In cerchio nell’erba sulle rive della Drina, 60 studenti del liceo Carducci di Milano ascoltano Irvin. Le sue parole sono un viaggio in cui scorrono le atrocità commesse dagli uomini, i destini delle persone segnati dall’odio etnico, i boschi che seppelliscono ossa e gli stessi boschi in cui può rinascere la vita. Ha 40 anni Irvin Mujčić. Un’infanzia in guerra e quindi finita presto, perché “in guerra non si può essere bambini”.
Fuggito a 5 anni con la mamma e i fratelli durante il conflitto in Bosnia-Erzegovina, ha vissuto in Italia, in Val Camonica, fino agli studi di filosofia a Roma. Dopo la laurea, per qualche anno, si occupa per la Commissione europea di diritti umani, in particolare dei Rom e dei Sinti.
Ma gli manca qualcosa.
Oltre il “turismo del macabro”
Decide così nel 2014 che è tempo di affrontare i suoi incubi e di tornare lì, da dove era fuggito. A Srebrenica. Per provare a fare di questo luogo, oggi meta di un “turismo del macabro”, qualcosa di diverso dalla cittadina segnata unicamente dalla memoria del genocidio e lasciata desolata alla fine degli anni ‘90. “Non abbiamo scelto Srebrenica – racconta –. Ci è capitata come eredità personale, famigliare, casuale per esserci nati e vissuti fino a un certo punto della nostra vita. Il suo ambiente ferito e il tessuto sociale strappato hanno forgiato il nostro modo di osservare il mondo, costringendoci a volgere lo sguardo verso direzioni inedite alla ricerca di metodi di sopravvivenza e salvezza, nel tentativo di scongelare il passato e riprendere a scorrere”.
Ritorna zaino in spalla. Per un periodo vive nei boschi e cammina su quelle montagne di cui riscopre tutta la bellezza, insieme al gusto di un’ospitalità semplice che non è difficile riconoscere da queste parti. Un giorno accetta un passaggio in macchina da un ragazzo serbo: è a disagio, non sa bene come e se parlare con lui, ma improvvisamente quell’uomo gli chiede: “Tu chi hai perso nella guerra? Io mio padre”. In quella confessione inaspettata di un vissuto identico al suo, capisce che sulle ferite e il dolore condivisi è possibile ricucire il futuro. Intravede che c’è una possibilità di ricreare legami.
Così, sulle rovine di uno dei tanti villaggi distrutti e abbandonati durante la guerra, costruisce con le sue mani Ekometa, un ecovillaggio in legno. Immerse nella foresta, a circa 12 km da Srebrenica, queste piccole baite “stanno a dimostrare che cosa si può realizzare in un Paese che si sta riprendendo da un genocidio e sta affrontando nello stesso tempo la crisi climatica. Se il progetto degli inventori dell’odio – testimonia Irvin – era di fare di questi posti il deserto, allora ritornarci a vivere, ricostruire le relazioni tra le persone e con la natura, diventa un atto di resistenza e di riscatto”.

Ekometa, turismo verde contro l’estrattivismo
Come nel libro per lui esemplare di Jean Giono “L’uomo che piantava gli alberi”, che racconta di «come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre la distruzione», Irvin crede che “ogni individuo possieda l’immensa capacità di cambiare il corso degli eventi umani”.
Oggi Ekometa è una sezione bosniaca del movimento internazionale Future Friends e ha l’ambizione di creare opportunità per un turismo verde e sostenibile in territori che sono stati offesi, violentati e devastatati.
In questi anni, Irvin ha coordinato e animato battaglie ambientali, contro progetti di sfruttamento che distruggerebbero colture, habitat e stili di vita. Come il progetto europeo di 1.500 centrali idroelettriche sui fiumi della Bosnia o quelli delle aziende estrattive di bauxite.
Il tentativo caparbio e instancabile è di ricucire reti solidali tra le persone, rendendole partecipi e protagoniste di uno sviluppo che sappia porsi come alternativa percorribile ad un’economia di rapina che ha la guerra come presupposto o come sbocco. È parte di questo sforzo, per esempio, l’ospitalità genuina che troviamo a Srebrenica, dove con 60 studenti abbiamo potuto pranzare a casa di una famiglia del posto. Ci hanno preparato un pranzo che è un tripudio di sapori e varietà di aromi. Nel salotto di casa, tra un burek e un caffè bosniaco, una studentessa ritrova la lingua materna, traduce per noi e conversa con i nostri ospiti in croato, che è poi anche il serbo e il bosniaco. Un’unica lingua, in cui si sono volute inventare fratture, introducendo per legge il doppio alfabeto cirillico e latino.

Memoria e bellezza in cammino
Ekometa si trova anche a pochi chilometri dal memoriale di Potocari, dove peraltro è lo stesso Irvin che ci fa da interprete nel suo italiano perfetto. Anche suo padre era stato traduttore in questa che dal 1993 al 1995 è stata la base militare Onu, in cui avrebbero dovuto trovare protezione e rifugio i civili. All’interno, il racconto fotografico e audiovisivo del fallimento delle Nazioni Unite, la catena di comando che nel luglio del 1995 ha portato al genocidio di 8.372 uomini bosniaci musulmani, i volti e le strette di mano tra i responsabili della distruzione e gli inetti che l’hanno lasciata essere. Sui muri ancora le scritte dei Caschi blu olandesi a sfondo razzista e maschilista. Fuori la distesa di lapidi bianche. I peacekeeper dell’ONU consentirono alle milizie serbe di separare donne, anziani e bambini e di deportare e giustiziare migliaia di uomini, i cui corpi furono gettati in fosse comuni
In questi luoghi che potevano restare legati per sempre soltanto ad una memoria di lutti e di violenze, Irvin ha deciso che è vitale guardare avanti e ha scommesso sulla possibilità di ricostruire un’armonica convivenza tra le persone e con la natura.
Oggi Ekometa è un luogo di incontro, di scambio e condivisione per viaggiatori e volontari di ogni parte del mondo, dove è possibile staccare dai ritmi abituali e fare esperienza della bellezza in tutte le sue forme. Come si legge sul sito srebrenicadream.com, a luglio, per esempio, ci sarà una residenza di fotografia volta a documentare, attraverso visite guidate, escursioni nella Bosnia orientale e trekking nel canyon della Drina, l’identità e le trasformazioni di questo territorio e dei suoi abitanti.
Ad agosto, invece, un’esperienza di condivisione di letture e cammini. “L’idea è semplice: sceglieremo un libro guida per il trekking tra boschi, villaggi, il fiume Drina e il lago Peručac” ci spiega Irvin Mujčić. A dare una mano e a condividere spazi, pasti e fatiche, arriverà quest’anno anche una numerosa compagnia di olandesi che viaggiano slow e senza aerei.
Per ora, alle porte dell’ecovillaggio sventola una maglietta arancione con le firme degli studenti e dei professori del liceo milanese, in segno di amicizia e gratitudine. Poi, in autunno inoltrato, come ogni anno, “il ragazzo della Drina” partirà in bicicletta. Quest’anno, destinazione Capo Nord.
Buon viaggio Irvin.



