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mercoledì, Giugno 19, 2024

Per la giustizia climatica non restano che i tribunali? UNEP: “Le cause sono raddoppiate”

Il report del Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente analizza le climate litigation in giro per il mondo, che alla fine del 2022 hanno toccato quota 2.180. "Il divario tra il livello di riduzione dei gas serra di cui il mondo ha bisogno e le azioni che i governi stanno effettivamente intraprendendo è preoccupante"

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

“Le persone si stanno rivolgendo sempre più ai tribunali per combattere la crisi climatica, ritenendo i governi e il settore privato responsabili e facendo del contenzioso un meccanismo chiave per garantire l’azione per il clima e promuovere la giustizia climatica”. Con queste parole Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’UNEP (il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) ha commentato il rapporto Global Climate Litigation Report: 2023 Status Review: il report, pubblicato da UNEP e dal Sabin Center for Climate Change Law della Columbia University, si focalizza sulle climate litigation, vale a dire le azioni legali basate sul cambiamento climatico che possono avere diversi scopi (imporre a governi o aziende determinati standard per limitare le emissioni di gas serra, bloccare progetti specifici che si prevede possano aumentare le emissioni, prevedere rimborsi legati a danni subiti, definire responsabilità).

Nelle sue 109 pagine d’analisi dei contenziosi giudiziari si parte da una semplice e drammatica constatazione: la crisi climatica sta peggiorando, non migliorando. E di fronte l’inazione di governi e imprese (o, peggio, la replica dell’esistente sotto l’etichetta del greenwashing), affidarsi ai tribunali resta una delle poche strade percorribili per le persone e le ong. Così si apprende che il numero totale di cause giudiziarie sui cambiamenti climatici è più che raddoppiato dal 2017 e sta continuando a crescere in tutto il mondo, dimostrando che i contenziosi sul clima stanno diventando una parte integrante e sempre più importante per garantire un’azione diretta e provare a ottenere giustizia in materia di clima.

Il database, aggiornato fino al 31 dicembre 2022 dal Sabin Center, fornisce una panoramica dei principali casi di contenzioso sul clima degli ultimi due anni. Tra l’altro, come fa notare la stessa UNEP, con l’aumento della frequenza e del volume delle controversie in materia di clima cresce anche il corpus dei precedenti legali, formando un campo giuridico sempre più definito. La giustizia climatica, insomma, non è più solo un’istanza sociale ma una pratica giuridica.

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Numeri e analisi delle climate litigation

Il numero totale di cause sui cambiamenti climatici è più che raddoppiato dal primo rapporto, passando dalle 884 cause che erano state individuate nel 2017 alle 2.180 del 2022. Sebbene la maggior parte delle cause sia stata intentata negli Stati Uniti, il contenzioso sul clima si sta radicando in tutto il mondo, con circa il 17% dei casi attualmente segnalati nei Paesi in via di sviluppo, compresi i piccoli Stati insulari che più di tutti patiscono gli effetti del cambiamento climatico. Queste azioni legali sono state intentate in 65 organismi in tutto il mondo: tribunali, corti internazionali, regionali e nazionali, organismi paragiudiziari e altri organi giudicanti, comprese le procedure speciali delle Nazioni Unite e i tribunali arbitrali.

Il divario tra il livello di riduzione dei gas serra di cui il mondo ha bisogno per raggiungere gli obiettivi di temperatura e le azioni che i governi stanno effettivamente intraprendendo per ridurre le emissioni è sempre più preoccupante. Questo inevitabilmente porterà sempre più persone a ricorrere ai tribunali. Questo rapporto sarà una risorsa preziosa per tutti coloro che vogliono ottenere il miglior risultato possibile nelle sedi giudiziarie e capire cosa è possibile o meno fare“, ha dichiarato Michael Gerrard, direttore di facoltà del Centro Sabin.

Il rapporto dimostra come le voci dei gruppi vulnerabili siano ascoltate a livello globale: 34 cause sono state intentate da e per conto di bambini e giovani sotto i 25 anni, tra cui bambine di sette e nove anni rispettivamente in Pakistan e in India, mentre in Svizzera i querelanti stanno facendo valere l’impatto sproporzionato del cambiamento climatico sulle donne anziane. Pur nella stessa cornice della crisi climatica, conclamata dal punto di vista scientifico ma ancora minimizzata o negata dalle istituzioni (l’Italia purtroppo è in prima linea su questo fronte), le cause intentate mirano a diversi obiettivi: c’è chi contesta le decisioni dei governi, ad esempio sulla base dell’incoerenza di un progetto con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi o con gli impegni di un Paese per l’azzeramento delle emissioni, e chi cita in giudizio direttamente le aziende produttrici di combustibili fossili e altri emettitori di gas a effetto serra responsabili dei danni al clima.

Secondo il rapporto, la maggior parte delle controversie in corso in materia di clima rientra in sei categorie:

1) cause che si basano sui diritti umani sanciti dal diritto internazionale e dalle costituzioni nazionali;

2) sfide alla mancata applicazione delle leggi e delle politiche nazionali in materia di clima;

3) controversie che cercano di mantenere i combustibili fossili nel sottosuolo;

4) richieste di maggiori informazioni sul clima e di porre fine al greenwashing;

5) cause che riguardano la responsabilità delle imprese per i danni al clima;

6) cause che riguardano il mancato adattamento agli impatti del cambiamento climatico.

Il report dimostra come i tribunali stiano privilegiando i legami con i diritti umani in relazione ai cambiamenti climatici. Ciò sta portando a maggiori tutele per i gruppi più vulnerabili della società, nonché a un aumento della responsabilità, della trasparenza e della giustizia, costringendo i governi e le imprese a perseguire obiettivi più ambiziosi di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici. Per il futuro il rapporto prevede un aumento del numero di cause riguardanti la migrazione climatica nonché le cause intentate dalle popolazioni indigene, dalle comunità locali e da altri gruppi colpiti in modo sproporzionato dai cambiamenti climatici. Un aumento ulteriore delle cause riguarderà, sempre secondo il rapporto UNEP, anche le cause riguardanti la responsabilità a seguito di eventi meteorologici estremi. Il report, infine, prevede anche un aumento delle cause “di ritorno” contro i contendenti che mirano a smantellare le normative che promuovono l’azione per il clima.

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Tentativi di giustizia climatica in giro per il mondo

Tra i principali casi di contenzioso sul clima e le questioni trattate nel rapporto vi sono:

  • Il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite che ha concluso per la prima volta che un Paese ha violato la legge internazionale sui diritti umani attraverso la politica climatica e l’inazione in materia di clima, ritenendo che il governo australiano stia violando i suoi obblighi in materia di diritti umani nei confronti degli abitanti delle isole dello Stretto di Torres;
  • La Corte Suprema del Brasile ha stabilito che l’Accordo di Parigi è un trattato sui diritti umani che gode di uno status “sovranazionale”;
  • Un tribunale olandese che ha ordinato alla compagnia petrolifera e del gas Shell di rispettare l’Accordo di Parigi e di ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica del 45% rispetto ai livelli del 2019 entro il 2030. È stata la prima volta che un tribunale ha ritenuto che un’azienda privata avesse un obbligo ai sensi dell’Accordo di Parigi;
  • Un tribunale tedesco che ha dichiarato incompatibili con i diritti alla vita e alla salute alcune parti della legge federale sulla protezione del clima;
  • Un tribunale di Parigi ha stabilito che l’inazione della Francia in materia di clima e il mancato raggiungimento degli obiettivi di bilancio del carbonio hanno causato danni ecologici legati al clima;
  • Un tribunale del Regno Unito che ha stabilito che il governo non ha rispettato i suoi doveri legali ai sensi del Climate Change Act del 2008 quando ha approvato la sua strategia “net-zero”;

Oltre a questi risultati già raggiunti – va comunque tenuto in considerazione che non si tratta di decisioni definitive, le sentenze citate sono al momento in fase d’appello – il report sottolinea anche gli sforzi per ottenere pareri consultivi sui cambiamenti climatici dalla Corte internazionale di giustizia e dal Tribunale internazionale per il diritto del mare, che sono stati avviati e guidati dai piccoli Stati insulari.

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Sulle climate litigation l’Italia non sta a guardare

E in Italia? Il nostro Paese vive una drammatica contraddizione: è già ora uno dei Paesi più colpiti dagli effetti della crisi climatica, come ci sta ribadendo la torrida estate 2023, e nonostante ciò è tra quelli in cui si parla poco e male di crisi climatica, figurarsi del tema della giustizia climatica, che finora è rimasta esclusivamente un’istanza portata avanti dalle ong e dall’attivismo ambientalista.

A tal proposito sono due le climate litigation da tenere d’occhio. La prima è quella promossa nel 2021 da A Sud e da oltre 200 ricorrenti contro lo Stato italiano per “inazione climatica” nell’ambito della campagna Giudizio Universale. Nel report di UNEP si scrive che “una ONG ambientalista e più di 200 persone hanno intentato una causa contro il governo italiano per non aver intrapreso le azioni necessarie a raggiungere l’obiettivo di temperatura di Parigi di una temperatura ben al di sotto dei 2°C”. La terza udienza del procedimento giudiziario si terrà il prossimo 13 settembre a Roma.

“È fondamentale mettere in campo azioni di difesa del clima che siano plurali, numerose e su più fronti – dice Lucie Greyl, coordinatrice della campagna Giudizio Universale – Di fronte all’inazione dei governi che in Italia si sono susseguiti negli ultimi decenni, nonostante innumerevoli raccomandazioni e proposte emerse negli ultimi decenni sia dalla comunità scientifica che dalla società civile, abbiamo deciso di mobilitare anche in Italia la giustizia, chiedendo un intervento rispetto a due grandi questioni: il dovere dello Stato di agire adeguatamente in campo climatico per la tutela dei diritti fondamentali delle persone e la necessità per far ciò di impegnarsi a ridurre drasticamente le emissioni. Ci auspichiamo che la giustizia italiana, come in diversi paesi EU, possa fare la differenza e portare l’Italia a cambiare passo in campo climatico. Più passa il tempo e più dovrà essere radicale il cambiamento, più si resta immobili ora e più sarà caro sarà il prezzo da pagare in futuro, in particolare per le comunità e le persone più vulnerabili”.

La seconda climate litigation italiana è quella promossa a maggio scorso dalle ong ReCommon e Greenpeace, insieme a 12 cittadine e cittadini italiani, nell’ambito della campagna La Giusta Causa. In questo caso a essere portata in giudizio è ENI, la più grande compagnia energetica italiana, per le sue responsabilità nella crisi climatica, visto che l’azienda continua a puntare sulle fonti fossili, cioè i principali responsabili delle emissioni di gas serra. Proprio in questi giorni Eni ha chiesto una mediazione obbligatoria nei confronti delle due ong che potrebbe portare a una causa civile di risarcimento danni per diffamazione (almeno 50mila euro a testa).

Leggi anche: Al via la prima causa contro lo Stato italiano per inazione climatica

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