Tra i campi della zona rurale di Casal Selce, quadrante nord-ovest di Roma, l’amministrazione capitolina sta installando uno dei due biodigestori previsti dal Piano dei Rifiuti della città: un impianto moderno destinato a incidere non solo sulla gestione dei rifiuti organici della capitale, ma anche sull’identità del territorio e della comunità che lo abita.
Il progetto rientra nel più ampio programma di economia circolare dell’Unione Europea: impianti di questo genere, infatti, di cui l’Italia è leader in Europa, hanno un ruolo chiave nella transizione energetica, in quanto permettono di produrre energia dal recupero di materiale organico di scarto, moderando così l’ormai insostenibile estrazione di gas dai giacimenti.
L’impianto in costruzione a Casal Selce segue, nello specifico, una tecnologia wet (ad umido) termofila: scarti organici e di produzione agroalimentare, precedentemente controllati per differenziarli da eventuali materiali non idonei alla lavorazione, vengono trattati ad alte temperature e in assenza di ossigeno (digestione anaerobica) per permettere ai batteri di degradare la materia organica e trasformarla in gas riutilizzabile.
Nonostante le buone intenzioni, la comunità locale non manda giù la campagna promozionale del Comune di Roma che lo descrive come un “impianto di economia green”, allineato quindi ai principi dell’economia circolare. Di certo, infatti, c’è che le contestazioni cittadine hanno dovuto fare i conti con le esigenze del Comune di Roma, in parte legate alla necessità per la città di trovare un sistema efficiente di smaltimento dei rifiuti, e in parte vincolate alle scadenze dei fondi Pnrr, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza finanziato dall’Unione Europea, a cui il progetto è legato più da vincoli contrattuali che da finanziamenti diretti, dal momento che di fatto è pagato con i fondi statali del Decreto legge Aiuti “quater”.

L’impianto bio-indigesto: la reazione della comunità
Non è un’aria di ottimismo quella che si respira arrivando in prossimità della zona dei lavori a Casal Selce. I tre chilometri che distanziano il centro abitato dal presidio del Comitato in difesa della zona, messo in piedi come una specie di fortezza ai piedi del cantiere, sono un suggestivo addentrarsi nelle angosce della comunità sul proprio destino: croci piantate nel terreno segnano, simbolicamente, la sorte luttuosa prevista per quella che è già stata rinominata la “collina della morte”. Bare commemorano i morti di Malagrotta e predicono quelli che verrano, un reggimento di bandiere italiane rivendica l’orgoglio ferito di una comunità che si è sentita sacrificata senza volerlo: slogan indignati denunciano il sindaco Roberto Gualtieri, indesiderato numero uno della lista dei responsabili, di essersi imposto con la forza su una questione che non era ancora stata approvata dal Consiglio di Stato.
La storia traumatica della vicina Valle Galeria, zona in cui l’amministrazione capitolina ha concentrato, negli anni, una serie di impianti di trattamento e smaltimento rifiuti (tra cui la discarica di Malagrotta, chiusa nel 2013 e mai bonificata), ha rafforzato nella comunità la convinzione di sentire il proprio quartiere “una zona in cui portare solo dei rifiuti”, come dice la presidentessa del comitato di Casal Selce, Elisabetta Musso. In questo frustrante vissuto di comunità-scarto, il peso imminente delle 100mila tonnellate di rifiuti che il nuovo impianto sarà in grado trattare all’anno, arriva a saturare un’atmosfera già piuttosto claustrofobica, contribuendo a determinare le scelte narrative (e di posizione) con cui i comitati raccontano la vicenda.
Nei suoi caratteri generali, la protesta portata avanti dai comitati di Casal Selce si allinea a quelle di analoghe associazioni che hanno dovuto confrontarsi con il tema dei rifiuti (Cesano innanzitutto, dove è in costruzione l’impianto “gemello”, e che si è vista respingere il ricorso, altrettanto gemello, inviato al Consiglio di Stato), riproponendo quindi il racconto già sentito di una presa di opposizione a tutti i costi: nessuno, in breve, vuole a casa propria i cosiddetti “ecomostri”. Questi di ultima generazione poi, come viene contestato all’assessora ai Rifiuti Sabrina Alfonsi durante un incontro pubblico, “digeriscono la spazzatura e sono anche bio”, il che fa intendere piuttosto chiaramente cosa si sa e cosa non si sa di questa tecnologia.
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Il Pnrr detta i tempi: l’avvio dei lavori oltre i bisogni locali
Se dal fronte cittadino la componente emotiva irrigidisce un atteggiamento autodifensivo piuttosto comune nei casi di questo tipo, da parte delle istituzioni sembra essere mancata una corretta gestione del confronto con i residenti della zona, generalmente necessario per creare con le comunità cooperazione sul tema, offrendosi al dialogo solo a conti già fatti.
A indispettire ulteriormente gli animi l’inizio dei lavori (agosto 2025) prima della delibera del Consiglio di Stato, a cui la comunità si era rivolta con la speranza di non farli mai iniziare. L’urgenza, ha spiegato l’assessora Alfonsi, era di avviare i lavori “prima della scadenza dei fondi Next Generation UE (dicembre 2026)”: fondi, comunque, che il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) non ha direttamente destinato al progetto del Comune di Roma, nonostante la validità, per “plafond esaurito”. Ma il progetto rientra in un più ampio quadro di politiche nazionali per la transizione energetica, su cui l’Italia si è formalmente impegnata con la Commissione europea, e questo ha portato il governo a ripiegare sui fondi statali del decreto legislativo Aiuti per garantire la realizzazione degli obiettivi concordati e non rischiare di perdere così i finanziamenti europei.

Da generatori di ansie a generatori di energia?
Dall’ultimo rapporto sui Rifiuti Urbani dell’ISPRA, sono circa 1,6 i milioni di rifiuti che Roma ha prodotto nel 2024, la cui frazione organica, stimata a circa il 30% (cresce di 1.4 la raccolta differenziata), è prevalentemente spedita fuori regione, dal momento che gli impianti di compostaggio gestiti da AMA non sono in grado di coprire tutta la materia organica domestica. Il costo di questo “turismo dei rifiuti” non solo restringe le tasche del Comune e dei suoi cittadini, ma grava sull’ambiente con emissioni di CO₂ che sarebbe meglio evitare (le destinazioni nel centro e nord Italia prevedono inoltre viaggi più lunghi e dunque con maggiori ripercussioni economiche e ambientali).
Avere nei paraggi silos contenenti alte quantità di gas potenzialmente infiammabile è una delle principali preoccupazioni della comunità locale, che ritiene sottostimata la reale capacità dell’impianto. Pur essendo esentato dall’applicazione della direttiva Seveso III – la capacità di stoccaggio del biometano liquido infatti è inferiore a 50 tonnellate –, l’impianto è stato oggetto di un’interrogazione dell’europarlamentare Dario Tamburrano alla Commissione Europea, volta a chiarire i criteri di valutazione adottati. La valutazione del progetto, mai effettivamente esaminata in Commissione, rimane interamente nelle mani dell’autorità nazionale.
Gli incentivi pubblici investiti in queste tecnologie hanno un ruolo chiave non solo nella corretta progettazione degli impianti, ma anche per la loro regolare manutenzione: uno studio pubblicato su ScienceDirect, che analizza 73 incidenti verificatisi tra il 1990 e il 2023 (Francia e Germania in testa), individua nelle esplosioni di gas la causa principale, da correlare a malfunzionamenti tecnici ed errori umani.
Secondo le previsioni di AMA, una volta attivi i due biodigestori della città saranno in grado di recuperare, all’anno, circa 20 milioni di metri cubi di biometano liquido utilizzabile come combustibile da trasporto, e 36 milioni di tonnellate di compost, da immettere nel mercato come ammendante per il suolo (che è anche il motivo per cui le zone agricole sono più idonee per questi impianti, rispetto alle zone industriali dismesse preferite dai comitati).
Il progetto di Ama riqualifica un ex terreno della Regione Lazio, ora proprietà del Comune di Roma, prescelto da tempo anche in virtù della presenza di una cava dismessa. Le contestazioni della comunità sull’idoneità del sito (per eccessiva vicinanza alle case, impatto visivo e danni alla biodiversità) non hanno concordato con il parere invece favorevole dell’ARPA, che con una determina di VIA (Valutazione Impatto Ambientale) rilasciata nel 2023, ha approvato il progetto.

Il trattamento di scarto organico per digestione anaerobica si presta sì a potenziali rischi, come ogni processo industriale, ma rimane comunque l’alternativa allo stoccaggio in vasche aperte, sia temporanee (pre compostaggio) che definitive (discariche), dove il rischio di emissioni di metano e percolato (il liquido inquinante derivato dalla putrefazione di materia organica) è più un rischio certo che probabile.
Bisognerà comunque attendere la fine del 2026, periodo in cui è stimata la messa in funzione dell’impianto, per constatare se il biodigestore di Casal Selce merita o meno la croce che gli è stata già preparata.
nb: Il Comune di Roma e Ama sono stati contattati per questo articolo, ma entrambi gli enti non hanno ancora risposto alle nostre domande.
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Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del workshop conclusivo della decima edizione del Corso di giornalismo d’inchiesta ambientale, realizzato da A Sud ed EconomiaCircolare.com in collaborazione con il Goethe Institut di Roma e con il Constructive Network.



