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venerdì, Aprile 19, 2024

Packaging, il falso mito dell’insostituibilità dell’usa e getta secondo Zero Waste Europe

In vista del regolamento della Commissione europea per la riduzione degli imballaggi, Zero Waste Europe tenta di sfatare i luoghi comuni sui materiali monouso, spesso considerati più sicuri e anti-spreco di quelli riutilizzabili

Nicoletta Fascetti Leon
Nicoletta Fascetti Leon
Giornalista pubblicista, allevata nella carta stampata. Formata in comunicazione alla Sapienza, in giornalismo alla Scuola Lelio Basso, in diritti umani all’E.ma (European Master’s Programme in Human Rights and Democratisation) di Venezia. Ha lavorato a Ginevra e New York nella delegazione UE alle Nazioni Unite. Vive a Roma e da nove anni si occupa di comunicazione ambientale e progetti di sostenibilità

La plastica usa e getta non è insostituibile. Lo sostiene Zero Waste Europe (ZWE) che, sull’onda del dibattito aperto dalla proposta di revisione del regolamento della Commissione europea per la riduzione degli imballaggi, ha colto lo spunto per realizzare un incisivo report, dal titolo “Debunking common myths about food hygiene, food waste, and health concerns related to reusable packaging”, volto a sfatare diffusi miti sui materiali monouso. Questi sono considerati da molti gli unici capaci di ridurre lo spreco alimentare e garantire la salubrità e l’igiene dei cibi. Anche l’assunto che il riciclo possa salvarci dai rifiuti è considerato un mero abbaglio.

Perché ridurre gli imballaggi

Ricordiamo che il regolamento Ue, tuttora in corso di definizione, intende ridurre i rifiuti da imballaggio del 15% pro-capite entro il 2040, in ciascun Paese europeo.

Il motivo per cui gli imballaggi monouso sono nel mirino della Commissione è di carattere ambientale. Secondo le Nazioni Unite, per citare un dato, circa un terzo di tutta la plastica utilizzata a livello globale è riservata agli imballaggi. Un terzo di questi imballaggi in plastica finisce disperso nell’ambiente.

Per centrare i propri obiettivi di riduzione, la Commissione propone che il 20% delle vendite di bevande take-away passino agli imballaggi riutilizzabili o ai contenitori dei clienti, per arrivare all’80% nel 2040. Il provvedimento, tra le varie misure, potrebbe vietare le confezioni monouso in bar e ristoranti e mira a potenziare il riutilizzo, nonché a eliminare gradualmente le sostanze nocive.

Leggi l’articolo: Trattato globale sulla plastica: ecco cosa ci ha detto il secondo round di negoziati

Contrari alle misure Ue

L’iniziativa europea, volta dunque a colpire l’aumento dei rifiuti e ridurre l’uso delle risorse, ha subito molte critiche dagli industriali europei, dal comparto alimentare e dell’ortofrutta, nonché dal nostro governo. Nel corso del dibattito aperto sul tema, i produttori hanno spesso sostenuto che l’imballaggio monouso, le piccole porzioni e il confezionamento delle verdure in plastica, tra gli altri pregi, contribuirebbero a ridurre lo spreco alimentare.

Mito numero 1: il monouso riduce lo spreco alimentare

Per confutare questo dato, Zero Waste Europe ricorre alle raccomandazioni di un recente studio dell’UNEP – Single-use supermarket food packaging and its alternatives: Recommendations from Life Cycle Assessments – secondo il quale “ovunque il tipo di cibo lo consenta, gli alimenti dovrebbero essere venduti non imballati o in imballaggi riutilizzabili”. Il motivo è che queste soluzioni sono quasi sempre preferibili, dal punto di vista ambientale, al cibo in confezioni monouso.

L’argomento di Zero Waste Europe è piuttosto semplice. Lo spreco alimentare è indipendente dalla presenza di un imballaggio aggiuntivo ed è dovuto a cattive abitudini di acquisto eccessivo o di preparazione e conservazione del cibo, più che dalla natura del suo involucro. La prova è nei dati: nelle famiglie dell’Ue, gli sprechi alimentari e i rifiuti di imballaggi in plastica sono aumentati contemporaneamente negli ultimi due decenni. “Se l’imballaggio migliora l’impronta ambientale complessiva proteggendo il cibo – si legge nel Factsheet dal titolo Debunking common myths about food hygiene, food waste, and health concerns related to reusable packaging – l’imballaggio riutilizzabile è una soluzione preferibile al monouso”.

Mito numero 2: il monouso protegge la nostra salute

Un altro argomento spesso menzionato a favore dell’insostituibilità del materiale monouso è la sicurezza per la nostra salute. Persino al bar, è considerato più igienico servire l’acqua da accompagnare al caffè in un bicchiere usa e getta, piuttosto che in uno riutilizzabile. Zero Waste contrasta questa convinzione, citando le crescenti prove che dimostrano il contrario. Molti articoli monouso a contatto con gli alimenti realizzati in plastica, carta e cartone, infatti, comportano rischi diretti per la salute dei consumatori perché possono contenere centinaia di sostanze chimiche nocive o potenzialmente dannose che migrano verso il cibo e finiscono nel nostro corpo. Il vero pericolo per la salute dei consumatori, dunque, sarebbero le 388 diverse sostanze chimiche che possono essere presenti nei materiali a contatto con gli alimenti che sono considerate sostanze chimiche dannose secondo la Strategia chimica per la sostenibilità (Chemicals Strategy for Sustainability) dell’Unione.

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Mito numero 3: i contenitori riutilizzabili non sono igienici

Il terzo mito che ZWE si prende la briga di confutare riguarda la ridotta igiene dei modelli del riuso. Questi sono principalmente di due tipi: i sistemi di contenitori riutilizzabili (gli imballaggi di proprietà di un’impresa, inseriti in un sistema che opera la distribuzione, restituzione, lavaggio, raccolta, ecc.) e il refill (gli imballaggi portati e ricaricati in negozio direttamente dai consumatori).

Il ragionamento, anche in questo caso, non sembra complicato. Il problema non sussiste perché è già in vigore una puntuale legislazione sull’igiene alimentare (regolamento (CE) 852/2004) che regola la pratica del riuso così come tutti gli aspetti di igiene in tutte le imprese alimentari.

Nei paesi europei in cui il riuso è già in funzione, per esempio nel segmento delle bevande per acqua, birre, succhi e altro, esiste un’infrastruttura e una logistica per la gestione dell’imballaggio che è piuttosto industrializzata, con standard di igiene durante l’intero processo. Questo sarebbe, dunque, un falso mito o, meglio, un tema esasperato dall’esperienza critica della pandemia da Covid 19. Esiste, par-contre, una lunga e notevole storia di imballaggi riutilizzabili in tutto il mondo per trasportare latte, latticini, carni, frutti di mare, frutta e verdura, cereali e così via. Il riuso non è, dunque, una pericolosa novità nel settore dei beni di consumo.

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Mito numero 4: riciclare risolverà il problema dei rifiuti

Sull’ultimo luogo comune da contraddire, il report del network europeo per l’eliminazione dei rifiuti è lapidario. Anche se riuscissimo a spingere sull’acceleratore del riciclo e della decarbonizzazione, gli attuali livelli di uso delle risorse resterebbero incompatibili con gli obiettivi di contrasto alla crisi climatica. Secondo Zero Waste Europe, “la maggior parte delle statistiche disponibili sulla riciclabilità degli imballaggi sono imprecise, in quanto non riflettono le reali condizioni del settore e variano notevolmente da un paese all’altro. Nella maggior parte dei casi, le infrastrutture di gestione dei rifiuti non hanno la capacità di gestire diversi formati di imballaggio”. Il problema è costituito dal mix di materiali di cui sono fatti la maggior parte degli imballaggi monouso, che non possono essere riciclati insieme e riducono la qualità complessiva del materiale riciclato. Se guardiamo per esempio alle plastiche, si rileva che dei 79 tipi disponibili sul mercato, solo una manciata di polimeri viene effettivamente riciclata. Ad oggi l’Europa ha raggiunto un tasso complessivo di riciclaggio della plastica del 23%.

Infine, le statistiche non tengono conto dello smaltimento inappropriato (littering), mentre sono inclusi gli imballaggi spediti al di fuori del territorio dell’Ue, dove corretto riciclo e tracciabilità non possono essere garantiti.

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Riuso vs monouso

Un’ultima nota sulla disputa tra riuso e monouso riguarda la rilevanza dell’analisi LCA (Life Cycle Assessment). Spesso si sente dire che non ci siano prove “scientifiche” delle migliori prestazioni ambientali del riuso e, al contrario, si citano studi LCA favorevoli ai materiali leggeri ed economici come quelli in plastica monouso. Anche su questo punto ZWE ha qualcosa da dire. Lo studio dal titolo Justifying plastic pollution. The shortcomings of life cycle assessments in food packaging policy fa le pulci a 21 analisi LCA sugli imballaggi in plastica. Secondo quest’analisi, gli studi sugli impatti ambientali, concentrandosi spesso sulle emissioni di carbonio, non tengono conto degli effetti positivi delle filiere alimentari corte, delle soluzioni senza imballaggio e degli imballaggi riutilizzabili. In molti casi, ribadisce l’associazione, l’imballaggio svolge una mera funzione di marketing.

Non c’è niente di male a voler far conoscere i propri prodotti alla clientela. Ma non è un buon motivo per resistere al necessario cambiamento nei modelli produttivi, così come negli stili di vita di tutti.

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