Il settore degli eventi culturali italiani fa economia circolare senza saperlo. E quando lo sa, non riesce ancora a farlo in modo sistematico. È questa, in sintesi, la fotografia che emerge da una ricerca condotta nell’ambito del Progetto Circolare – l’iniziativa co-finanziata dal PNRR e promossa da Santarcangelo dei Teatri con CDCA, ASSO, Ecoarea e la media partnership di EconomiaCircolare.com – che ha coinvolto 74 organizzatori di eventi, analizzato 53 realtà culturali italiane e realizzato dieci interviste qualitative in profondità con festival di diverse regioni.
I risultati, raccolti nel report “Economia circolare negli eventi culturali italiani: contesto, bisogni e buone pratiche”, restituiscono un quadro più articolato di quanto ci si potrebbe aspettare: non un settore immobile, ma uno in movimento – lento, disomogeneo, spesso inconsapevole di sé.
Il noleggio è già circolarità. Ma nessuno lo chiama così
Il dato più rivelatore della ricerca è anche il meno ovvio. Il 78,4% degli organizzatori di eventi culturali noleggia regolarmente beni e attrezzature per le proprie manifestazioni. Una percentuale altissima, che racconta una realtà operativa consolidata: nessun festival acquista un service audio per usarlo una settimana all’anno. Il noleggio è la norma.
Il problema è che quasi nessuno lo percepisce come una pratica di economia circolare. È buon senso economico, prassi operativa, abitudine del settore. Non è – nella percezione di chi lo fa – una scelta sostenibile consapevole. Questo scarto tra pratica e narrazione è uno dei nodi più significativi che il report mette a fuoco: il settore culturale fa già più circolarità di quanto creda, ma non la valorizza, non la comunica, non la costruisce intorno a una visione strategica.
“Il noleggio almeno in linea teorica rientra nelle pratiche di economia circolare”, dice Franco Salcuni del festival Festambiente Sud. “In pratica, nessuno ha mai comprato un service o un pianoforte per un evento all’anno, quindi è una pratica d’uso comunque per ragioni pratiche ed economiche, a prescindere che si tratti di Economia Circolare.”
Scambio e condivisione: il passo che ancora non si fa
Ben diversa è la situazione quando si va oltre il noleggio commerciale verso pratiche più profonde: lo scambio diretto tra enti, il prestito gratuito, l’acquisto condiviso. Qui la percentuale crolla: solo il 39% degli organizzatori dichiara di praticare attivamente scambio o condivisione di beni con altre realtà culturali. E quando lo fa, quasi sempre si tratta di accordi informali, con un numero limitato di partner, su scala strettamente locale.
I beni più richiesti in prestito raccontano le esigenze concrete del settore: al primo posto, con un distacco netto, il materiale tecnico audio e luci (lo chiederebbe l’87,8% degli organizzatori), seguito da materiale per allestimenti e strumenti musicali (entrambi al 52,7%), arredi per interni ed esterni (45,9%). Stoviglie e costumi chiudono la lista, con percentuali più basse ma non trascurabili.
Sul fronte dell’offerta, il quadro è più frammentato. Un terzo degli organizzatori dichiara di non avere nulla da mettere a disposizione – non per mancanza di volontà, ma perché le proprie dotazioni sono scarse o insufficienti anche per le proprie esigenze. Questo dato sposta il problema: la piattaforma non può essere pensata solo come un sistema di scambio tra pari. Deve includere una componente di aggregazione degli acquisti, che permetta anche alle realtà più piccole di entrare nel circuito.
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Cosa blocca lo scambio: un’anatomia degli ostacoli
Il report non si limita a fotografare lo stato dell’arte ma scava nei meccanismi che tengono bassa l’adozione delle pratiche circolari. E lo fa con un’analisi che va oltre il semplice elenco di difficoltà.
Il problema principale non è economico. È fiducia. La parola che torna più spesso nelle interviste, a prescindere dalla dimensione dell’evento e dalla regione di provenienza, è proprio questa: fiducia. Fiducia che il bene ricevuto in prestito venga restituito integro. Fiducia che l’altro ente sia affidabile. Fiducia che l’accordo informale regga nel tempo.
“Mancanza di rete, ostacoli culturali e mancanza di fiducia”, sintetizza Matteo Stronati dell’Associazione Valvolare di Fermo, uno dei casi di buona pratica più citati nella ricerca. “Bisognerebbe far conoscere le esperienze virtuose, la tecnologia potrebbe aiutare a far circolare le informazioni veicolando conoscenza e creando un clima di maggior fiducia.”
Accanto alla fiducia interpersonale manca quella istituzionale: contratti standard, coperture assicurative, procedure chiare per la gestione dei danni. Seguono i problemi logistici – trasporto, stoccaggio, tempistiche degli eventi sempre troppo strette – e una resistenza culturale legata in parte a differenze generazionali, in parte a un modello di business del settore audio-video che si regge proprio sul noleggio commerciale. Come osserva un partecipante nel questionario: “Non esiste una tradizione consolidata per lo scambio perché molte società in Italia guadagnano sui service.”
I driver ci sono, e sono forti
La buona notizia è che le motivazioni al cambiamento esistono, e sono significative. Alla domanda su cosa spingerebbe ad adottare pratiche circolari, l’82,4% degli organizzatori cita la riduzione dei costi, l’80,9% la sostenibilità ambientale, il 75% le opportunità di collaborazione. Tre driver quasi equivalenti, che si muovono in modo sinergico: chi vuole risparmiare trova nella circolarità anche una leva ambientale e relazionale. Chi vuole costruire reti trova che la circolarità è una cornice efficace.
Sul piano della disponibilità a cambiare strumenti operativi, il dato è ancora più netto: il 100% degli intervistati si è dichiarato interessato a utilizzare una piattaforma digitale dedicata allo scambio e all’acquisto condiviso. Una convergenza rara nelle indagini di settore, che racconta un bisogno reale e una disponibilità genuina.

Le buone pratiche esistono. Non si vedono
La mappatura su 53 eventi culturali italiani condotta nell’ambito della ricerca ha individuato 12 realtà che hanno adottato almeno una buona pratica circolare strutturata – un tasso del 22,6% che, letto con realismo, ci dice che tre eventi su quattro non l’hanno ancora fatto in modo organizzato. Ma le pratiche esistenti sono istruttive.
Il Festivaletteratura di Mantova ha sviluppato nel tempo un sistema integrato: arredi minimali e duraturi, segnaletica condivisa con altri festival della città, noleggio da service diventati partner stabili, un acquisto condiviso di rampe per persone con disabilità. L’Associazione Valvolare delle Marche ha acquistato collettivamente amplificatori e microfoni, noleggiandoli agli esterni a prezzi competitivi e scambiandoli con una compagnia teatrale locale sulla base di un accordo informale che dura da anni. Il Green Loop Festival ha trasformato la sostenibilità in identità, acquistando attrezzature da mettere a disposizione del territorio a prezzi calmierati.
Quello che accomuna questi casi è anche il loro limite: sono pratiche costruite su relazioni personali, geograficamente circoscritte, non documentate come tali e quindi non visibili. Non generano contagio. Non ispirano chi non le conosce già.
La piattaforma come risposta, ma non l’unica
Il Progetto Circolare ha risposto a questi bisogni con Circolare.app, la piattaforma digitale già attiva per le organizzazioni culturali. Ma la ricerca che ne ha preceduto e informato la progettazione suggerisce che una piattaforma da sola non basta.
Servono contratti standard facili da usare. Coperture assicurative integrate. Supporto logistico che renda i trasferimenti di beni economicamente e operativamente sostenibili. E servono politiche pubbliche all’altezza: bandi con tempi adeguati (molti organizzatori segnalano che i finanziamenti arrivano troppo tardi per permettere una pianificazione circolare), incentivi fiscali per chi documenta pratiche virtuose, semplificazione burocratica per gli enti pubblici che vogliono partecipare agli scambi senza essere sommersi da adempimenti formali.
“La sinergia tra istituzioni, tecnologia e formazione potrebbe rappresentare un fattore determinante”, si legge nelle conclusioni del report. “Creando le condizioni favorevoli per l’adozione di soluzioni sostenibili, circolari e collaborative.”
Il settore culturale italiano ha già dimostrato di saper fare circolarità. La sfida è smettere di farlo senza saperlo.
Il report “Economia circolare negli eventi culturali italiani” è stato realizzato nell’ambito del Progetto Circolare, promosso da Santarcangelo dei Teatri con CDCA, ASSO ed Ecoarea, con la media partnership di EconomiaCircolare.com. Il progetto è co-finanziato dall’Unione Europea attraverso il PNRR – Next Generation EU.


