scelgono le località da visitare non sono a conoscenza degli impatti della crisi climatica sui luoghi, bisogna tenere conto delle notevoli differenze a seconda del metro di valutazione che si sceglie.

grafico turismo JRC

Un conto, infatti, è avere un aumento delle temperature di 1,5 gradi rispetto all’era pre-industriale (secondo le stime degli esperti, tale soglia si raggiungerà in Europa in maniera costante già nel prossimo decennio) e un conto è dover affrontare aumenti di temperatura di 3 o 4 gradi. Lo studio del JRC nella propria analisi sembra propendere per la seconda ipotesi – e in realtà si tratta della prospettiva scientificamente più diffusa.

“In base agli scenari di riscaldamento di 3 °C o 4 °C – si legge nel documento del JRC – si prevedono cambiamenti significativi nei modelli di domanda per l’Europa, con un chiaro schema Nord-Sud. Si prevede che le regioni dell’Europa centrale e settentrionale diventino più attraenti per le attività turistiche durante tutto l’anno, a scapito delle aree meridionale e mediterranee. In uno scenario di riscaldamento globale di 4 °C, si prevede che l’80% delle regioni aumenterà la propria domanda turistica rispetto al 2019. Si prevedono tassi di crescita superiori al 3% nel numero di pernottamenti per un totale di 106 regioni. D’altro cando si prevede che 52 regioni tra cui Bulgaria, Grecia, Cipro, Spagna, Francia, Italia, Portogallo e Romania perderanno flussi turistici rispetto al presente”.

Come già accennato, gli effetti maggiori della crisi climatica si riversano sulle regioni costiere e insulari, che infatti “subiranno i maggiori impatti sulla domanda turistica per gli scenari di riscaldamento più elevati”. Anche in questo caso da qui al 2100 le studiose e gli studiosi del JRC indicano un nuovo flusso turistico che andrà dal Sud al Nord dell’Europa. Giusto per fare un esempio: se le isole greche andranno incontro, nelle stime del documento, a una perdita del 9% nel numero di pernottamenti, il Galles occidentale dovrebbe registrare un boom turistico, con un aumento del 16%. E l’Italia? Anche in questo caso, il nostro Paese è tra quelli messi peggio: gli ottomila chilometri di coste, le due isole maggiori (Sicilia e Sardegna) e le 27 isole minori dovranno affrontare perdite della domanda turistica superiori al 5%.

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Per un turismo sostenibile e resiliente

Di fronte a tale quadro, uno dei rischi più evidenti è che la crisi climatica possa acuire le differenze tra Nord e Sud anche nel settore turistico. Va dunque apprezzato il tentativo dell’Unione europea di creare uno spazio comune europeo di dati per il turismo. Negli scorsi giorni la Commissione europea ha pubblicato una prima comunicazione per lanciare l’iniziativa, definendone gli elementi costitutivi. “Questo spazio di dati – si legge nella comunicazione – consentirà alle imprese del settore turistico e agli enti pubblici di condividere un’ampia gamma di dati per orientare lo sviluppo di servizi turistici innovativi, come pure di migliorare la sostenibilità dell’ecosistema turistico e di rafforzarne la competitività economica”.

Ma in cosa consiste esattamente questo spazio comune, che la Commissione vorrebbe realizzare entro la fine del 2023? E in che modo ciò potrà influire sulle modalità con cui la crisi climatica inciderà sul turismo? Lo spiega la stessa Commissione, secondo la quale “lo spazio comune europeo di dati per il turismo:

  • agevolerà la condivisione di dati di varia origine (ad esempio imprese, enti locali e mondo accademico) portando il pubblico e gli altri portatori di interessi a collaborare per definire le caratteristiche fondamentali dello spazio di dati. Ad esempio, i dati sul consumo energetico degli alberghi possono essere utili per monitorare l’impatto ambientale del turismo su una determinata destinazione;
  • permetterà di accedere ai dati a un’ampia gamma di utenti, tra cui intermediari commerciali, gestori delle destinazioni, fornitori di servizi turistici e altri. Ad esempio, una start-up che offre servizi turistici basati sull’intelligenza artificiale potrà utilizzare dati più pertinenti; un’agenzia di viaggio disporrà di una visione migliore delle offerte per tutte le città, regioni e paesi; un ente locale disporrà di maggiori informazioni sui flussi turistici. Questo aiuterà le imprese (in particolare quelle più piccole) e gli enti locali a creare, migliorare e personalizzare i servizi e a supportare il processo decisionale correlato alla sostenibilità della loro offerta turistica;
  • promuoverà un quadro coerente, affidabile ed efficiente per la governance dello spazio comune europeo di dati per il turismo, basato sul rispetto della vigente legislazione UE e nazionale in materia di dati e delle norme comuni stabilite a livello dell’UE. Ciò garantirà un modello di governance dei dati sviluppato da tutti i portatori di interessi dell’ecosistema turistico: Stati membri, enti locali e regionali, settore privato e istituzioni dell’UE, con il sostegno di finanziamenti dell’Unione;
  • offrirà interoperabilità tra campi di dati e spazi di dati settoriali, come gli spazi comuni europei di dati su mobilità, energia, ambiente, salute, comunità intelligenti, patrimonio culturale e altri settori con evidenti collegamenti con l’esperienza turistica”

Resta da sperare che tra i dati sul turismo messi in comune ci siano anche quelli relativi alla crisi climatica.

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