domenica 15 Marzo 2026

Il sogno mancato delle comunità energetiche nella relazione della Corte dei conti europea

La nuova relazione della Corte dei conti europea analizza gli sforzi UE, lunghi quasi dieci anni, per l’attivazione delle comunità energetiche nei 27 Stati membri. “I progressi sono ben al di sotto delle aspettative”, scrivono i giudici. Pesa soprattutto la vaghezza giuridica, che ha spaventato soprattutto i condomini

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista glocal, ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane per poi specializzarsi su ambiente, energia ed economia circolare. Redattore di EconomiaCircolare.com. Per l'associazione A Sud cura l'Osservatorio Eni

Dopo un’attenzione particolare appena prima e durante la pandemia, estesa poi dagli incentivi previsti dal PNRR, le comunità energetiche sono un po’ scomparse dal dibattito pubblico. Non scomparse del tutto, almeno in Italia, dato che tra decreti attuativi e fondi rimodulati (o, meglio, ridotti), le CER (comunità energetiche rinnovabili, l’acronimo col quale si sono diffuse nel nostro Paese) sono comunque nate e si sono diffuse. Ma non nella maniera così importante come si auspicava e come, in fondo, auspicavano le stesse istituzioni europee.

A dirlo è una nuova relazione della Corte dei conti europea. “Il sogno di una rivoluzione energetica UE a livello locale si allontana a causa di ostacoli tecnici e giuridici” affermano i magistrati contabili.  “I cittadini, le autorità locali e le piccole imprese in tutta l’UE avrebbero dovuto produrre, gestire, condividere e consumare sempre più energia autoprodotta grazie alle comunità energetiche. Quasi un decennio dopo che queste ambizioni sono state enunciate, però, la Corte traccia un quadro non entusiasmante: i progressi sono ben al di sotto delle aspettative”. Affinché queste iniziative guidate dai cittadini mantengano le promesse, la Corte raccomanda regole più chiare, maggiori incentivi ai cittadini e alle famiglie vulnerabili e un sostegno più efficace per lo sviluppo di soluzioni di accumulo di energia.

“Mentre l’UE corre per raggiungere gli obiettivi in materia di clima ed energia, le comunità energetiche guidate dai cittadini restano una idea allettante – un ideale teorico ma difficile da attuare nella pratica”, ha dichiarato João Leão, membro della Corte responsabile dell’audit. “L’UE deve ora rimuovere gli ostacoli giuridici e le difficoltà tecniche per farle funzionare efficacemente sul terreno”.

Leggi: lo Speciale sulle comunità energetiche

Cosa sono le comunità energetiche e perché sono importanti

L’UE ha stabilito l’obiettivo per la quota di energie rinnovabili di almeno il 42,5 % entro il 2030 (rispetto al 25,4 % nel 2024). La Commissione ha stimato che, entro il 2050, metà dei cittadini dell’UE potrebbe produrre fino al 50 % delle energie rinnovabili dell’UE. Uno degli strumenti che avrebbe dovuto, anzi potrebbe,  far raggiungere tale ambizione è appunto quello delle CER. Come ricorda la Corte dei conti europea, le comunità energetiche sono soggetti giuridici attraverso i quali i cittadini, le piccole imprese e le autorità locali possono produrre, gestire, condividere e consumare la propria energia.

comunità energetiche - schema corte dei conti
fonte: Corte dei conti europea

La Commissione ha introdotto le definizioni giuridiche dell’UE per le comunità energetiche nella direttiva (UE) 2018/2001 sull’uso dell’energia da fonti rinnovabili (Renewable Energy Directive – RED II) e nella direttiva (UE) 2019/944 relativa al mercato interno dell’energia elettrica (Internal Market for Electricity Directive – IMED). Nella strategia dell’UE per l’energia solare, inoltre, la Commissione ha fissato un obiettivo politico, con il quale. l’UE e gli Stati membri hanno promesso di collaborare per creare almeno una comunità energetica basata su fonti rinnovabili in ogni comune con più di 10mila abitanti entro il 2025. Un obiettivo ambizioso, che però la stessa UE sembra aver dimenticato preferendo inseguire allo stesso tempo la strada della diversificazione energetica che in realtà ha significato un crescente approvvigionamento di Gas Naturale Liquefatto e l’inseguimento dell’energia nucleare. In realtà già nella valutazione d’impatto della RED II del 2016 la Commissione affermava che nell’UE, entro il 2030, le comunità energetiche sarebbero potute arrivare a detenere più di 50 GW di energia eolica e più di 50 GW di energia solare, pari rispettivamente al 17 % e al 21 % della capacità installata. Ma anche questo obiettivo non è stato raggiunto.

Vale la pena ricordare che le comunità energetiche sono strutture giuridiche che consentono agli individui, alle autorità locali e alle piccole imprese di unire le forze per produrre, gestire, condividere ed utilizzare l’energia. Possono sfruttare qualsiasi fonte energetica, dai pannelli solari sui tetti dei condomini a turbine eoliche in comproprietà che forniscono energia elettrica ad un paese o un quartiere e possono beneficiare di finanziamenti dell’UE per miliardi di euro. L’UE considera le comunità energetiche uno strumento potente per raggiungere i propri obiettivi in materia di clima ed energia, anticipando che entro il 2030 potrebbero rappresentare una quota significativa della capacità eolica e solare dell’Europa (rispettivamente il 17 % e il 21 %). 

Leggi anche: Sognando un’energia rinnovabile ed etica. Intervista a Sara Capuzzo

Comunità energetiche, cosa è andato storto?

La relazione speciale 10/2026, “Comunità energetiche – Un potenziale ancora da sfruttare”, è disponibile sul sito Internet della Corte. E, come lascia intuire il titolo, lascia ancora uno spiraglio aperto. Ma se si va a leggere la relazione, poi, la situazione è meno entusiasmante a partire dal fatto che già in partenza le stime UE sono sembrate eccessivamente ottimistiche. Il più importante in questo senso è l’obiettivo sancito dalla Commissione secondo il quale ogni Comune con più di 10mila abitanti avrebbe avuto almeno una comunità energetica rinnovabile entro il 2025. La Commissione europea non ha ancora comunicato se tale obiettivo sia stato raggiunto, ma i dati raccolti dagli auditor della Corte mostrano che l’UE è ampiamente al di sotto del target.

Le definizioni poco chiare dell’UE hanno poi creato confusione su cosa si intenda esattamente per comunità energetica, come debba essere costituita, come si possa condividere l’energia prodotta e vendere quella in eccesso. Questa vaghezza giuridica dissuade i cittadini dal partecipare e, in ultima analisi, ostacola la creazione di comunità energetiche. Questo vale soprattutto per i condomini, in cui abita circa metà della popolazione dell’UE, dove la prospettiva di aggiungere un’ulteriore entità giuridica alle associazioni di proprietari create per gestire gli edifici viene considerato un ulteriore livello di burocrazia.

Inoltre i ritardi o i rifiuti a connettere nuovi impianti dovuti alla congestione della rete rallentano lo sviluppo delle comunità energetiche. Parte del problema è che le curve di produzione e consumo naturalmente non corrispondono: i pannelli solari producono il massimo dell’energia elettrica verso mezzogiorno mentre il picco di domanda delle famiglie si colloca la mattina presto o la sera. Combinare i progetti di energie rinnovabili con servizi di flessibilità, in particolare con l’accumulo di energia, potrebbe contribuire a riequilibrare offerta e domanda in tempo reale, ridurre la pressione sulla rete e potenziare l’autoconsumo di energia prodotta localmente. La Commissione europea non considera comunque ancora prioritario il sostegno per l’accumulo di energia per queste comunità, perdendo così l’opportunità di favorirne lo sviluppo.

Leggi anche: Il flop delle CER in Italia: raggiunto l’1% degli obiettivi del PNRR

Le risposte della Commissione sulle comunità energetiche

Come sempre, allegata alla relazione della Corte dei conti europea c’è anche un documento con le risposte della Commissione. Nel caso delle comunità energetiche tale opportunità è ancora più preziosa perché, al di là delle formalità e delle risposte di circostanza, qualcosa si intravede. E ciò è ancora più fondamentale nell’attuale caos energetico, dove la guerra in Iran scatenata da Stati Uniti e Israele rischia di avere pesanti ripercussioni nel sistema energetico europeo.

“Le comunità energetiche possono essere un mezzo efficace per ristrutturare i nostri sistemi energetici -scrive dunque non a caso la  Commissione – conferendo ai cittadini e agli attori locali (PMI, associazioni, autorità pubbliche ecc.) il potere di portare avanti la transizione energetica a livello locale e di beneficiare direttamente di migliore efficienza energetica, di bollette più basse, della riduzione della povertà energetica e di maggiori opportunità di lavoro verdi a livello locale”. Tutto giusto, verrebbe da dire, ma poi c’è la realtà. E la realtà è fatta di ambizioni non supportate adeguatamente.

deregolamentazione

Così la Commissione si ritrova a dover confermare implicitamente che non è raggiunto l’obiettivo di una comunità energetica per ogni Comune sopra i 10mila abitanti. “Si tratta di un obiettivo politico che, per essere raggiunto, richiede una stretta cooperazione tra la Commissione e gli Stati membri dell’UE – scrive la stessa Commissione – Come indicato nella decima relazione sullo stato dell’Unione dell’energia, pubblicata nel novembre 2025, nell’UE esistono complessivamente più di 8mila comunità energetiche. Ciò costituisce un risultato impressionante, anche se il suddetto obiettivo fissato nella strategia dell’UE per l’energia solare non è stato raggiunto entro la fine del 2025”.

Infine la Commissione concorda sulla necessità di ulteriori orientamenti affinché le comunità energetiche possano realizzare appieno il loro potenziale e promette di tenerne conto nel prossimo pacchetto sull’energia, in particolare per garantire l’inclusività e l’accesso alle comunità energetiche per tutte le persone. Un impegno che tuttavia appare un po’ vago.

Leggi anche: A Ballarò la risposta alla povertà energetica è strutturale (come il problema)

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