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mercoledì, Aprile 17, 2024

I crediti per la biodiversità sono il nuovo fronte della finanziarizzazione della natura?

Il fondatore del think tank Green Finance Observatory, Frederic Hache, mette in guardia sul nascente mercato di crediti di biodiversità. Dopo lo scandalo Verra che ha coinvolto il mercato dei crediti di carbonio, sta per essere lanciato un nuovo mercato di compensazioni. Con il rischio di ripetere gli stessi errori

Carlotta Indiano
Carlotta Indiano
Classe ‘93. Giornalista freelance. Laureata in Cooperazione e Sviluppo e diplomata alla Scuola di Giornalismo della Fondazione Basso a Roma. Si occupa di ambiente ed energia. Il suo lavoro è basato su un approccio intersezionale, femminista e decoloniale. Scrive per IrpiMedia e collabora con altre testate.

Con l’approvazione dell’accordo Kunming-Montreal per tutelare la biodiversità durante la Cop15 sulla biodiversità tenutasi a Montreal, il Consiglio delle Nazioni Unite ha lasciato insoddisfatti i Paesi africani. Pur essendo il primo accordo globale per garantire la stabilità dei servizi ecosistemici, fondamentali per la sicurezza umana, stati come la Repubblica Democratica del Congo hanno cercato di bloccare l’accordo spingendo, invece, per la creazione di un fondo legato alla biodiversità. Il presidente del Camerun ha definito l’accordo una vera e propria “frode”.

Non è l’unica “frode” nata in seno a quella Cop. Il target 19 dell’accordo – e il framework legale per il mercato dei crediti – prevede “schemi innovativi come il pagamento per i servizi ecosistemici, i green bond, le compensazioni e i crediti per la biodiversità, i meccanismi di condivisione dei benefici, con garanzie ambientali e sociali”. Da dicembre 2022, dunque, si è cercato di creare un nuovo mercato per attirare gli investitori come api sul miele su cause legate alla biodiversità.

Nel report L’economia della biodiversità: The Dasgupta Review, disponibile sul sito ufficiale del governo inglese, si sostiene che considerare la natura come una classe di beni, proprio come il capitale umano e finanziario, aiuterà a migliorare la conservazione della biodiversità in quanto la natura produce beni e servizi essenziali, chiamati anche servizi ecosistemici, la cui perdita è un problema da gestire in termini di asset finanziari.

“L’uso dei crediti di biodiversità può ridurre i tempi di ripristino degli habitat o delle specie e può consentire di ottimizzare la connettività degli habitat, concentrando la mitigazione in grandi aree” si legge all’interno del rapporto. L’approccio può essere condivisibile o meno ma l’applicazione, attualmente, è problematica.

“L’idea è la stessa del mercato volontario dei crediti di carbonio, ma il driver di mercato è la biodiversità”, spiega a Economiacircolare.com Frederic Hache, cofondatore del think tank Green Finance Observatory. “I Paesi ricchi, invece di frenare il loro impatto distruttivo sull’ambiente, pretendono di compensare altrove, preferibilmente nei Paesi più poveri dove la terra è a buon mercato, mettendo in atto qualche piccole azione come il ripristino degli habitat per una particolare specie o pianta”.

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Il modello inglese dei crediti di biodiversità

Pioniere di questo nuovo mercato è il governo inglese, che lancerà un prototipo a novembre 2023. A febbraio, infatti, il governo del Regno Unito ha pubblicato la sua risposta alla consultazione pubblica sul regolamento sul Guadagno Netto di Biodiversità (in inglese Biodiversity Net Gain BNG) inserito nell’Environment Act del 2021. Il BNG è un approccio allo sviluppo e alla gestione del territorio che mira a lasciare l’ambiente naturale in uno stato migliore di quello precedente. Il guadagno netto di biodiversità può essere ottenuto nello stesso luogo del progetto, fuori dal sito o attraverso una combinazione di misure in loco e all’esterno. Questa informazione è importante ed è la base teorica del nuovo mercato.

Il guadagno netto di biodiversità, infatti, si basa ancora sull’applicazione della gerarchia di mitigazione – come riporta anche il Parlamento inglese nei documenti messi a disposizione sul proprio sito –  un approccio sistematico per affrontare l’impatto ambientale e la sua potenziale compensazione che cerca prima di evitare gli impatti, poi di minimizzarli e quindi di adottare misure in loco per riabilitare e ripristinare la biodiversità. Proprio come nel mercato dei crediti di carbonio, le compensazioni della biodiversità dovrebbero essere prese in considerazione solo per gli impatti residui. Mentre nell’attuazione delle compensazioni l’obiettivo minimo dovrebbe essere l’assenza di perdita netta.

Secondo la nuova legge in vigore da novembre, tutti i nuovi progetti di sviluppo sul territorio che richiederanno un permesso di pianificazione dovranno garantire di compensare il 100% dell’impatto e di aumentare il valore della biodiversità del sito di almeno il 10%. La regola del 110% richiede poi che ogni habitat colpito all’interno del confine sia sostituito da un altro secondo il principio “like for like” o “like for better”.

Come ci spiega Frederic Hache i due principi funzionano in questo modo: “like for like, come quando costruisci un aeroporto nel Sud della Spagna, distruggi un intero habitat di fenicotteri e poi devi ripristinarlo nell’arco di 10 chilometri”; like for better, “puoi compensare scegliendo un posto qualsiasi, e non necessariamente un habitat di fenicotteri ma un servizio ecosistemico di valore monetario equivalente.” Ma poiché i principi obbligatori del guadagno netto di biodiversità non specificano che il valore aggiunto sul territorio debba essere allocato nello stesso sito geografico, gli sviluppatori avranno maggiori opzioni. E per maggiori opzioni si intendono altri luoghi. Anzi, il sito di sviluppo potrebbe non essere il luogo adatto per implementare la biodiversità, il che significa che gli sviluppatori dovranno fare affidamento su una modifica dei progetti o su schemi di mitigazione fuori dal sito basati su crediti comprati altrove, anche dal governo stesso.

L’obbligo varrà per lo sviluppo di insediamenti abitativi, industriali o commerciali come condizione necessaria per la concessione del permesso a costruire. Dunque, se da un lato viene reso obbligatorio compensare la biodiversità, a differenza del mercato volontario dei crediti di carbonio, dall’altro si consente di farlo al di fuori dell’habitat che si va a distruggere, con il rischio di ripetere quegli errori, come la scelta dei luoghi e dei progetti, per cui il mercato dei crediti di carbonio è associato a violazioni di diritti umani e competizione rispetto alle risorse.

Non sono previste, invece, misure vincolanti per dare priorità al contenimento della distruzione rispetto al ripristino, né alcun limite all’uso consentito della compensazione nell’ambito delle politiche di guadagno netto di biodiversità.

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Come funzionano i crediti di biodiversità

Ogni credito viene venduto una sola volta e i prezzi variano necessariamente in base alle specifiche di ciascun progetto che emette crediti per la biodiversità. I crediti sono basati sulla performance e vengono immessi sul mercato solo quando hanno raggiunto obiettivi di performance e di gestione verificabili, a differenza dei crediti di carbonio, il cui prezzo varia a seconda delle fluttuazioni del mercato.

I crediti per la biodiversità non sono concorrenti delle compensazioni di carbonio: sono stati concepiti per lavorare a fianco del mercato del carbonio, per consentire ai finanziamenti di raggiungere anche i più piccoli progetti di mitigazione del cambiamento climatico per proteggere gli ecosistemi minacciati.

Secondo quanto riportato a febbraio dal governo inglese i mercati che si basano su progetti nature-based (basati sulla natura), possono vendere crediti per il sequestro della CO2 o altre attività, come la riduzione delle inondazioni in un determinato luogo o il miglioramento di una zona umida. Il cosiddetto “accatastamento” avviene quando più crediti o unità di diversi mercati della natura vengono venduti separatamente partendo dalla stessa attività su un terreno. I crediti di biodiversità possono essere creati prima di essere utilizzati e possono essere conservati, cioè “messi in banca”, senza limiti di tempo, fino a quando non vengono assegnati a un progetto. Il governo inglese prevede anche la creazione di banche di habitat per la realizzazione di siti più grandi e strategici per la natura.

Secondo CarbonPulse, ad esempio, il Botanical Gardens Conservation International, un’organizzazione inglese per la conservazione, sta preparando 65 progetti tra Africa, Asia, e Sud America di protezione di specie di alberi minacciate da utilizzare nel prossimo mercato dei crediti di biodiversità.

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Azioni di ripristino oltre la compensazione 

Il 110% previsto obbligatoriamente per i progetti inglesi trova conferma in un framework legislativo più ampio. L’ultimo atto delegato della tassonomia verde pubblicato dalla Commissione Europea su cui si è chiusa la consultazione pubblica il 27 giugno, dichiara che “la compensazione degli impatti di un’altra attività economica è esclusa da questa attività (la tassonomia, ndr). Solo i guadagni netti di biodiversità derivanti dalla conservazione/restauro possono essere considerati come contributo sostanziale nell’ambito di questa attività”.

La Commissione ha poi chiarito pubblicamente proprio su richiesta del Green Finance Observatory che “la compensazione in quanto tale non è inclusa nella tassonomia ma, quando le azioni di ripristino vanno oltre la compensazione del danno e determinano un guadagno netto di biodiversità, la parte dell’attività che corrisponde all’aumento netto di biodiversità può essere considerata come un contributo sostanziale al ripristino e alla protezione degli ecosistemi. La parte dell’attività che corrisponde alla compensazione del danno ambientale rimane esclusa”.

Ciò solleva un’altra questione, secondo Hache. “Supponendo di poter calcolare, cosa che non possiamo fare, che il 100% della compensazione non è nella tassonomia, ma il 10% per cento va bene perchè va oltreriflette il cofondatore del think tank Green Finance Observatory- implicitamente si sta promuovendo la compensazione”. Questo approccio si sta affermando in Inghilterra, ma anche altre nazioni lo stanno valutando. Dunque i mercati di crediti di biodiversità stanno per essere implementati su larga scala ma richiederanno una normativa solida per evitare che possano “legittimare un danno”, secondo quanto discusso durante la conferenza europea Beyond Growth, la conferenza sulle politiche di sostenibilità europee organizzata a metà maggio dal Parlamento Europeo.

In teoria, le compensazioni della biodiversità sono uno strumento di mercato che internalizza il valore della biodiversità nelle nostre azioni, garantendo che il costo della creazione (o della protezione) del valore equivalente di qualsiasi biodiversità persa o degradata altrove venga pagato. Nella pratica, tuttavia, l’attuazione e i risultati variano notevolmente. La regolamentazione o la standardizzazione sono limitate e differiscono tra i mercati e le organizzazioni.

“Esattamente com’è avvenuto con il mercato volontario di carbonio regolamentato dagli Accordi di Parigi e reso operativo dalla Cop di Glasgow, così la Cop28 renderà operativo il mercato dei crediti di biodiversità” conclude Frederic Hache.

Leggi anche: La compensazione delle emissioni oltre gli scandali

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