La proposta di revisione dei principi di rendicontazione di sostenibilità (European Sustainability Reporting Standards, noti come standard ESRS) secondo la maggioranza degli investitori e delle istituzioni finanziarie avrà un impatto negativo sulla qualità delle informazioni sulla sostenibilità che ricevono dalle aziende, suscitando preoccupazione in particolare per la ridotta comparabilità, la perdita di dati chiave su clima e ambiente e dunque la capacità di valutare le prestazioni ESG delle aziende e le performance di sostenibilità. Le aziende che redigono report di sostenibilità, tuttavia, hanno accolto con molto più entusiasmo i cambiamenti, prevedendo significativi risparmi sui costi di rendicontazione, maggiore chiarezza e fruibilità e nessun ostacolo all’accesso di finanziamenti green.
È quanto emerge dall’analisi costi-benefici commissionata alle società di analisi Prometeia e Syntesia dall’EFRAG – l’organizzazione europea indipendente che fornisce consulenza tecnica alla Commissione europea in materia di rendicontazione finanziaria e di sostenibilità e si è occupata della stesura degli standard ESRS richiesti dalla direttiva CSRD – a cui Bruxelles, in seguito alla presentazione delle semplificazioni contenute nel pacchetto Omnibus I, aveva dato mandato di riformulare gli stessi standard riducendo sostanzialmente il numero dei dati richiesti alle aziende.
La versione semplificata degli standard ESRS
Lo studio, “Analisi costi-benefici della bozza di standard europei di rendicontazione della sostenibilità modificati”, fa seguito alla pubblicazione, a inizio dicembre, da parte dell’EFRAG della sua proposta di revisione degli standard dESRS, in linea con le richieste e gli obiettivi della Commissione europea. In pratica, la linea adottata è stata quella di ridurre significativamente gli obblighi di rendicontazione della sostenibilità per le aziende soggette agli obblighi della direttiva CSRD.
Una delle novità più rilevanti della revisione riguarda la drastica riduzione degli oneri informativi: l’EFRAG ha tagliato del 61% i datapoint obbligatori ed eliminato le disclosure volontarie, portando a una riduzione complessiva di oltre il 70% dei punti dati richiesti. La semplificazione interviene anche sul processo di doppia materialità, rendendolo meno oneroso e più chiaro, e sulla rendicontazione della catena del valore, superando la precedente preferenza per i dati primari. Le imprese dispongono così di maggiore flessibilità nell’uso di stime e proxy e subiscono una minore pressione nella raccolta diretta delle informazioni dai fornitori, con l’obiettivo di concentrare il reporting sulle informazioni giudicate essenziali.
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Cosa è emerso dall’indagine sulle aziende intervistate
Tra i principali fattori di riduzione dei costi individuati dai redattori emerge il taglio dei datapoint obbligatori previsto negli standard ESRS rivisti, indicato dalla maggior parte delle imprese intervistate come un elemento decisivo per contenere i costi di rendicontazione. A questo si affiancano altri interventi rilevanti, come l’alleggerimento delle informazioni quantitative sugli effetti finanziari, la razionalizzazione dei contenuti degli standard ESRS, l’eliminazione delle duplicazioni e una maggiore flessibilità che consente di evitare rendicontazioni superflue.
Per le aziende che rientreranno per prime nel perimetro della direttiva CSRD, l’indagine segnala che il 90% prevede una riduzione dei costi interni ricorrenti, in particolare in termini di tempo e risorse del personale, mentre quasi il 75% stima un calo dei costi esterni ricorrenti, come quelli legati alle infrastrutture informatiche, ai sistemi digitali o ai servizi di consulenza, con una riduzione media attesa intorno al 20%.
Nel complesso, le imprese soggette alla CSRD potrebbero beneficiare di risparmi stimati in 3,7 miliardi di euro tra il 2027 e il 2031, pari a circa il 34% dei costi di rendicontazione previsti sulla base degli ESRS adottati nel 2023. Considerando anche gli effetti indiretti lungo la catena del valore, legati alla riduzione delle richieste informative verso fornitori e partner, il beneficio complessivo salirebbe a 4,7 miliardi di euro, ovvero il 44% dei costi inizialmente stimati.
Oltre al taglio dei datapoint, il rapporto evidenzia una valutazione positiva da parte degli intervistati dal lato aziende anche sulla maggiore chiarezza degli ESRS rivisti, che ne facilita la comprensione e l’interpretazione. Le imprese ritengono inoltre che le modifiche non avranno effetti negativi sull’accesso al credito, sul suo costo o sulle diverse forme di finanziamento verde. In generale, le aziende intervistate concordano sul fatto che la semplificazione non avverrà a scapito della qualità dei dati.
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I timori sulla minore affidabilità degli standard ESRS restano
Il rapporto evidenzia tuttavia una valutazione più critica da parte degli utilizzatori dei dati ESG, meno ottimisti sugli effetti della revisione degli standard ESRS, in particolare per quanto riguarda la tutela della qualità informativa. Tra i soggetti intervistati, il 55% ritiene che le modifiche agli standard avranno un impatto negativo sulla qualità delle informazioni, una percezione ancora più marcata tra investitori e istituzioni finanziarie, dove la quota sale al 67%.
Le principali preoccupazioni segnalate dagli utilizzatori dei dati ESG sono direttamente collegate alla riduzione dei datapoint prevista dalla revisione degli ESRS. In primo luogo emerge il timore di una minore comparabilità delle informazioni, indicato dal 52% degli intervistati, seguito dal rischio di perdita di dati critici nello standard sul clima, citato dal 45%, e in altri standard ambientali, segnalato dal 43%. Un’ulteriore fonte di preoccupazione riguarda la riduzione del livello informativo legata all’introduzione di esenzioni e semplificazioni nelle metriche, anch’essa indicata dal 43% di chi ha partecipato all’indagine.
Pur riconoscendo che la semplificazione degli ESRS potrebbe migliorare, almeno in parte, la pertinenza e l’utilizzabilità dei dati di sostenibilità – opinione condivisa dal 68% degli utilizzatori – il rapporto sottolinea come tra investitori e istituzioni finanziarie non vi sia alcuna convinzione piena su questi benefici, che restano percepiti come incerti e non garantiti.
La ricerca di un compromesso politico con l’Unione europea
Secondo lo studio, la revisione non è attesa produrre effetti significativi sulla competitività dei soggetti tenuti alla rendicontazione, ad esempio in termini di accesso ai mercati verdi, agli appalti pubblici orientati alla sostenibilità e alle catene del valore. Allo stesso modo, la riduzione dei punti informativi non dovrebbe determinare condizioni diverse per l’accesso al credito e ai capitali, né incidere sul costo del credito, del capitale di rischio e della finanza sostenibile. Eventuali effetti sull’accesso alla finanza sostenibile per i soggetti interessati sono ritenuti limitati, ma positivi.
L’unico impatto parzialmente negativo – proseguono gli autori dello studio – riguarda la disponibilità di informazioni per gli utilizzatori, a causa della riduzione del numero dei punti informativi e del livello di dettaglio. Tale effetto è tuttavia compensato dal miglioramento della chiarezza, dell’usabilità e della sintesi delle dichiarazioni di sostenibilità. Anche sotto questo profilo, pertanto, gli eventuali svantaggi sono attesi come nulli o contenuti. Nel complesso, l’analisi suggerisce che la semplificazione, guidata dai principi di proporzionalità e interoperabilità, dovrebbe generare benefici economici senza compromettere gli obiettivi fondamentali della direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità delle imprese.
Al tempo stesso, l’allineamento agli standard internazionali emergenti, la definizione di orientamenti comuni a livello europeo in materia di verifica e il consolidamento dell’infrastruttura digitale per la diffusione delle informazioni risultano decisivi per mantenere la qualità e l’utilità della rendicontazione di sostenibilità. Restano tuttavia – conclude il documento – alcune sfide non direttamente affrontate dalla revisione degli standard europei di rendicontazione, ma che rappresentano rilevanti fattori di costo per i soggetti tenuti alla rendicontazione, legate alla coerenza interpretativa tra gli Stati membri, all’operatività degli standard europei di verifica e alla disponibilità di orientamenti metodologici per la stima degli effetti finanziari attesi.
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