C’è stato un momento, in Italia, in cui le comunità energetiche sembravano davvero poter diventare di massa. Se ne parlava non solo in termini di energia rinnovabile diffusa, che avrebbe abbassato le bollette, ma anche in termini sociali, nel senso che le comunità energetiche avrebbero potuto garantire energia sostenibile e a buon mercato anche a chi non se la poteva permettere. C’era pure l’acronimo giusto, CERS – Comunità Energetiche Rinnovabili Solidali. Che ne è stato di quella opportunità? Per capirlo bisogna riprendere la recente relazione della Corte dei conti europea sulle comunità energetiche, che ha analizzato una storia lunga quasi 10 anni, dall’introduzione delle prime norme, e di un’applicazione spesso difficile. “Il sogno di una rivoluzione energetica UE a livello locale si allontana a causa di ostacoli tecnici e giuridici” hanno scritto i magistrati contabili.
Oltre all’esame delle norme, la Corte dei conti europea ha analizzato la diffusione delle comunità energetiche in quattro Stati membri dell’UE – Paesi Bassi, Polonia, Italia e Romania – andando direttamente sul campo, confrontandosi non solo con gli organismi europei ma anche con gli enti locali e le singole persone. Un esame particolarmente importante per verificare, scrivono i giudici, “se la Commissione abbia definito opportunamente gli obiettivi dell’UE, approvati dagli Stati membri, nonché se tali obiettivi siano oggetto di adeguato monitoraggio e sulla buona strada per essere raggiunti”. Inoltre la Corte “ha verificato se la Commissione e gli Stati membri abbiano posto in essere le condizioni idonee per lo sviluppo delle comunità”.
Come è andata per l’Italia? Bene ma non benissimo. Due le raccomandazioni proposte dalla Corte, e accettate dal governo Meloni:
- il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica italiano dovrebbe eseguire una valutazione e riferire in merito agli ostacoli esistenti e al potenziale di sviluppo delle comunità energetiche rinnovabili; il termine di attuazione per questa misura è previsto per luglio 2027.
- il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica italiano dovrebbe elaborare disposizioni che promuovano il ruolo dei cittadini nelle comunità energetiche, in modo da aumentare il coinvolgimento delle famiglie vulnerabili; il termine di attuazione per questa misura è previsto per dicembre 2026.
Ma cosa ci dicono i dati e le esperienze raccolte dalla Corte dei conti europea sulla diffusione delle comunità energetiche in Italia?
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Le comunità energetiche in Italia, tra dati risibili e prospettive ottimistiche
La relazione speciale 10/2026, “Comunità energetiche – Un potenziale ancora da sfruttare”, è disponibile sul sito Internet della Corte. E, come lascia intuire il titolo, lascia ancora uno spiraglio aperto. Specie per l’Italia. In ogni caso il dato di partenza è preoccupante. “In Italia nel gennaio 2025 le comunità energetiche contribuivano a circa lo 0,1% della capacità di produzione di energia solare e allo 0,01% della capacità di produzione di energia eolica” scrive la Corte dei conti europea. L’energia prodotta da tutte le comunità energetiche italiane – stando ai dati del gennaio 2025 – è pari a quella di una piccola città.

Tuttavia, scrive ancora la Corte, “la rapida crescita delle comunità in Italia nel periodo gennaio – giugno 2025 offre prospettive ottimistiche”. C’è poi un altro elemento positivo. Insieme alla Polonia, l’Italia è l’unico Stato tra i quattro esaminati dalla Corte dei conti europea che ha incluso i target per le comunità energetiche nel proprio Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), anche se i dati non sono comunque pienamente in linea con l’obiettivo dell’UE. Inoltre, scrivono ancora i giudici, “a quattro anni dalla scadenza dei termini per il recepimento, dei quattro Stati membri sottoposti ad audit solo l’Italia ha dimostrato di aver recepito tutti gli articoli sulle comunità energetiche di entrambe le direttive”.
Gli elementi positivi, anche se di poco conto, finiscono comunque qui. La Corte ricorda che in Italia le informazioni sulle comunità energetiche sono “frammentate” e le istruzioni “sono difficili da seguire senza l’assistenza di esperti, il che crea ostacoli per le comunità”. D’altra parte “nessuno degli Stati membri sottoposti ad audit ha adottato disposizioni giuridiche specifiche per promuovere attivamente la partecipazione alle comunità energetiche da parte dei cittadini”. C’è da aggiungere comunque che il sostegno pubblico da parte del governo consente un recupero dell’investimento in un periodo in linea con le aspettative della Commissione (meno di 10 anni).
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Cosa ha fatto (e cosa non ha fatto) l’Italia per le comunità energetiche
Come abbiamo accennato, nel proprio PNEC l’Italia ha inserito le comunità energetiche, facendo riferimento a una misura specifica del PNRR da 2,2 miliardi di euro relativa all’autoconsumo collettivo e alle comunità energetiche rinnovabili nei comuni con meno di 5mila abitanti, con l’obiettivo di sviluppare una capacità di energia rinnovabile di almeno 2 gigawatt entro il 2026. “Tuttavia – fanno notare i giudici – tale misura non è in linea con l’obiettivo dell’UE, che è rivolto ai Comuni con più di 10mila abitanti, e non stabilisce un target per il numero di comunità. Nel luglio 2025 l’Italia ha esteso questo obiettivo ai Comuni con popolazione fino a 50mila abitanti”. E recentemente, aggiungiamo noi, ha drasticamente ridotto l’impegno economico previsto dal PNRR: dai 2,2 miliardi previsti agli attuali 795 milioni di euro.
Se da una parte, come chiedeva la stessa Corte dei conti europea, c’è stata una semplificazione procedurale, con un unico soggetto gestore, cioè il GSE, insieme a tempistiche definite e meno passaggi formali tra ministero, controlli e registrazioni, dall’altra la riduzione delle risorse è assai notevole, più del 60%. La relazione della Corte non è riuscita a esaminare questo provvedimento – il decreto legislativo n°19 del 2026 – e perciò l’analisi dei magistrati contabili appare un po’ monca.
Apprezzabile, invece, l’analisi a tutto tondo fatta sull’iter per la creazione di comunità energetiche. “In Italia – scrive la Corte dei conti europea – il sito Internet del GSE contiene video esplicativi, modelli giuridici e strumenti interattivi per la registrazione e il funzionamento delle comunità. Le autorità nazionali hanno anche organizzato eventi di sensibilizzazione. Dalle discussioni che gli auditor hanno avuto con le comunità energetiche e altri portatori di interessi è emerso che le comunità considerano le informazioni fornite complete e ben strutturate, ma che il loro utilizzo richiede spesso un’interpretazione professionale. Anche se l’Italia aveva istituito nel 2023 un osservatorio nazionale per diffondere le buone pratiche, al momento dell’audit questo non aveva prodotto risultati”.

Il punto dove l’Italia resta più carente è comunque un altro, e cioè l’aspetto sociale delle comunità energetiche. “L’Italia – si legge ancora nella relazione – non richiede per legge la presenza dei cittadini nelle comunità energetiche né impone a queste ultime di sostenere le famiglie vulnerabili. Nel maggio 2025, per incoraggiare i singoli cittadini a partecipare alle comunità energetiche rinnovabili, l’Italia ha ammesso le persone fisiche a beneficiare della tariffa incentivante piena applicabile all’energia condivisa prodotta da impianti finanziati dal PNRR; in precedenza, erano ammissibili solo gli enti pubblici e gli enti senza fini di lucro. In Italia le comunità beneficiano di esenzioni sugli oneri di rete, in quanto la parte variabile della tariffa di trasmissione viene rimborsata per l’energia elettrica condivisa all’interno della comunità. Inoltre l’Italia offre due incentivi principali per le comunità energetiche rinnovabili: una tariffa incentivante sull’energia condivisa all’interno della comunità (calcolata su base oraria) pagata per 20 anni a circa 0,10 euro/kWh e una sovvenzione in conto capitale che copre fino al 40% dei costi ammissibili dell’investimento, finanziata attraverso il PNRR”.
Si tratta comunque di incentivi che non bastano a integrare le persone e le famiglie più bisognose di energia sostenibile e a buon mercato. Un aspetto che avrebbe potuto essere particolarmente utile proprio in questi giorni, coi prezzi delle bollette che rischiano di schizzare alle stelle per via della guerra in Iran scatenata da Stati Uniti e Israele.
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