Per anni l’industria della plastica ha promosso le bioplastiche biodegradabili come una soluzione quasi automatica alla crisi ambientale globale. L’idea è semplice e rassicurante: produrre materiali che, una volta dispersi nell’ambiente, vengano naturalmente degradati dai microrganismi. Ma una nuova ricerca del MIT (Massachusetts Institute of Technology) mette seriamente in discussione questa narrazione semplificata.
Secondo lo studio, la biodegradazione non è un processo universale e non è nemmeno garantito. Dipende invece da una relazione estremamente specifica tra composizione chimica della plastica, condizioni ambientali e presenza di determinate comunità batteriche marine. In altre parole: una plastica definita “biodegradabile” potrebbe degradarsi rapidamente in un ecosistema e restare quasi intatta in un altro.

Lo studio, pubblicato su Environmental Science & Technology con il titolo Complementary Bacterial Functions Enhance Mineralization of Aromatic Aliphatic Copolyesters within a Marine Microbial Consortium, ha analizzato una famiglia di plastiche biodegradabili usata in sacchetti, imballaggi alimentari e teli agricoli. I campioni sono stati immersi nel Mediterraneo, lasciando che sulla loro superficie si formasse un biofilm microbico. Da lì i ricercatori hanno isolato 30 specie batteriche capaci di crescere sul materiale. La domanda era apparentemente tecnica, ma con conseguenze politiche enormi: chi degrada davvero la plastica?
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Cosa sostiene la ricerca del MIT sulla degradazione della plastica
La risposta è che nessuno lo fa da solo. Un batterio, Pseudomonas pachastrellae, riesce ad avviare il processo, rompendo il polimero (la macromolecola) nei suoi componenti chimici: acido tereftalico, acido sebacico e butandiolo. Ma non riesce a consumarli tutti. Altri microrganismi intervengono dopo, metabolizzando una o due di quelle molecole. Alla fine il MIT ha ricostruito un piccolo consorzio di cinque specie batteriche, ognuna con un ruolo complementare. Insieme riescono a mineralizzare il materiale. Separatamente no.
È qui che la ricerca diventa interessante anche fuori dal laboratorio. Perché smonta uno dei presupposti più diffusi del green marketing: l’idea che la biodegradabilità sia una caratteristica sufficiente e universale del prodotto. Non lo è. È una relazione. Dipende dalla chimica del polimero, da come il materiale è stato progettato, dalla temperatura, dall’ossigeno, dai nutrienti, dalla profondità, dalla comunità microbica disponibile. Cambia l’ambiente e cambia il destino del rifiuto. Cambia la plastica e cambia la possibilità stessa di degradarla.
Non a caso, i ricercatori hanno osservato che lo stesso consorzio batterico capace di degradare quel copoliestere (molto usato per contenitori alimentari e dispositivi medici) non riusciva a mineralizzare (trasformare una sostanza organica in una inorganica) un componente in una plastica diversa. È un dettaglio fondamentale. Significa che non esiste “la” biodegradazione, come non esiste “la” bioplastica. Esistono materiali differenti, inseriti in ecosistemi differenti, con traiettorie ambientali differenti.
La letteratura scientifica va nella stessa direzione. Già nel 2020 uno studio su Nature Communications aveva mostrato che la degradazione marina di un copoliestere aromatico-alifatico (usati per produrre rivestimenti, resine) avviene grazie alla cooperazione di una comunità microbica, non all’azione isolata di un singolo organismo. Nel 2023, un lavoro pubblicato su Applied and Environmental Microbiology ha confrontato tre poliesteri compostabili, mostrando che le comunità microbiche marine possono degradare materiali diversi, ma con risultati variabili e legati alle proprietà fisiche e chimiche dei polimeri.
Ancora più indicativo è ciò che accade lontano dalla costa. Una ricerca del 2024 su Nature Communications ha studiato la decomposizione microbica di plastiche biodegradabili sui fondali profondi. Alcuni materiali vengono degradati anche lì, ma con efficienza molto inferiore rispetto agli ambienti costieri. Il messaggio è chiaro: non basta dire “biodegradabile”. Bisogna dire dove, in quanto tempo, con quali condizioni e con quali effetti residui.
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Le bioplastiche, da sole, non risolvono il problema della sovrapproduzione
È proprio su questa ambiguità che si gioca una partita industriale enorme. Parole come bio-based, biodegradabile e compostabile vengono spesso usate come se fossero intercambiabili. Ma non lo sono. Una plastica bio-based deriva in tutto o in parte da materie prime biologiche, ma può non essere biodegradabile. Una plastica biodegradabile può degradarsi solo in determinate condizioni. Una plastica compostabile può richiedere impianti industriali, temperature controllate e raccolte dedicate. La stessa Commissione europea riconosce la confusione intorno a queste definizioni e invita a valutare l’intero ciclo di vita dei materiali, non solo l’origine della materia prima.
Il rischio, altrimenti, è che la biodegradabilità diventi una licenza alla dispersione. Se un oggetto viene percepito come “naturale”, “bio” o “compostabile”, può sembrare meno problematico. Ma un sacchetto compostabile abbandonato in mare non entra automaticamente in un impianto di compostaggio. Un telo agricolo biodegradabile lasciato nel suolo non incontra necessariamente le condizioni previste dai test. Un imballaggio progettato per degradarsi in un contesto controllato può persistere altrove o frammentarsi prima di essere realmente mineralizzato. E poi, come non è mai inutile ripetere, il rifiuto migliore è quello che non si produce.

Il MIT non dice che le bioplastiche siano inutili. Sarebbe una lettura sbagliata. Al contrario, la ricerca apre prospettive importanti: comprendere quali comunità microbiche degradano quali polimeri può aiutare a progettare materiali migliori e, forse, futuri sistemi di riciclo biologico capaci di trasformare rifiuti plastici in nuove molecole utili.
Perché la scala della crisi resta fuori misura. Secondo l’UNEP, ogni anno tra 19 e 23 milioni di tonnellate di rifiuti plastici finiscono negli ecosistemi acquatici. È una quantità incompatibile con qualunque capacità dei microrganismi di “ripulire” il mondo al posto nostro. Anche quando la degradazione biologica è possibile, richiede tempi, condizioni e reti ecologiche che non coincidono con i ritmi della produzione globale.
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La lezione più utile che arriva dalla ricerca del MIT
C’è poi un ulteriore livello, spesso rimosso: la plastica non è mai un corpo neutro nell’ambiente. Diventa superficie, habitat, vettore. La cosiddetta plastisfera descrive proprio questo: comunità di batteri, alghe e microrganismi che colonizzano i frammenti plastici e possono viaggiare con essi. Nel 2021 uno studio pubblicato su mBio ha identificato oltre 30.000 enzimi potenzialmente associati alla degradazione della plastica nel microbioma globale. Anche qui, però, la notizia non va letta come una rassicurazione. Se i microbi stanno sviluppando o esprimendo capacità legate alla plastica, significa anche che l’inquinamento sta già modificando gli ecosistemi su scala planetaria.
Il tema politico, quindi, diventa non eludibile: le bioplastiche stanno davvero riducendo l’inquinamento o stanno offrendo al monouso una nuova grammatica di legittimazione? Possono essere utili in applicazioni specifiche: sacchi per l’organico, materiali contaminati da residui alimentari, teli agricoli difficili da recuperare, prodotti per cui il riciclo meccanico è irrealistico. Ma diventano un problema se vengono usate per difendere lo stesso modello lineare che ha prodotto la crisi: estrarre, trasformare, vendere, consumare, gettare.
La lezione più importante dello studio del MIT non è che esistono batteri capaci di mangiare una certa plastica. È che la degradazione è cooperazione ecologica. Nessun organismo basta da solo. Nessun materiale esiste fuori dal contesto che lo riceve. Nessuna tecnologia salva un sistema produttivo se quel sistema continua a moltiplicare oggetti usa e getta.
I batteri studiati dal MIT ci dicono qualcosa che il capitalismo verde tende a nascondere: la natura non è un servizio gratuito di smaltimento. È una rete complessa di relazioni, limiti e dipendenze. E se davvero vogliamo imparare qualcosa da quella rete, non dovremmo usarla per assolvere il monouso.
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