La 77ª riunione plenaria del comitato per la valutazione dei rischi dell’ECHA, l’agenzia europea per le sostanze chimiche, ha adottato all’unanimità il parere scientifico che propone di inserire l’acido trifluoroacetico (TFA) nella categoria 1B delle sostanze tossiche per la riproduzione, a causa dei suoi effetti negativi sullo sviluppo fetale. Lo stesso comitato ha raccomandato di classificarlo come persistente, mobile e tossico (PMT) e molto persistente e molto mobile (vPvM), oltre che pericoloso per l’ambiente acquatico.
Una notizia che rappresenta una svolta tecnica cruciale, ma che non costituisce ancora la decisione finale né, tantomeno, alcuna forma di regolamentazione. Il processo normativo prevede infatti ulteriori passaggi in ambito comunitario — incluse la verifica e la formale approvazione da parte della Commissione Europea — prima che questa classificazione diventi giuridicamente vincolante. Una cosa però è già certa: questa decisione smentisce quanto sostenuto per anni dalle lobby industriali. Il TFA non è privo di rischi, né rappresenta quell’innocuo metabolita per l’ambiente e la salute umana che alcuni si ostinavano a descrivere.
Leggi anche lo Speciale PFAS
Il TFA è una minaccia globale che riguarda chiunque
Letta così, con tutti questi tecnicismi, sembrerebbe una notizia destinata agli addetti ai lavori, o al più a qualche esperto di burocrazia specializzato in norme e regolamentazioni. Ma dietro queste sigle si nasconde qualcosa che riguarda ciascuno di noi: le crescenti e fondate preoccupazioni della comunità scientifica internazionale che accumula dati sempre più inequivocabili — dati che non è più possibile ignorare.
Il TFA è la molecola più piccola della famiglia dei PFAS (composti poli- e perfluoroalchilici): stabile, assente in natura e incapace di essere degradato dai processi naturali. Altamente solubile in acqua, si diffonde rapidamente nei corpi idrici; trasportato dalle masse d’aria, viaggia per migliaia di chilometri raggiungendo luoghi lontanissimi dai siti di produzione e utilizzo. Come documenta l’Agenzia federale tedesca per l’ambiente dal 2022, si tratta di una sostanza con una durata di vita “praticamente indefinita”. In termini concreti: ogni molecola di TFA immessa oggi nell’ambiente sarà ancora lì per secoli. Non è un’iperbole: è la chimica.
Cercare il TFA significa trovarlo: nell’Artico, nella pioggia, nelle acque sotterranee come in quelle del rubinetto di casa, nelle acque minerali imbottigliate, nei terreni, nelle piante, nei prodotti agricoli, nel vino, nella birra, nel tè, nei succhi di frutta, negli alimenti, nella polvere domestica e persino nelle urine e nel sangue umano. Si sta accumulando rapidamente ovunque a un ritmo senza precedenti per qualsiasi altro PFAS e svolge un ruolo chiave nel superare il limite planetario delle sostanze chimiche di sintesi con potenziali impatti dirompenti e irreversibili sui processi vitali del sistema terrestre. Oggi non esiste un luogo sufficientemente lontano, né uno stile di vita sufficientemente attento, per sfuggire a questa contaminazione.

Bonifiche dei siti contaminati da TFA e costi sanitari
Rimuoverlo ovunque sia disperso nell’ambiente è pressoché impossibile; ridurne la concentrazione nelle acque potabili è tecnicamente fattibile, ma richiede tecnologie complesse e altamente dispendiose in termini energetici. Il vero ostacolo non è tecnico ma economico. Secondo il dossier pubblicato lo scorso gennaio dalla Commissione Europea “The cost of PFAS pollution for our society”, la rimozione del TFA dalle acque potabili costa già oggi tra i 14 e i 15 miliardi di euro l’anno nell’area economica europea — una cifra destinata a raggiungere i 376 miliardi complessivi nel periodo 2024-2050. In bolletta, questo si tradurrebbe in un aumento compreso tra 0,51 e 0,85 euro per metro cubo a carico di noi utenti: una beffa per la popolazione che non ha responsabilità su questa contaminazione. E in tutto questo conto, già sbalorditivo, i costi sanitari non sono ancora inclusi.
Leggi anche: Studio: PFAS nel sangue del 98,8% del campione di cittadini USA
Da dove arriva il TFA
Il TFA raggiunge l’ambiente attraverso due vie principali: emissioni dirette e degradazione dei precursori. È usato, per esempio, nelle prime fasi della sintesi di molti composti organici fluorurati, tra cui i PFAS. Non sorprende, allora, che uno dei record mondiali di contaminazione idrica sia stato rilevato negli scarichi di un complesso industriale in cui confluiscono le acque reflue della multinazionale Solvay, a Salindres nel sud della Francia: circa 235 milioni di nanogrammi per litro. Le sostanze chimiche capaci di formare TFA nell’ambiente finora note sono oltre 2000: pesticidi fluorurati ancora ampiamente impiegati nell’agricoltura europea e non solo, fluoropolimeri come il PTFE (il noto teflon) e il CPTFE, altri PFAS bruciati o semplicemente in uso, e persino alcuni farmaci come certi anestetici.
La principale fonte antropica è però rappresentata dalla degradazione dei precursori gassosi, come i refrigeranti fluorurati HFO (idrofluoroolefine), HCFC (idroclorofluorocarburi) e HFC (idrofluorocarburi). Questi gas sono stati introdotti negli ultimi decenni su scala globale proprio per sostituire i CFC (clorofluorocarburi), responsabili del buco nell’ozono. Una soluzione che, sebbene abbia risolto un problema ambientale globale, ne ha generato uno nuovo. La sostituzione ha fatto aumentare la contaminazione globale da TFA: secondo stime recenti è più che triplicata, da 6,8 Gg/anno nel 2000 a 21,8 Gg/anno nel 2022.
L’HFO-1234yf, un gas utilizzato ampiamente nei sistemi di condizionamento automobilistici, è attualmente considerato una delle fonti più importanti e preoccupanti di TFA nel mondo: se disperso nell’ambiente si degrada completamente in TFA in un periodo di circa 10-14 giorni attraverso un processo di foto-ossidazione nell’atmosfera.

Leggi anche: PFAS, anche in Italia parte il monitoraggio obbligatorio dell’acqua potabile
Le bonifiche senza interventi di sistema hanno poco senso
I regolamenti europei sui gas fluorurati si concentrano quasi esclusivamente sull’impatto climatico, trascurando il contributo di queste sostanze all’inquinamento globale da PFAS. Eppure, le alternative esistono già. Per quasi tutti gli impieghi dei gas fluorurati — refrigeranti, propellenti, gas isolanti — sono disponibili soluzioni prive di PFAS: anidride carbonica, idrocarburi come il propano, ammoniaca e aria. Queste sostanze di origine naturale hanno un basso impatto climatico, un’efficienza energetica pari o superiore ai prodotti fluorurati e sono già sul mercato. Molte non sono nemmeno brevettate, eliminando la dipendenza dal possibile monopolio di singoli produttori. Il problema non è tecnologico: è politico.
Per arginare la crisi da TFA — e quella da PFAS più in generale — servono azioni preventive che prendano in considerazione tutte le possibili fonti inquinanti e agiscano all’origine del problema. Affidarsi a costose e parziali bonifiche o parlare esclusivamente di trattamento delle acque non ha senso se le emissioni globali continuano ad aumentare. Il costo sanitario, sociale e ambientale dell’inazione è destinato a lievitare: ogni anno in più senza regolamentazione è un anno in cui le emissioni e l’inquinamento cresceranno senza freni.
Il TFA e gli altri PFAS colpiscono chiunque, ma i danni più gravi li infliggono nelle fasi più vulnerabili della vita: la gravidanza, l’infanzia. Ogni mese di ritardo normativo significa più molecole nell’ambiente, più esposizione, più rischi per chi non ha ancora voce in capitolo. Un debito che non stiamo contraendo solo con noi stessi, ma con chi verrà dopo di noi.
© Riproduzione riservata


