Manzi (Utilitalia): “Prossimi alla saturazione degli impianti per la plastica. CONAI-COREPLA trovino soluzione”

Bruno Manzi, coordinatore Consiglio direttivo ambiente Utilitalia: senza interventi immediati per diverse aree del Paese – Emilia-Romagna, Marche, Veneto, Lombardia – il rischio di ripercussioni sulle ordinarie attività di raccolta è piuttosto concreto

Daniele Di Stefano
Daniele Di Stefano
Giornalista ambientale, redattore di EconomiaCircolare.com e socio della cooperativa Editrice Circolare

In una recente nota stampa Utilitalia ha scritto di “raccolta differenziata a rischio” per i rifiuti plastici. E di un monitoraggio degli impianti di stoccaggio, aggiornato a fine aprile, che fotografa una “situazione preoccupante” relativa ai quantitativi di materiale plastico stoccati presso i centri di raccolta. Chiedo aggiornamenti a Bruno Manzi, coordinatore del Consiglio direttivo ambiente dell’associazione delle utilities.

Dottor Manzi, oggi com’è la situazione? Avete dati più aggiornati rispetto ad aprile?

Abbiamo attivato un monitoraggio costante e continuo della situazione sui territori serviti dalle imprese associate. Una situazione che oggi è di crescente difficoltà relativamente ai limiti, sempre più prossimi, di saturazione degli impianti. Questo è quello che ci comunicano le aziende associate. Evidentemente gli strumenti messi in campo finora non sono stati efficaci per intaccare lo stock accumulato dentro gli impianti. C’è quindi un evidente acutizzarsi della crisi degli stoccaggi e degli svuotamenti, particolarmente in alcune province.

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Qualche situazione particolarmente critica (Catania) è stata risolta condividendo gli spazi di stoccaggio ancora disponibili tra le diverse piattaforme e dirottando lo scarico della plastica della raccolta differenziata da un centro comprensoriale all’altro. Ci sono ancora margini di manovra di questo tipo?

No. In base ai dati che abbiamo, i centri comprensoriali (CC, i centri di primo conferimento presso cui transita circa il 70% del totale della raccolta dei comuni, ndr) sono già tutti in una situazione di forte sofferenza. Quindi spostare quantitativi dall’uno all’altro non sembra una soluzione particolarmente efficace. Farlo potrebbe, anzi, spostare le criticità da territorio a territorio mettendo ancora più a rischio chi ancora oggi ha margini di manovra.

A nostro avviso una soluzione temporanea per gli stoccaggi andrebbe ricercata da parte dei sistemi EPR (i consorzi, CONAI e COREPLA, ndr) ma senza andare ad occupare quegli impianti di primo conferimento che oggi servono direttamente l’attività di raccolta differenziata. Il tema è svuotare i centri comprensoriali mettendo in atto soluzioni che, se sono nuovo stoccaggio, lo collochino a valle dei Centri di selezione (CSS, gli impianti dove gli imballaggi in plastica arrivano dai CC e vengono suddivisi per polimero e colore e indirizzati verso i rispettivi flussi di riciclo e recupero, ndr). Pensare di spostare rifiuti tra un CC e un altro non cambia nulla.

Avete denunciato che la “raccolta differenziata è a rischio”: ci sono situazioni locali in cui a breve si potrebbe bloccare tutto?

Abbiamo situazioni di grande difficoltà, ma tutto può accadere tranne l’interruzione della raccolta. Su questo come associazione siamo stati abbastanza chiari. Chiediamo al sistema EPR di operare di conseguenza.

Stando ai dati del nostro monitoraggio, senza interventi immediati per diverse aree del Paese – Emilia-Romagna, Marche, Veneto, Lombardia – il rischio di ripercussioni sulle ordinarie attività di raccolta è piuttosto concreto.

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La Regione Emilia-Romagna ha fatto sapere che, se la situazione non si sbloccherà a breve e non si troveranno sbocchi per la plastica differenziata, quella plastica andrà negli inceneritori. Durante l’ultimo tavolo per la crisi del riciclo della plastica al Ministero dell’ambiente, stando ai racconti di chi c’era, COREPLA avrebbe fatto sapere che senza interventi sarà costretta a portare i rifiuti in Svizzera, per essere bruciati. Che ne pensate?

Come è noto l’Italia, già in tempi non emergenziali, soffre anche di importanti carenze impiantistiche sul trattamento termico. In generale, nel rispetto della gerarchia dei rifiuti, i termovalorizzatori dovrebbero essere dedicati al trattamento delle frazioni non riciclabili.

Poi va considerato che le autorizzazioni di questi impianti fanno riferimento al carico termico dei rifiuti, che è legato al loro potere calorifero, non alle quantità trattate. Quello dei rifiuti plastici è approssimativamente doppio rispetto a quello dei rifiuti indifferenziati: una tonnellata di plastica ha lo stesso potere calorifero di due tonnellate di frazione non riciclabile. Bruciare più plastica, quindi, significa bruciare molti meno degli altri rifiuti.

Inoltre, continuiamo ad avere dubbi sul fatto che il nostro sistema di termovalorizzazione abbia ancora spazio di trattamento.

Bruciare rifiuti differenziati non pone un problema normativo, visto che le norme UE (Direttiva quadro 2008/98/CE) lo vietano?

 In questo momento credo che una risoluzione immediata del problema sia prioritaria rispetto alle questioni normative.

Per arginare la crisi, Utilitalia chiede “interventi immediati, strutturati e di sistema”, incluso un “supporto economico tempestivo per coprire i costi della gestione straordinaria di questi flussi”. Quali interventi immaginate? Chi deve metterli in campo? Chi pagherebbe il supporto economico?

La norma dice chiaramente che i costi sono a carico del sistema EPR. Quando dico costi intendo, nel brevissimo termine, quelli di raccolta, che ci riguardano direttamente, ma anche gli oneri di stoccaggio, gli oneri di trattamento e riciclaggio comprese le eventuali soluzioni alternative, qualora se ne dovessero pensare. Oneri che non dovranno in alcun modo ricadere né sui comuni né sulle aziende della raccolta.

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E se invece guardiamo a misure strutturali?

 Nel medio periodo il tema sarà costruire condizioni economiche per rendere più conveniente l’uso della plastica riciclata rispetto alla materia prima vergine e a quello delle materie cosiddette ‘riciclate’ che provengono da fuori UE. Immaginiamo interventi da parte del sistema EPR tali da rendere in modo evidente economicamente più vantaggioso l’utilizzo della materia prima seconda in luogo di quella vergine. Pensiamo ad importanti differenziazioni del contributo ambientale: se il contributo ambientale penalizza di molto l’uso della materia vergine o l’importato extra UE, questo favorirà la materia prima seconda europea. Un prezzo delle prime più alto rispetto alle seconde rafforzerebbe il mercato del riciclo.

E poi c’è un tema legato all’end-of-waste per la plastica usata per beni diversi dagli imballaggi: abbiamo chiesto che siano consentiti utilizzi ulteriori rispetto al ciclo chiuso del packaging, in modo da costruire nuove opportunità per la materia prima seconda anche in altre filiere produttive.

Quindi, oltre al sistema consortile CONAI – COREPLA, chiamate in causa anche il Ministero dell’ambiente e il governo.

La modulazione del contributo ambientale è nella piena disponibilità del sistema consortile, mentre un allargamento degli usi nell’end-of-waste spetta al MASE. L’UE potrebbe invece intervenire sull’IVA: un’IVA agevolata per la plastica riciclata a fronte di un’imposta ordinaria per quella vergine e quella extra UE, da sola potrebbe valere un 20% di differenziale.

C’è chi chiede di anticipare gli obblighi di contenuto riciclato della direttiva SUP e del regolamento imballaggi. Potrebbe essere utile?

Può funzionare anche questo, certo, ma parliamo di imprese: la vera soluzione è quella sul prezzo. Più rendiamo vantaggioso il prezzo, più le imprese utilizzeranno materia riciclata. E poi, certo, sarà necessario aumentare da un lato gli obblighi, ma anche i controlli; estendere gli ambiti di impiego della plastica riciclata a tutta la produzione in plastica, non solo agli imballaggi, farebbe sì che anche la previsione di piccole percentuali aumenterebbe in modo considerevole la domanda. Ma torno a dire che il tema vero è il valore economico.

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