Sappiamo bene che l’economia è un pilastro fondamentale per la transizione ecologica globale. Progettare secondo i principi dell’ecodesign, riparare, riutilizzare e riciclare sono azioni che riducono l’impatto ambientale dei processi produttivi e, al contempo, possono generare occupazione di qualità. Lo raccontiamo anche noi, di settimana in settimana, presentandovi i professionisti del cambiamento. Quanti sono davvero i “lavori circolari”? E come si misurano? Per la prima volta, un’analisi monumentale tenta di rispondere a questa domanda. Il report “Employment in the circular economy: Leveraging circularity to create decent work”, pubblicato a dicembre 2025 dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), la World Bank e Circle Economy, con il supporto delle Nazioni Unite, traccia una linea di base globale.
Un documento che non si limita a contare i posti di lavoro, ma fornisce una metodologia rigorosa per definire e classificare ciò che rende un’occupazione veramente “circolare”.
Misurare l’impatto: una definizione per i lavori circolari
La più grande sfida, fino ad oggi, è stata la mancanza di una definizione universalmente accettata di “lavoro circolare“. Il rapporto colma questo vuoto introducendo un approccio a “blocchi di costruzione” (building block approach) che distingue due categorie principali di settori economici.
- Settori pienamente circolari (Fully circular sectors): sono quelle attività economiche la cui funzione primaria è intrinsecamente legata ai principi della circolarità. In questo ambito, il 100% dell’occupazione è considerata direttamente circolare. Parliamo di settori come la riparazione di beni, la gestione e il recupero dei materiali dai rifiuti (escludendo discariche e incenerimento), il noleggio e leasing, la vendita di beni di seconda mano e sono incluse anche le attività di fognatura e trattamento delle acque reflue. Sono le professioni primarie dell’economia che si rigenera.
- Settori parzialmente circolari (Partially circular sectors): questa è la categoria più complessa e vasta che include industrie ad alta intensità di materiali come quelle manifatturiere, edili ed estrattive. In questi ambiti, le pratiche circolari coesistono con quelle lineari. Un’azienda manifatturiera può utilizzare materie prime seconde, ma anche materie vergini. Per stimare la quota di lavoro circolare in questi settori, il report ha sviluppato dei “coefficienti di circolarità” specifici, basati su un’analisi che tiene conto sia dei flussi materiali (quanti materiali riciclati entrano nel processo produttivo) sia dei flussi economici (quanto il settore contribuisce a fornire prodotti e servizi all’industria del recupero).

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Manifattura e costruzioni: la sfida dei settori “parzialmente circolari”
Il vero potenziale occupazionale risiede nella trasformazione dei grandi settori industriali. Il report si addentra in un’analisi dettagliata per capire quanto oggi siano circolari la manifattura e le costruzioni. La metodologia applicata è innovativa: per ogni sottosettore (dalla produzione alimentare a quella di macchinari) viene calcolata una “quota di circolarità” che bilancia due fattori.
Da un lato, la circolarità materiale, ovverosia la percentuale di input secondari (materiali riciclati) sul totale delle materie prime impiegate. Dall’altro, la circolarità economica, che misura il valore dei beni e servizi che quel settore vende all’industria del recupero e del riciclo. Questo approccio evita di sovrastimare l’impatto, riconoscendo che la transizione è un processo graduale. È un modo per fotografare la realtà e misurare i progressi anno dopo anno.
Su questo punto, il commento di Marco Gisotti, direttore di Green Factor e che ha curato, nel 2019, il primo rapporto italiano sulle professioni circolari per Legambiente, ci aiuta a comprenderne l’importanza: “finalmente abbiamo un cruscotto, una metrica condivisa a livello internazionale. L’Italia grazie ai dati del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere è sempre stata all’avanguardia sulla conoscenza dei fabbisogni reali mercato del lavoro, già dai tempi del primo rapporto ILO sui green jobs, nel 2008. Questo studio dell’ILO e dei suoi partner fornisce la grammatica per poter scrivere le policy industriali e del lavoro del futuro, basandole su dati e non più solo su intenzioni anche per quei paesi meno avanzati sotto l’aspetto delle tutele dei lavoratori e delle lavoratrici.”
L’economia informale: il cuore nascosto della circolarità
Uno degli aspetti più rilevanti e socialmente impattanti del report è l’inclusione dell’economia informale. Questo è un tema sul quale spesso non ci si sofferma e, invece, oggi è opportuna una seria riflessione.
In molte nazioni a basso e medio reddito, la raccolta, la selezione e la riparazione dei materiali sono attività svolte da milioni di lavoratori informali, spesso in condizioni precarie e senza tutele. Raccoglitori di rifiuti (waste pickers), piccole officine di riparazione non registrate, mercati dell’usato improvvisati: questi sono gli attori chiave della circolarità, ma sono quasi sempre invisibili alle statistiche ufficiali. Il report tenta di quantificare questo enorme contributo, utilizzando i dati ILOSTAT sull’occupazione informale e applicando ad essi la stessa metodologia usata per il settore formale. Si tratta di un passo fondamentale per riconoscere il loro ruolo e lavorare per garantire a questi lavoratori condizioni di lavoro dignitose, sicurezza e giusta retribuzione, trasformando il loro contributo ambientale in un vero “decent work”.

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Cosa resta fuori? I limiti e le prossime frontiere della ricerca
Con grande onestà intellettuale, il documento delinea anche i propri limiti che diventano, di fatto, una mappa per la ricerca futura. Al momento, sono esclusi dall’analisi alcuni ambiti cruciali. L’agricoltura, per esempio, non è inclusa a causa della difficoltà di definire e misurare in modo standardizzato le pratiche agricole circolari (come il compostaggio su larga scala o l’agricoltura rigenerativa), specialmente nei contesti informali e di sussistenza.
Sono escluse anche tutte le forme di produzione energetica, incluse quelle da fonti rinnovabili o da termovalorizzazione, poiché già coperte da altri studi specifici (come quelli di IRENA). Infine, non vengono conteggiate le attività puramente lineari, come la gestione delle discariche o l’incenerimento senza recupero di materia che rappresentano la fine del ciclo di vita e non il suo inizio.
Verso un futuro di lavoro dignitoso e circolare
Il rapporto “Employment in the circular economy”, fornendo una metrica globale e comparabile, permette ai governi, alle aziende e ai sindacati di tutto il mondo di misurare l’impatto delle loro politiche, di identificare i settori a più alto potenziale e di indirizzare gli investimenti dove servono maggiormente.
L’obiettivo finale è duplice: accelerare la transizione verso un’economia che rispetta i limiti del pianeta e, allo stesso tempo, garantire che questa transizione sia giusta, inclusiva e crei opportunità di lavoro dignitoso per tutti. A tal proposito Marco Gisotti aggiunge una riflessione sul futuro: “il passo successivo è la comunicazione. Questi dati non devono rimanere confinati nei report per addetti ai lavori. Devono diventare patrimonio dei giovani che scelgono un percorso di studi, degli imprenditori che investono e dei cittadini che votano. Comunicare la circolarità significa comunicare un futuro desiderabile e, come dimostra questo studio, concretamente realizzabile.”
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