Cosa chiedono le imprese? Le priorità della transizione sostenibile al Forum Erion

Presentato a Roma il report Erion-Ambrosetti: la transizione è l'unico modo per difendere la stabilità delle aziende, ma il mondo industriale chiede una spinta su incentivi stabili e semplificazioni

Silvia Santucci
Silvia Santucci
Giornalista pubblicista, dal 2011 ha collaborato con diverse testate online della città dell’Aquila, seguendone le vicende post-sisma. Ha frequentato il Corso EuroMediterraneo di Giornalismo ambientale “Laura Conti”. Ha lavorato come ufficio stampa e social media manager di diversi progetti, tra cui il progetto “Foresta Modello” dell’International Model Forest Network. Nel 2019 le viene assegnata una menzione speciale dalla giuria del premio giornalistico “Guido Polidoro”. Dal 2021 lavora all'interno della squadra di EconomiaCircolare.com come redattrice. Da gennaio 2025 è socia della cooperativa Editrice Circolare

La transizione sostenibile non è più soltanto una risposta alle sfide ambientali e non è in discussione per le imprese, ma rappresenta il nuovo terreno della competizione economica globale.  È quanto emerge dal Rapporto Strategico 2026 “Le priorità non negoziabili per le imprese e il futuro della transizione sostenibile”, realizzato da TEHA Group in collaborazione con Erion e presentato in occasione del Forum Erion 2026, lo scorso 17 giugno, presso il Palazzo della Cancelleria a Roma.

Il Forum è uno spazio di confronto tra imprese, istituzioni e stakeholder delle filiere industriali in cui il sistema multi-consortile Erion opera. L’obiettivo di questa edizione è stato analizzare l’evoluzione e le prospettive di sviluppo dell’economia circolare in Europa e in Italia, alla luce dei profondi cambiamenti in atto sul piano normativo, economico e di mercato.

All’evento, aperto dall’intervento del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin, hanno preso parte figure chiave delle istituzioni e dell’industria. Tra i principali relatori: Aurel Ciobanu-Dordea (Direttore per l’Economia Circolare Competitiva della Commissione UE), Andrea Fluttero (Presidente Erion Compliance Organization) e Carlo Cici (The European House Ambrosetti). Il dibattito ha visto inoltre il confronto tra rappresentanti del mondo accademico, come Edoardo Croci (Università Bocconi), ed esponenti di primo piano di grandi realtà industriali e infrastrutturali tra cui Confindustria APPLiA, Poltrona Frau, SACBO e METLEN Energy & Metals. 

EconomiaCircolare.com ha raccolto alcune voci dei partecipanti.

Dentro il report: i costi dell’immobilismo climatico

Il Rapporto Strategico ha individuato le priorità alle quali non è più possibile rinunciare per continuare a competere nella transizione sostenibile, nell’intento di fornire a imprese e decisori una mappa delle aree su cui costruire un’azione comune più efficace. Sono state coinvolte 108 aziende dell’ecosistema Erion attraverso una survey dedicata, 11 leader d’impresa riuniti nella prima Erion Leaders’ Roundtable, 4 key opinion leader. I risultati dell’indagine sono poi stati integrati con fonti proprietarie su 17 anni di percepito dei cittadini europei, 281 politiche ESG europee e italiane e oltre 50 studi e report.

“Tra il 1980 e il 2024 gli eventi climatici estremi in Europa – specificano in una nota – hanno causato perdite economiche stimate in circa 822 miliardi di euro, senza una vera transizione sostenibile e in caso di immobilismo climatico, il costo degli eventi estremi potrebbe arrivare a pesare, per l’Italia, oltre 9,5 punti percentuali di PIL entro il 2035. Al contrario, accelerare sin da subito la trasformazione in corso potrebbe generare benefici superiori ai costi, con una crescita del PIL che potrebbe superare l’1,1% già nel 2035 e fino all’8,4% al 2050”.

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Foto: Erion

Solidità economica e obiettivi ESG

Un dato che emerge con chiarezza è che scegliere l’economia circolare conviene: le aziende italiane che adottano modelli di economia circolare sono del 28% più solide da un punto di vista creditizio e risultano quindi più appetibili per gli investimenti privati. Rispetto ai competitor tradizionali, le imprese circolari generano in media 1,5 volte più cassa, si indebitano del 6% in meno e vantano una maggior capacità di coprire il debito con il risultato operativo (24%).

In questo scenario, e nonostante la forte imprevedibilità che caratterizza l’attuale quadro regolatorio europeo, le aziende italiane scelgono di non fare passi indietro sui loro impegni. Secondo i dati emersi dal Rapporto, ben il 75,5% delle imprese manifesta la chiara intenzione di mantenere o incrementare i propri impegni sul fronte della sostenibilità. Una tendenza alla solidità supportata in modo concreto dalle scelte recenti: il 68,6% degli intervistati dichiara infatti di aver già rafforzato le proprie politiche ESG (Environmental, Social, and Governance) nel corso dell’ultimo triennio.

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Le scelte per i mercati internazionali

D’altronde lo studio specifica che i fattori legati alla sostenibilità stanno incidendo in modo diretto e immediato sulle performance commerciali e sui posizionamenti transfrontalieri delle aziende. 

Complessivamente, circa 1 azienda su 4 (il 25% del campione) segnala già oggi un livello elevato di esposizione competitiva legata a queste tematiche sui mercati globali

Guardando ai competitor internazionali, 8 aziende su 10 (l’80%) indicano in particolare tre precisi ambiti in cui si concentrano le maggiori pressioni competitive: l’approvvigionamento e i costi dell’energia, l’innovazione sostenibile e l’adozione di standard ambientali di prodotto.

Sulla capacità dell’Europa di controllare l’immesso sul mercato prodotto fuori dall’Unione europea si è pronunciato a EconomiaCircolare.com Andrea Fluttero, Presidente Erion Compliance Organization: “Chiedere alle imprese europee di rispettare degli standard ambientali di prodotto è corretto, ma è indispensabile saper evitare che entrino sul nostro mercato, con una concorrenza sleale e asimmetrica, prodotti che non rispettano questi standard ambientali di prodotto”. 

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Disallineamento e il divario normativo tra imprese e politica

Se è vero, dunque, che la transizione ha ridefinito le regole della competizione globale, sul piano pratico si registra però un forte disallineamento tra politica e imprese sugli strumenti messi a disposizione dai governi.

Il punto critico sollevato dal Rapporto Strategico riguarda infatti la distanza percepita tra le necessità delle realtà produttive e l’azione dei decisori politici. Il tasso di condivisione e convergenza sulle priorità della transizione si ferma infatti a una quota che sfiora appena il 51%

A pesare sensibilmente su questo disallineamento è soprattutto la crescente complessità normativa, giudicata dalle imprese come un fattore penalizzante che riduce l’efficacia delle scelte e degli investimenti fatti. Un ostacolo che, avvertono dal report, rischia di compromettere gli interventi aziendali in tre aree chiave: la resilienza delle supply chain, la decarbonizzazione e lo sviluppo dell’economia circolare.

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Foto: Erion

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Le richieste del mondo industriale 

Per superare queste barriere e difendere la propria competitività, quasi il 60% delle imprese chiede alla politica un ruolo attivo nel supporto al sistema industriale per la transizione sostenibile.

Le richieste si concentrano su quattro direttrici fondamentali: 

  • l’introduzione di strumenti e incentivi economici continuativi e stabili nel tempo

  • interventi mirati sui costi dell’energia

  • una profonda semplificazione dei processi autorizzativi

  • un forte sostegno alle tecnologie pulite (cleantech).

Da parte sua, il report Ambrosetti dà delle indicazioni in questo senso, come ricorda a EconomiaCircolare.com Danilo Bonato, Direttore Sviluppo Strategico e Relazioni Istituzionali Erion Compliance Organization: “In primo luogo invita i governi a studiare degli schemi di premialità che orientino le imprese, le banche ma anche i consumatori verso comportamenti che portino dei risultati ambientali ma allo stesso tempo anche economici che siano soddisfacenti”. 

“L’altra leva importante – aggiunge Bonato – è fare massa critica, aggregare le imprese. In Italia abbiamo tante piccole e medie imprese ma competere sui mercati globali richiede una dimensione che le singole imprese non possono sostenere. Quindi puntare sull’aspetto dell’aggregazione e l’aspetto del trasferimento tecnologico dell’innovazione, anche attraverso la creazione di un mercato unico dei capitali”.

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