Sono 270 milioni di euro i fondi europei assegnati alle industrie italiane per ridurre le emissioni attraverso la cattura e lo stoccaggio della CO₂ (carbon capture and storage, o CCS), una tecnologia ancora poco sviluppata, nonostante decenni di sperimentazioni, su cui però l’Unione europea punta per decarbonizzare settori difficili da abbattere come acciaio e cemento.
A ottenere i finanziamenti del Fondo per l’Innovazione europeo sono stati tre progetti italiani: AdriatiCO₂ di Marcegaglia Ravenna, che ha ricevuto 31,2 milioni di euro per decarbonizzare la produzione dell’acciaio; Captureste, sviluppato da Herambiente e Saipem per catturare le emissioni dell’inceneritore di Ferrara, finanziato con 23 milioni; e Dream, il progetto di Heidelberg Materials Cementi (ex Italcementi) per il cementificio di Rezzato-Mazzano, nel Bresciano, che ha ottenuto 216 milioni di euro.
I tre progetti hanno in comune un elemento cruciale e necessario per la loro realizzazione: dipendono tutti dall’infrastruttura di trasporto e stoccaggio dell’anidride carbonica che Eni e Snam vogliono sviluppare nell’area industriale di Ravenna e Ferrara, in Emilia Romagna, con il progetto Ravenna ccs. Senza questo “hub della CO₂”, pensato per convogliare e iniettare l’anidride carbonica nei giacimenti offshore dell’Adriatico, nessuno dei progetti finanziati dall’Unione europea potrà entrare realmente a regime.
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Sull’infrastruttura CCS pende un ricorso al TAR
L’infrastruttura a terra, cioè i gasdotti dove dovrebbe essere incanalata la CO₂ per circa 100 chilometri, è stata autorizzata dal ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, ma la costruzione delle nuove condotte è contestata da comitati e associazioni ambientaliste nei territori di Ravenna e Ferrara. Greenpeace Italia e ReCommon hanno da poco presentato un ricorso al Tar del Lazio contro il decreto di valutazione di impatto ambientale approvato dal ministero lo scorso gennaio, contestando il frazionamento dell’opera e i potenziali impatti sui territori costieri tra Ferrara, Ravenna e Rovigo.
Nel frattempo, a Ravenna sono nati diversi comitati locali contrari alla CCS, come Ferrara Partecipata e Fuori dal Fossile. Secondo Pippo Tadolini, attivista del comitato Fuori dal Fossile, “queste strutture catturano una parte infinitesimale delle emissioni industriali e quindi, anche moltiplicando gli impianti, l’impatto reale sulla decarbonizzazione rimarrebbe modesto”. A fargli eco è anche il professor Federico Maria Butera, fisico e professore emerito al Politecnico di Milano per cui la tecnologia CCS non rispetta i principi stabiliti dall’articolo 9 della Costituzione – la tutela ambientale nell’interesse delle future generazioni – e non fa altro “che rimandare al futuro un problema che va risolto ora”.
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L’ambizione non ha fatto i conti con i tempi?
C’è poi la questione tecnica. La parte offshore del progetto è ancora in fase sperimentale. Eni e Snam hanno concluso nell’agosto 2025 la cosiddetta Fase 1 del progetto, con l’iniezione di 25mila tonnellate di CO₂ nel giacimento di Porto Corsini Mare Ovest, al largo di Ravenna. Ma la richiesta di autorizzazione per aumentare le quantità stoccate non è ancora stata presentata al ministero competente.

Rispondendo alle domande poste dell’ong A Sud, presentate in occasione dell’assemblea degli azionisti di Eni nell’ambito del progetto “Osservatorio Eni”, la società ha rivelato che “nell’ambito dell’iter autorizzativo avviato a giugno 2025, la presentazione della valutazione di impatto ambientale (via) per la Fase 2 è prevista entro il primo semestre 2026”. Ma secondo quanto appreso da EconomiaCircolare.com, il monitoraggio geologico dell’iniezione delle prime quantità da parte dell’Istituto nazionale di vulcanologia e geofisica (Ingv) non si concluderà prima di agosto 2026, quando si attende la terza e ultima relazione dell’Ingv. Ogni fase ha bisogno almeno di circa un anno di monitoraggio per verificare pressione e capacità di iniezione della CO₂, e non è detto che un anno sia sufficiente per quantità diverse di CO₂.
Eppure gli obiettivi industriali dichiarati sono molto più ambiziosi. Dopo la prima fase sperimentale, Eni punta a raggiungere entro il 2030 una capacità di stoccaggio pari a 4 milioni di tonnellate annue, un volume circa 160 volte superiore rispetto a quello finora testato.
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Il ruolo dell’UE per lo sviluppo della CCS
Tra i progetti finanziati dall’Unione europea, quello di Marcegaglia Ravenna è il più avanzato sul piano amministrativo e anche il più emblematico. Nella documentazione presentata alla Commissione europea, il gruppo siderurgico riconosce esplicitamente la “dipendenza da soggetti terzi”, indicando Eni e Snam come attori indispensabili per il trasporto e lo stoccaggio della CO₂ catturata.
Intanto però i fondi per la decarbonizzazione sono stati assegnati. I finanziamenti europei verranno erogati progressivamente e sono legati al raggiungimento di precisi obiettivi tecnici e finanziari. Uno dei passaggi decisivi sarà il cosiddetto “financial close”, la fase in cui vengono perfezionati tutti i contratti di finanziamento, le garanzie bancarie e le autorizzazioni necessarie al progetto. Nel caso di Marcegaglia Ravenna, la chiusura finanziaria è prevista per novembre 2026. Il mancato ottenimento della VIA potrebbe compromettere l’intero iter autorizzativo e bloccare l’accesso ai fondi, ma, “è improbabile che il ministero bocci un progetto che ha già avuto l’ok della Commissione”, spiega il professor Butera.
L’Agenzia esecutiva europea per il clima, le infrastrutture e l’ambiente (Cinea) sta già valutando la prima richiesta di pagamento. E anche se i progetti non hanno ancora completato l’iter autorizzativo, fino al 40% dei finanziamenti europei può essere erogato in anticipo. Una quota non recuperabile nel caso in cui i progetti non arrivassero alla fase finale o dovessero subire ritardi.
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Il nodo (irrisolto) dei costi della CCS
Il principale nodo della CCS rimane poi il costo dello stoccaggio. Le aziende che catturano la CO₂ dovranno pagare Eni e Snam per il trasporto e l’iniezione nei giacimenti offshore. Oggi, invece, le industrie europee che superano i limiti di emissione non sono obbligate a catturare la propria anidride carbonica: possono continuare a emettere acquistando quote nel mercato europeo Ets (Emission Trading System), il sistema comunitario che attribuisce un prezzo alle emissioni di carbonio. In pratica, le aziende pagano per ogni tonnellata di CO₂ emessa oltre i limiti consentiti.
Per questo la CCS potrà diventare competitiva solo se il costo del trasporto e dello stoccaggio sarà inferiore, o comunque conveniente, rispetto al prezzo delle quote Ets. “Per essere competitivi, i prezzi dello stoccaggio della CO₂ da parte di Eni dovrebbero essere più bassi dei prezzi sul mercato Ets”, spiega il professor Butera. Attualmente però le tariffe non sono note. “Eni, assieme al partner Snam, offre con il progetto Ravenna Ccs servizi di trasporto e stoccaggio sulla base di accordi contrattuali separati con i potenziali emettitori, tra i quali il progetto di cattura AdriatiCO₂ di Marcegaglia”, precisa il cane a sei zampe a seguito delle domande di A Sud sul servizio fornito alle società citate. Mentre Marcegaglia Ravenna afferma di non avere dati in merito poichè “occorre attendere il percorso regolatorio che sarà stabilito dai ministeri competenti”.

Secondo quanto riportato nel report “Deployment Ccs for climate neutrality” dell’ente di ricerca Öko-Institut, la CCS ha proprio un problema di “lacuna di costo”: i costi per l’intera filiera si attestano tra 150 e 300 euro/tonnellata e superano significativamente l’attuale prezzo della CO2 nel mercato Ets, circa 75 euro/tonnellate.
In ogni caso per il professor Butera, il progetto non rappresenta una soluzione sostenibile non tanto per i costi reali, quanto per quelli sociali: “è già stabilito che Eni monitorerà eventuali fughe dall’area di stoccaggio soltanto per i prossimi 20 anni, ma questo monitoraggio va fatto per sempre. Dopo 20 anni sarà a carico dello Stato e quindi della popolazione”, conclude il fisico.
Intanto, in risposta alle nostre domande, Marcegaglia ha previsto che “l’intero progetto vale oltre 100 milioni di euro” mentre Eni afferma che le attuali stime indicano un investimento complessivo dell’intera filiera di circa 4,5 miliardi di euro. Quanto di questi fondi siano coperti da finanziamenti pubblici non è stato chiarito.
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Di certo ci sono i ritardi
Per l’Öko-Institut, sulla filiera della CCS siamo già in ritardo su tutta la linea, infatti “la capacità di stoccaggio di CO₂ prevista entro il 2030 ammonta solo a un quinto dell’obiettivo di stoccaggio dell’Unione europea”. In ogni caso, anche se il progetto funzionasse, raccoglierebbe una minima parte delle emissioni delle aziende.
Se guardiamo al caso Marcegaglia, infatti, si ridurrebbero solo il 40% delle emissioni dovute alla produzione diretta, mentre tutte le altre, come quelle relative alla filiera di approvvigionamento, sono escluse dal progetto. Come sottolineano i comitati locali, l’impatto reale sulla decarbonizzazione dell’intero progetto Ravenna CCS rischia di essere “modesto”. Anche a fronte di un robusto finanziamento pubblico di cui però, al momento, si hanno poche indicazioni.
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