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lunedì, Maggio 27, 2024

Perché in Italia il diritto al clima è ancora un’utopia?

La recente bocciatura del ricorso di Giudizio Universale da parte del tribunale di Roma, che chiedeva di accertare l'inazione dello Stato, spinge ad alcune riflessioni sul "diritto al clima". Specie perché è stata la stessa giudice a riconoscere che esiste una "oggettiva complessità e gravità dell'emergenza"

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

Se è vero che le attenzioni sul clima, anche in Italia, sono crescenti, è altrettanto innegabile che di clima si parla ancora poco e male. Più che il negazionismo in sé, ormai un fenomeno abbastanza di nicchia, preoccupa di più la minimizzazione delle questioni. Il 2023 è stato l’anno più caldo nell’ultimo secolo e mezzo, come annunciato dal programma Copernicus dell’Unione Europea? In qualche modo faremo, e comunque le conseguenze al momento non sono così disastrose.

Invece gli irreversibili cambiamenti in atto hanno subìto un’accelerazione che neppure la comunità scientifica ha compreso in fondo. Lo ha ammesso su Nature Gavin Schmidt, direttore del Goddard Institute for Space Studies della NASA – uno dei più autorevoli centri per lo studio dei modelli climatici – affermando che “potremmo trovarci in un territorio inesplorato”. E allora tocca ripartire dalle certezze che nel frattempo si sono consolidate. O, perlomeno, da ciò che si sta costruendo. È il caso, ad esempio, del “diritto al clima”, vale a dire il riconoscimento di un presupposto costitutivo del diritto alla vita che garantisca un clima stabile e sicuro.

Mentre la giurisprudenza è ancora in definizione cresce il ricorso ai tribunali: a settembre 2023 un report dell’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, ha accertato che il numero totale di cause giudiziarie sui cambiamenti climatici è più che raddoppiato dal 2017 e sta continuando a crescere in tutto il mondo, dimostrando che i contenziosi sul clima stanno diventando una parte integrante e sempre più importante per garantire un’azione diretta e provare a ottenere giustizia in materia di clima.

Tutto bene, dunque? Non proprio. A metà tra la sorpresa e il malumore, nei primi giorni di marzo il tribunale civile di Roma ha dichiarato inammissibili le richieste portate avanti dalla campagna Giudizio Universale, la causa climatica intentata nel 2021 contro lo Stato italiano da 203 attori, tra cui 24 associazioni e 179 individui. Un esito negativo per la prima climate litigation promossa in Italia che spinge ad alcune riflessioni.

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Le lezioni di Giudizio Universale sul clima

Nelle (appena) 14 pagine la giudice Assunta Canonaco della Seconda Sezione del Tribunale Civile di Roma ha chiuso il primo grado di giudizio sul ricorso climatico promosso da Giudizio Universale, respingendo, così, non solo un atto di citazione ben più corposo (87 pagine) depositato a dicembre 2021, ma anche le successive memorie di trattazione.

Il rigetto delle domande per difetto assoluto di giurisdizione in ragione della natura squisitamente politica della questione – questa, in estrema sintesi,  la sentenza del tribunale – ben avrebbe potuto – anzi, dovuto in base alle regole di procedura – essere dichiarato sin dalla prima udienza.  “Dopo più di due anni e mezzo di udienze e migliaia di pagine di documentazione prodotta – è il commento dell’associazione A Sud – era lecito aspettarsi che il tribunale entrasse nel merito del giudizio”. La scelta stride anche con l’oggetto stesso della causa  relativo all’urgenza di un’azione efficace contro i cambiamenti climatici antropogenici che rappresentano una minaccia per il godimento di tutti i diritti umani riconosciuti e tutelati dal nostro ordinamento. Considerata l’esistenza di un preciso dovere dello Stato di adempiere agli impegni assunti in ambito climatico e di  tutela dei diritti fondamentali minacciati dagli stravolgimenti climatici, si chiedeva al(la) giudice di accertare che le misure sinora messe in campo fossero disallineate rispetto a quegli impegni e, quindi, di condannare lo Stato ad adottare ogni iniziativa utile ad rivedere al rialzo gli obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti.

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La giudice, pur riconoscendo “la oggettiva complessità e gravità della emergenza a carattere planetario provocata dal cambiamento climatico antropogenico”, liquida la questione con una motivazione che, al netto delle citazioni dei ricorrenti e dei riferimenti normativi, si risolve in una manciata di pagine. Quanto è accettabile che questioni così fondamentali sollevate dai ricorrenti siano affrontate in modo così superficiale? Se è vero che, anche in forza delle norme introdotte dalla riforma Cartabia, il giudice è chiamato a decidere velocemente, è altrettanto vero che la stessa riforma ha reso operativi nuovi strumenti utili a sostenere  il giudice nel suo compito decisorio quali, ad esempio, il rinvio pregiudiziale alla Corte di Cassazione. Perché non utilizzarlo in questo caso proprio in ragione dell’assoluta novità della materia?

Il tribunale di Roma non ha affrontato neppure le recenti modifiche costituzionali. Nel nuovo art.9 della Costituzione, così come approvato a febbraio 2022, si attribuisce alla Repubblica anche la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi. La legge di riforma introduce poi la dicitura “anche nell’interesse delle future generazioni“, inedita nel dettato costituzionale e significativa di una nuova consapevolezza, soprattutto perché riguarda uno dei cosiddetti principi fondamentali, quelli cioè compresi tra l’articolo 1 e l’articolo 12. In più la modifica votata dal Parlamento integra l’articolo 41 stabilendo che l’iniziativa economica privata “non può svolgersi in danno alla salute e all’ambiente”, premettendo questi due limiti a quelli già vigenti (la sicurezza, la libertà e la dignità umana).

Si tratta di norme precettive, immediatamente applicabili, e l’auspicio è che, a seguito del ricorso in appello,  ci sia la volontà di affrontare anche questa angolazione. Per il momento emerge la sensazione che si sia voluto approfittare del primo appiglio per disfarsi velocemente del fascicolo “ingombrante”. Anche per bloccare sul nascere ogni contenzioso simile che potesse emergere successivamente. In questo senso Giudizio Universale avrebbe potuto funzionare da apripista, e in un certo senso la risposta del sistema è stata quella di preservare gli attuali equilibri. Il  messaggio implicito che se ne ricava, al di là del merito giuridico, è che si può continuare ad andare avanti allo stesso modo. Un segnale sia per lo Stato, che così può continuare impunemente a non rispettare i target climatici che esso stesso si è dato, che per le imprese responsabili della crisi climatica, a partire dalle aziende fossili.

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“Siamo dalla parte giusta della storia”

Dalla notizia della sentenza si sono susseguiti numerosi commenti. Accomunati dalla consapevolezza che, nonostante la delusione per il primo esito giudiziario, la battaglia per il diritto al clima in Italia è solo all’inizio. Tra i primi a palesare la propria posizione c’è Ferdinando Cotugno, giornalista ambientale per Domani, che sui social ha fatto notare come “in Francia, Germania, Olanda, Irlanda c’erano state invece sentenze storiche a favore di cause simili, che hanno fatto cambiare leggi e policy e tagliato emissioni. In Italia non è andata così: il tribunale ha riconosciuto la gravità dell’emergenza climatica, ma ha sostanzialmente detto: questa materia è troppo tecnica e politica per noi. È un esito bizzarro, insolito: anche quando le cause climatiche si concludono con una sconfitta (come successo in Spagna), non c’è mai stato un giudice che abbia detto: avete proprio sbagliato citofono. Ci sarà un appello, in mezzo arriverà la sentenza dei ragazzi portoghesi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, che potrebbe cambiare la giurisprudenza europea”.

Per Marica Di Pierri, portavoce di A Sud e co-coordinatrice della campagna Giudizio Universale, “si tratta di un’occasione persa per le istanze sociali e ambientali nel nostro Paese, ma la volontà di non esprimersi del tribunale di Roma non comporta che non ci siano i presupposti per una condanna dello Stato. Secondo il tribunale nessun giudice italiano può tutelare i diritti fondamentali minacciati dalla inefficienza delle politiche climatiche dello Stato, come avvenuto in molti Paesi europei. È una scelta di retroguardia. Non possiamo negare di essere delusi dall’esito del processo ed è certo che impugneremo la decisione” continua Di Pierri. “Teniamo in conto che la strada per ottenere giustizia in tribunale può essere lunga, basti pensare al cammino che hanno dovuto percorrere le cause contro l’amianto.  Siamo forti del fatto di aver contribuito a mettere in moto un movimento globale di persone che si rivolgono alla giustizia per proteggere il loro diritto a un clima stabile. Soprattutto, siamo dalla parte giusta della storia. Siamo dalla parte della scienza, dalla parte dei diritti. E non ci fermeremo: continueremo a batterci per vedere le nostre istanze accolte e il diritto al clima riconosciuto”.

Secondo il team legale che ha seguito la causa, composto da avvocati e giuristi appartenenti alla Rete Legalità per il clima, “la sentenza, per un verso, si pone palesemente in contrasto con la Carta dei Diritti fondamentali dell’Ue e con la Cedu, strumenti di tutela che non contemplano limiti di accesso al giudice nelle questioni climatiche, come già riconosciuto dalla giurisprudenza di numerosi Stati europei. Per altro verso, è anche contraddittoria, perché, da un lato, riconosce la gravità e urgenza letale dell’emergenza climatica, dall’altro, però, statuisce che in Italia non esisterebbe la possibilità di rivolgersi a un giudice per ottenere tutela preventiva contro questa situazione, nonostante siffatta tutela sia stata riconosciuta dalla Corte costituzionale. Pertanto sussistono tutti i presupposti per impugnarla”.

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A commentare la sentenza anche organizzazioni che hanno promosso azioni simili in altri Paesi Marjan Minnesma, direttrice di Urgenda, la fondazione olandese protagonista del celebre caso che ha portato alla storica condanna dell’Olanda, è netta nella sua analisi. “C’è un divario crescente tra le promesse dei nostri governi e le azioni che intraprendono nell’affrontare l’emergenza climatica – dice Minnesma – La sentenza Urgenda nei Paesi Bassi ha dimostrato che i tribunali hanno un ruolo cruciale nell’esaminare se i governi stiano facendo abbastanza per ridurre le emissioni di gas serra e quindi salvaguardare i diritti fondamentali dei loro cittadini. Numerosi tribunali in tutto il mondo hanno seguito questo precedente, rafforzando così le politiche climatiche e la tutela dei diritti umani nei loro Paesi. Mentre gli impatti climatici estremi continuano a devastare tutti i continenti, i tribunali italiani non dovrebbero sottrarsi al loro dovere costituzionale: dovrebbero seguire le orme di quei tribunali che già hanno indicato la strada, assicurando che i governi rispettino i loro obblighi giuridici e mantengano gli impegni presi per affrontare l’emergenza climatica”.

Leggi anche: Al via la prima causa contro lo Stato italiano per inazione climatica

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