“Ritirare gli Usa da organizzazioni, convenzioni e trattati internazionali che sono contrari ai nostri interessi”: non poteva essere più chiaro il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (o forse dovremmo cominciare a chiamarlo despota). Lo scorso 7 gennaio sul sito della Casa Bianca, alla voce “presidential actions”, il titolo dell’atto che da una settimana sta facendo discutere esperti e analisti ambientali e climatici è uno dei tanti segnali espliciti di guerra al mondo che gli Stati Uniti hanno dichiarato dalla elezione di Trump del 2024: chiunque non rientri nella sfera di sudditanza – non esistono più le alleanze per il governo MAGA – diventa un nemico da combattere.
E così la lunga lista di oltre 60 organizzazioni internazionali dalle quali gli Usa si sfilano diventa l’emblema, forse ancor più del sequestro del capo di stato venezuelano Nicolas Maduro, di ciò che il 2026 potrebbe rappresentare per i fragili equilibri globali. Attraverso un semplice memorandum – che non è neppure passato dal Congresso statunitense – Trump ha imposto che per “gli enti delle Nazioni Unite il ritiro significa cessare la partecipazione o il finanziamento a tali entità nella misura consentita dalla legge”.
Si tratta di un grave colpo inferto al multilateralismo ambientale e climatico. Non tanto per la dichiarazione bellicosa in sé: gli Stati Uniti, infatti, nei fatti sono già fuori da tempo da qualsiasi seria cooperazione internazionale. Gli esempi in questo senso sono tantissimi: dai dazi imposti al mondo intero alla dichiarata volontà di annessione della Groenlandia (per accaparrarsi le risorse naturali del Paese e le rotte commerciali aperte dallo scioglimento dei ghiacciai).

L’esempio più paradigmatico è ciò che è avvenuto con la propria politica energetica. Da una manciata di anni gli Stati Uniti hanno imposto il Gas Naturale Liquefatto ai propri alleati (Unione Europea in testa) e, ancor prima dell’insediamento di Donald Trump (già con le presidenze Biden e Obama), scegliendo di diventare un Paese esportatore di energia attraverso il massiccio ricorso al fracking, una tecnica estrattiva ambientalmente dannosa che consente di recuperare petrolio e gas dalle rocce profonde. Una scelta in controtendenza con ciò che afferma la comunità scientifica sul fracking, tanto che questa tecnica in Europa è vietata quasi ovunque (anche in Italia).
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Addio alle Cop?
A far discutere è l’uscita anche dall’UNFCC, la Convenzione Quadro dei Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite, il cui punto di incontro più noto restano le annuali COP (le conferenze sul clima). Come scrive il giornalista ambientale Ferdinando Cotugno nella newslettere Areale, “la domanda generale che ci eravamo fatti con una certa dose di ingenuità nel 2025 era: la lotta ai cambiamenti climatici si può fare senza gli Stati Uniti? Ora dobbiamo farcene un’altra, decisamente più dura: la lotta ai cambiamenti climatici si può fare contro gli Stati Uniti, contro la loro aperta e deliberata ostilità?”.
Ma c’è di più. Il maggiore esito della scelta degli Usa di Trump potrebbe essere la volontà di altri Stati di replicarla. Anche in questo caso la cooperazione climatica si era già rivelata negli anni fortemente imperfetta, per usare un eufemismo: Paesi come Cina e Russia e India si sono spesso schermati dietro la categoria di “Paese in via di sviluppo” per non assumersi la propria responsabilità sulle emissioni in aumento, mentre l’Unione europea si è mostrata ipocrita, tra dichiarazioni roboanti e impegni economici al ribasso. Ora, però, con la “diserzione” degli Usa dal clima globale, che tra l’altro rafforza il definanziamento e il declassamento interno degli enti specifici, è come se si fosse tracciata una strada: si può andare via dall’ONU e dalle sue agenzie, fondamentalmente senza alcuna conseguenza.
Un esempio che potrebbe essere replicato dai governi vicini a Trump, dall’Argentina di Milei all’Ungheria di Orban. Se ciò dovesse avvenire a breve, considerato che la Cop31 si terrà già in uno Stato autoritario come la Turchia di Erdogan, potrebbe davvero significare l’addio del multilateralismo climatico così come lo abbiamo conosciuto, cioè quello figlio del Protocollo di Kyoto e dell’unanimità delle decisioni. Un mondo, quindi, dove anche sul clima prevarranno egoismi nazionali e rapporti di forza, ancor di più di quanto già non avvenga.
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Le miti reazioni
Di fronte al bullismo degli Usa di Trump ci si sarebbero aspettate unanime reazioni di condanna. Invece prevalgono tatticismi e timori. Perfino l’ONU ha scelto la strada della cautela. Il segretario generale António Guterres “ha espresso rammarico per la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi da un certo numero di organizzazioni delle Nazioni Unite, pur sottolineando che il sistema continuerà a svolgere tutti i suoi mandati”. Mentre il segretario esecutivo dell’UNFCC, Simon Stiell, ha parlato di un semplice “passo indietro” e ha aggiunto che “le porte rimangono aperte perché gli Stati Uniti tornino in futuro, come hanno fatto in passato con l’accordo di Parigi”.
Sul fronte europeo, invece, la mossa statunitense ha rinfocolato le spaccature interne. Da una parte la vicepresidente della Commissione, la spagnola Teresa Ribera, ha apertamente criticato Donald Trump, affermando che “alla Casa Bianca non interessano l’ambiente, la salute o le sofferenze delle persone”. Dall’altra parte la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, interrogata esplicitamente sulle accuse di Ribera, ha delegato alla portavoce Arianna Podestà la volontà di non commentare “decisioni specifiche dell’amministrazione Usa”.

E l’Italia? È noto che il governo Meloni è, insieme al governo ungherese di Orban, il più vicino alle posizioni di Trump. Alla conferenza stampa di inizio anno la premier, tra le altre cose, ha rivendicato il cambio di passo dell’UE da un “approccio ideologico” a uno “pragmatico”, affermando esplicitamente che l’obiettivo è di rivedere l’intero impianto del Green Deal. “Spero che l’Italia possa fare di più e ambisco a fare una cosa simile a quella che abbiamo fatto sulla migrazione”, nel senso che “la linea europea sulla migrazione è stata completamente ribaltata; ora l’obiettivo è replicare quel successo sul fronte della transizione ecologica”. Una partita interna all’UE che appare parallela a quella mossa da Trump nei confronti del mondo intero.
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