Il lavoro del futuro? La rivoluzione è oggi: i profili più richiesti e quelli in crisi

Un'analisi basata sui dati di Unioncamere e sull'esperienza di Marco Gisotti svela come la doppia transizione stia già ridisegnando il mercato del lavoro. Serviranno quasi 4 milioni di lavoratori, ma le competenze richieste sono cambiate

Letizia Palmisano
Letizia Palmisanohttps://www.letiziapalmisano.it/
Giornalista ambientale 2.0, spazia dal giornalismo alla consulenza nella comunicazione social. Vincitrice nel 2018 ai Macchianera Internet Awards del Premio Speciale ENEL per l'impegno nella divulgazione dei temi legati all’economia circolare. Co-ideatrice, con Pressplay e Triboo-GreenStyle del premio Top Green Influencer. Co-fondatrice della FIMA, è nel comitato del Green Drop Award, premio collaterale della Mostra del cinema di Venezia. Moderatrice e speaker in molteplici eventi, svolge, inoltre, attività di formazione sulle materie legate al web 2.0 e sulla comunicazione ambientale.

Il mondo del lavoro sta vivendo una delle sue più grandi trasformazioni, spinto da due motori che procedono in parallelo: l’intelligenza artificiale e la sostenibilità. Se, da un lato, l’automazione cognitiva mette in discussione mansioni che credevamo al sicuro, dall’altro la transizione ecologica non sta semplicemente creando nuove nicchie professionali, ma sta cambiando radicalmente il modo di operare in quasi tutti i settori.

Marco Gisotti foto
Marco Gisotti

Il risultato è un mercato del lavoro pieno di paradossi nel quale la vera sfida non è più solo trovare un’occupazione, ma capire come si sta evolvendo la propria e quali competenze servono per rimanere competitivi. Un quadro complesso che è raccontato con chiarezza dal nuovo libro “Green jobs. Come transizione ecologica e intelligenza artificiale stanno cambiando il lavoro” (Edizioni Ambiente), scritto da Tessa Gelisio e dal giornalista e divulgatore Marco Gisotti. Il volume, aggiornando un percorso di analisi iniziato nel 2009, esamina i dati del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e ci restituisce una mappa inedita del futuro che ci attende.

Un futuro che, nei prossimi cinque anni, richiederà tra i 3,3 e i 3,7 milioni di lavoratori.

Lavori a rischio AI: non solo operai, l’ufficio è il più esposto

Contrariamente a quanto si possa pensare, l’intelligenza artificiale non sta minacciando solo le mansioni manuali e ripetitive nelle fabbriche: la sua capacità di gestire grandi volumi di dati e svolgere compiti standardizzati sta avendo un impatto profondo soprattutto sulle attività cognitive di base che, per decenni, hanno rappresentato il cuore del lavoro d’ufficio.

Le figure più vulnerabili non sono definite dal loro livello culturale, ma dal grado di prevedibilità e ripetitività dei loro compiti. Tra queste troviamo:

  • addetti all’immissione dati e segreteria tradizionale;
  • contabili per attività standardizzate;
  • operatori di customer service per richieste ripetitive;
  • traduttori di testi tecnici e standard.

Ciò non significa che tali professioni spariranno da un giorno all’altro, ma che il loro valore economico si sta riducendo: l’AI sta erodendo le mansioni di ingresso, la “gavetta” tradizionale, imponendo una riflessione profonda sui percorsi formativi e sulle modalità con cui i giovani entrano nel mondo del lavoro.

Così cambia il lavoro di tutti i giorni

Parallelamente, la transizione ecologica sta agendo come un significativo motore di cambiamento richiedendo la nascita di nuove figure come l’analista ESG o l’esperto di economia circolare ma non si ferma qui, permeando professioni che esistono da sempre. Oggi un muratore deve saper installare un cappotto termico, un elettricista deve integrare fotovoltaico e domotica mentre un agricoltore usa droni e sensori per ottimizzare l’uso dell’acqua.

Questa trasformazione richiede un cambio di mentalità. Come ci spiega Marco Gisotti: “dobbiamo capire che la sostenibilità non è un costo, è la condizione stessa della nuova competitività. Non è più un’opzione o un vezzo per pochi di chi senta e persegua l’obiettivo di fare un ecolavoro, ma un requisito fondamentale per rimanere sul mercato. Questo processo sta generando una domanda crescente di competenze ibride, dove il sapere tecnico si fonde con la sensibilità ambientale e la padronanza degli strumenti digitali.

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Il paradosso del mercato: i lavori ‘introvabili’ sono manuali

Mentre il dibattito pubblico è ossessionato dall’intelligenza artificiale, le imprese italiane affrontano un problema molto più concreto: la cronica carenza di figure tecniche specializzate. I dati mostrano che tra le professioni più richieste e difficili da reperire ci sono proprio quelle legate alla transizione energetica e alla riqualificazione edilizia.

Le aziende cercano disperatamente:

  • installatori di impianti fotovoltaici;
  • elettricisti specializzati in edilizia civile;
  • tecnici per la gestione di cantieri edili;
  • ingegneri energetici e meccanici;
  • muratori capaci di lavorare con sistemi di isolamento avanzati

Queste professioni, spesso considerate “vecchie”, sono in realtà al centro della trasformazione e richiedono un bagaglio di competenze tecniche, digitali e normative in continua evoluzione. Sono lavori che non possono essere delocalizzati e che l’intelligenza artificiale, almeno per ora, non può sostituire.

lavoro manuale

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Non bastano competenze digitali, serve un “green mindset”

Cosa cercano, quindi, le imprese oggi? La risposta non è una singola abilità, ma un mix di capacità. “La mia flessibilità, cioè la capacità di adattarmi, la capacità di lavorare in gruppo, non si è mai da soli, è come una maratona. La capacità di risolvere i problemi”, sottolinea Gisotti. Accanto a queste competenze trasversali o “power skills”, emergono due pilastri fondamentali.

Il primo è ciò che Gisotti definisce il “green mindset”,dentro ci sta la mia attitudine, la nostra attitudine per esempio al risparmio energetico, alla sensibilità e alla sostenibilità ambientale che sono richieste in tutti i settori”. Non è più un valore aggiunto, ma una base minima richiesta a oltre l’80% dei profili.

Il secondo è la competenza digitale che non si esaurisce nel saper usare un computer, ma si estende alla capacità di comprendere come la tecnologia possa rendere più efficiente e sostenibile il proprio lavoro. “Occorre capirne un pochino, come io in questo momento sto registrando questo video con Zoom”, scherza l’autore, evidenziando come la tecnologia sia ormai parte integrante di ogni professione.

“È una maratona, non uno sprint”

Il futuro del lavoro, quindi, non sarà definito da una singola tecnologia o da un’unica tendenza, ma dalla capacità di integrare mondi diversi. Serviranno professionisti capaci di unire competenze tecniche, sensibilità ambientale e visione sistemica. Il cambiamento in atto è una sfida, ma anche una straordinaria opportunità.

Come conclude Marco Gisotti, questo percorso richiede una visione di lungo periodo. “Si tratta di una maratona, non di uno sprint, non solo i 100 metri, non è chi arriva prima. È una maratona che non finisce mai, è un passaggio di testimone, unire i puntini perché sono i puntini che si uniscono fra cittadini, imprese, istituzioni, fra cittadini diversi, fra professioni diverse”. È in questa capacità di collaborazione e di visione d’insieme che risiede la chiave per governare la grande trasformazione del lavoro e costruire un’economia più resiliente, giusta e sostenibile.

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