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venerdì, Aprile 19, 2024

Emissioni, l’obiettivo Ue del -90% e i dubbi sulle scelte della Commissione

Non convince del tutto lo scenario ideato dalla Commissione per ridurre le emissioni del 90% al 2040. Nella valutazione d'impatto, a cui ha contribuito anche il centro di ricerca della Commissione, i dubbi maggiori riguardano il ruolo del nucleare e della ccs. Dubbi anche sull'assenza di target precisi per l'agricoltura

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Redazione EconomiaCircolare.com

Con la sua comunicazione dello scorso 6 febbraio, la Commissione europea ha raccomandato di ridurre le emissioni nette di gas serra dell’Unione del 90% entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990, dell’86% se si prendono a riferimento i livelli osservati nel 2022.

Uno step necessario a raggiungere poi l’obiettivo della neutralità climatica nel 2050 che ha come punto di partenza il rispetto del target “Fit for 55”, di riduzione delle emissioni almeno del 55% entro il 2030.

La Commissione evidenzia anche che l’obiettivo del -90% è coerente con i target fissati dall’accordo sul clima di Parigi: c’è però chi fa notare che quell’accordo prevede una forbice di riduzione tra il 90 e il 95%, mentre il documento del 6 febbraio non evidenzia, come sarebbe logico, che l’UE dovrebbe puntare ad “almeno” un taglio delle emissioni del 90%.

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Tra le soluzioni nucleare e stoccaggio di carbonio

La raccomandazione si basa su una valutazione d’impatto a cui ha contribuito anche il Joint Reserach Center (JRC), il centro di ricerca della Commissione, con il parere del Comitato scientifico consultivo europeo sui cambiamenti climatici (ESABCC).

Tra le fonti energetiche alla base di questi ambiziosi obiettivi di decarbonizzazione, il nucleare è citato subito dopo le energie rinnovabili e prima dell’efficienza energetica. L’elenco dei fattori che porteranno alla completa decarbonizzazione del settore energetico europeo “subito dopo il 2040” prosegue poi con lo stoccaggio, la CCS (carbon capture sequestration), la CCU (carbon capture use and storage), la rimozione del carbonio, l’energia geotermica e idroelettrica. Nella bozza di raccomandazione trapelata alla vigilia, di cui EconomiaCircolare.com ha dato conto, l’enfasi sul ruolo di solare ed eolico era molto più accentuata.

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Sul nucleare, il documento della Commissione cita la neonata Alleanza industriale sui piccoli reattori modulari come “ultima iniziativa volta a migliorare la competitività industriale e garantire una forte catena di approvvigionamento dell’UE e una forza lavoro qualificata”. Un elemento in più, aggiunge l’Esecutivo comunitario, per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili ridimensionando dell’80% il loro consumo energetico tra il 2021 e il 2040.

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Marcia indietro sugli impatti dell’agricoltura

Più in generale, la Commissione prevede di affiancare agli strumenti già maturi come l’eolico, l’idroelettrico e gli elettrolizzatori anche un aumento della capacità produttiva “in settori in crescita come batterie, veicoli elettrici, pompe di calore, solare fotovoltaico, CCU /CCS, biogas e biometano ed economia circolare”. La versione della raccomandazione varata dalla Commissione è poi molto ridimensionata, rispetto alla bozza circolata in precedenza, per quanto riguarda l’agricoltura.

Un riferimento molto generico al ruolo che può svolgere il settore nella transizione ha sostituito un passaggio, poi sparito dal testo finale, che prevedeva la riduzione delle emissioni non di CO2 del 30% almeno in 25 anni, rispetto ai livelli del 2015. Altre due modifiche riguardano rispettivamente l’eliminazione del riferimento a “diete più sane basate su un apporto proteico diversificato” e l’eliminazione del riferimento all’applicazione del prezzo del carbonio al settore agricolo, segno evidente che sulla scelta finale della Commissione hanno pesato non poco le proteste dei trattori e l’imminente appuntamento elettorale delle Europee.

Proprio la scadenza elettorale in arrivo lascia presagire che il percorso per concretizzare le raccomandazioni della Commissione sarà lungo e tortuoso e sicuramente a finalizzarlo non saranno l’Esecutivo e il Parlamento in scadenza.

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Le valutazione del Joint Research Center

Il documento della Commissione mette poi in risalto l’obiettivo di sviluppare un approccio globale alla fissazione del prezzo del carbonio e ai mercati del carbonio, anche grazie alla futura istituzione di una task force dedicata. Stando alla valutazione d’impatto predisposta dagli scienziati del Joint Research Center, l’utilizzo dei proventi derivanti dalla tariffazione del carbonio sarebbe sufficiente per compensare l’onere a carico delle famiglie a basso reddito per i costi della transizione.

Un altro tema analizzato dall’organismo di ricerca è l’inesorabile aumento della domanda di materie prime utili a implementare le principali tecnologie energetiche pulite necessarie a garantire il raggiungimento dell’obiettivo 2040. “È quindi fondamentale garantire la continuità della fornitura di questi materiali attraverso catene di approvvigionamento resilienti, che è l’obiettivo del Critical raw materials act, la legge sulle materie prime critiche, poiché qualsiasi interruzione può mettere a rischio il raggiungimento degli obiettivi” spiega il JRC, che ricorda però come le conseguenze e i costi dell’inazione potrebbero essere di gran lunga superiori ai rischi connessi alle attività finalizzare a ridurre le emissioni del 90% entro il 2040.

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La scelta del CCS? Toglie risorse alle soluzioni già disponibili

La valutazione d’impatto della Commissione suggerisce che una quantità molto piccola di combustibili fossili continuerebbe ad essere utilizzata nel settore energetico nel 2040, con impianti di cattura e stoccaggio di carbonio (CCS) alimentati a gas che costituiranno il 3% della produzione di elettricità, in calo rispetto alla quota del 36% dell’energia prodotta da combustibili fossili nel 2021. Questa inclusione della CCS nel settore energetico ha attirato critiche da parte di alcuni gruppi come Climate Action Tracker secondo cui “non era assolutamente necessaria nel settore energetico”.

Sulle tecnologie di cattura e lo stoccaggio del carbonio si incentrano anche le critiche dell’European Environmental Bureau. Il CCS viene erroneamente proposto come “soluzione per tutte le emissioni industriali, mentre dovrebbe concentrarsi sulle emissioni di carbonio che non possono essere prevenute alla fonte attraverso altri mezzi più efficienti in termini di costi” spiegano dalla rete di associazioni ambientaliste.” Una dipendenza così massiccia dalla CCS non solo distoglie il denaro dei contribuenti dalle tecnologie disponibili per decarbonizzare l’industria europea nei tempi necessari, ma rischia anche di mantenere la nostra dipendenza dai combustibili fossili per i prossimi decenni”.

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Un articolo su Nature, che nel titolo definisce “controverso” l’obiettivo climatico fissato all’Ue, riporta tra le altre le dichiarazioni di Richard Klein, ricercatore sul clima presso l’Istituto per l’ambiente di Stoccolma, evidenzia non soltanto che la tecnologia CCS non ha dimostrato di poter funzionare nella scala necessaria, ma anche che evocarla come soluzione potrebbe rallentare la dismissione delle energie fossili.

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