Se siete cittadini e cittadine dell’occidente c’è un dato che non dovrebbe lasciarvi indifferenti. È un incredibile 98,8 per cento, una percentuale che non lascia spazio a molte interpretazioni soprattutto se fa riferimento a un numero consistente di campioni, oltre 10 mila. Parliamo della presenza di almeno una molecola appartenente al gruppo dei PFAS, i composti poli e perfluoroalchilici impiegati per decenni in padelle antiaderenti, impermeabilizzanti per tessuti, imballaggi alimentari e centinaia di altri prodotti di uso quotidiano. Quella del 98,8 per cento non è una proiezione teorica: è la conclusione principale di uno studio pubblicato nelle scorse settimane Journal of Occupational and Environmental Hygiene da ricercatori del laboratorio indipendente NMS Lab su oltre 10.500 campioni ematici di cittadine e cittadini americani, raccolti tra il 2023 e il 2024.
Non uno, ma tanti: il problema delle miscele
Tra le molecole rilevate, le più frequenti erano il PFHxS (acido perfluoroesansolfonico), il PFOA (acido perfluoroottanoico) e il PFOS (acido perfluoroottansolfonico): tre composti che da anni sono regolamentati nell’ambito della Convenzione di Stoccolma, il principale accordo internazionale delle Nazioni Unite contro i cosiddetti POPs, i composti organici persistenti. Eppure sono ancora lì, nel mondo che ci circonda e nel sangue delle persone. È la prova (ulteriore) di quanto sia difficile liberarsi da queste sostanze anche quando esistono restrizioni globali: una volta nell’ambiente, continuano a circolare e ad accumularsi negli organismi viventi per anni.
Ma c’è un aspetto che emerge dalla ricerca e che spesso passa in secondo piano: quando presenti nel sangue i temuti inquinanti eterni vengono rilevati quasi sempre in combinazioni di più molecole e, solo in rari casi singolarmente. Nello studio, infatti, erano solo 19 su 10566 (pari allo 0,18% del totale) i campioni in cui era presente un singolo inquinante. Dati che evidenziano come l’esposizione umana raramente avviene attraverso singoli composti isolati; la maggior parte delle persone porta un “carico corporeo”, ovvero una sorta di cocktail nel proprio organismo, composto da cinque o più sostanze PFAS che potrebbero determinare potenziali interazioni tra diverse molecole.
Gli effetti delle miscele possono essere additivi (la somma degli effetti individuali), sinergici (la presenza di più molecole in contemporanea potrebbe generare un effetto moltiplicatore molto superiore a quello derivante dalla somma degli effetti dei singoli composti), o antagonisti (minori della somma). In pratica, valutare la tossicità di ogni PFAS singolarmente come si fa ancora oggi nella maggior parte delle normative vigenti è come giudicare la pericolosità di una medicina guardando solo uno dei suoi ingredienti. Un approccio che non rispecchia la realtà dei fatti e che peraltro non basta più come giustamente sottolineano gli autori della ricerca.
La marcia indietro statunitense
Mentre la scienza chiede di alzare l’asticella per arrivare a un’interpretazione clinica degli effetti sanitari che dovrebbe evolvere a partire dalla presenza cumulativa, la politica americana sembra voler percorrere una strada diametralmente opposta. L’EPA, l’agenzia ambientale degli Stati Uniti, propone di modificare – abbassandone il livello di ambizione – parte delle rigorose linee guida varate sotto l’amministrazione Biden per le acque potabili. Nel 2024 l’agenzia statunitense aveva stabilito livelli massimi di contaminazione per molte molecole PFAS, scegliendo di regolamentarne quattro (PFHxS, PFNA, PFBS e HFPO-DA, noto anche come GenX) come una miscela attraverso un “Indice di Pericolo” (Hazard Index). Lo scorso 18 maggio ha però annunciato un clamoroso passo indietro, riconsiderando tale approccio e allontanando le decisioni dell’agenzia dalle reali condizioni di esposizione in cui si trova la popolazione. Una scelta che non può certo definirsi allineata al “Make America Healthy Again” del tandem Trump – Kennedy Jr e che numerosi esperti e associazioni americane non hanno esitato a definire incoerente con gli obiettivi dichiarati di salute pubblica.
E l’Europa? Lenta, ma si muove
Dall’altra parte dell’Atlantico il percorso è diverso. Come EconomiaCircolare.com ha raccontato, dal gennaio 2023 è in discussione una proposta di regolamentazione di tutti i PFAS nell’ambito del regolamento europeo REACH. Un processo lungo e tortuoso che, dopo anni di approfondite analisi, ha portato i comitati scientifici dell’ECHA, l’Agenzia Europea per le sostanze chimiche, ovvero il Comitato per la valutazione del rischio (RAC) e il Comitato per l’analisi socioeconomica (SEAC) a pubblicare i loro pareri lo scorso marzo. Mentre il RAC ha pubblicato il suo parere definitivo, il SEAC ha avviato una consultazione pubblica conclusasi lo scorso 25 maggio propedeutica alla definizione di un parere definitivo atteso entro la fine del 2026. Le valutazioni dei due comitati saranno fondamentali affinché la Commissione europea possa poi elaborare una proposta definitiva da sottoporre sia agli Stati membri che al Parlamento europeo.
Nonostante le differenze nel percorso, i due comitati concordano su un punto fondamentale: non esistono livelli di emissioni di PFAS sicuri e qualsiasi rilascio nell’ambiente contribuisce ad aumentare i rischi ambientali e sanitari. Inoltre, SEAC e RAC ritengono che, sebbene proprietà specifiche come la mobilità, il bioaccumulo e la tossicità possano variare tra le singole molecole, tutte le sostanze PFAS condividono una caratteristica intrinseca comune: l’estrema persistenza che è alla base dei rischi a lungo termine sia per la salute umana che per gli ecosistemi. Pertanto, le prove presentate per giustificare l’esclusione di alcuni sottogruppi di PFAS dalla regolamentazione sono state considerate insufficienti (ad esempio i fluoropolimeri, tra cui il noto teflon). Il motivo è semplice: l’inquinamento generato da questo gruppo di molecole avviene lungo l’intero ciclo di vita, dalla produzione allo smaltimento.
Negli ultimi anni, uno dei fronti più accesi del dibattito sulla regolamentazione dei PFAS ha riguardato i farmaci. Alcune lobby industriali sostenevano che certi medicinali contenenti PFAS fossero insostituibili e dovessero essere esclusi dal divieto. Uno studio dell’Università di Friburgo, condotto in collaborazione con l’Agenzia federale tedesca per l’ambiente (UBA), ha risposto con dati precisi: per 97 principi attivi su 111 che contengono PFAS esistono già alternative valide sul mercato. L’eccezione, dunque, è molto più piccola di quanto sostenuto.
C’è qualcosa però che ancora divide RAC e SEAC e riguarda i tempi e le modalità della transizione: quante deroghe concedere, per quanto tempo, e per quali usi specifici. Il RAC spinge per deroghe minime e tempi certi. Il SEAC, pur condividendo l’obiettivo, sostiene che a causa dell’insufficienza di dati sulle alternative, dei costi associati all’eliminazione graduale dei PFAS e delle più ampie implicazioni economiche della restrizione esistono delle limitazioni nel giungere a conclusioni definitive per determinare la proporzionalità delle deroghe e dei periodi di transizione.

La fine di un’era, se la politica lo vuole
Salvo clamorosi colpi di scena, l’Europa si avvia, lentamente, verso la fine dell’era dei PFAS. Ma le ricadute concrete di divieti e restrizioni sulla collettività dipenderanno dalle scelte che verranno fatte quando il dossier arriverà nelle mani della Commissione europea e poi della politica. Il rischio reale non è che si decida di non regolamentare, è che si regolamenti con un basso livello di ambizione, con deroghe ed esenzioni troppo ampie, tempi di transizione troppo lunghi e sostegno insufficiente allo sviluppo di alternative nei pochi casi dove non esistono o sono in fase di sviluppo come ad esempio le energie rinnovabili.
Una transizione giusta deve rispettare l’equità sociale, garantendo che i lavoratori coinvolti non ne paghino il prezzo. Parallelamente le comunità e i territori già pesantemente contaminati non devono essere abbandonati a una convivenza forzata e duratura con l’inquinamento. Anche le imprese non devono essere lasciate indietro: servono risorse pubbliche a sostegno della ricerca ma anche in supporto di tutte quelle filiere che necessariamente devono riconvertirsi.
Il divieto dei PFAS è una questione che tocca il futuro della cittadinanza europea, la sua salute ma anche la competitività di interi comparti industriali. La via tracciata dalla raccomandazione europea Safe and Sustainable by Design è quella giusta per garantire un corretto uso della chimica nelle produzioni industriali evitando futuri problemi nel ciclo di vita dei prodotti e possibili limitazioni quando questi giungono a fine vita, inclusi eventuali residui che potrebbero compromettere la circolarità. La sicurezza e la sostenibilità di sostanze chimiche e materiali devono essere valutate a monte della progettazione. Non prevedere il ricorso ai PFAS già da oggi è l’opzione migliore, non solo per l’ambiente e la collettività, ma anche per il futuro dell’intera industria europea.
Nel frattempo, il sangue di quasi tutti noi racconta già la storia di decenni di scelte produttive fatte senza pensare alle conseguenze. La domanda non è se i PFAS vadano vietati in tutti i settori. È se riusciremo a farlo al meglio e nel minor tempo possibile.
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