Le banche non frenano sulle fossili, anzi: 8.700 miliardi di dollari da Parigi a oggi

Il nuovo rapporto Banking on Climate Chaos denuncia quasi mille miliardi di dollari di finanziamenti a petrolio, gas e carbone nel solo 2025. In testa JPMorgan Chase, Bank of America e MUFG, mentre la crisi energetica globale riporta al centro il legame tra fossili, instabilità geopolitica e costo della vita: “le banche più grandi del mondo stanno scegliendo di rendere il nostro sistema energetico più costoso, più fragile e più iniquo”

Daniele Di Stefano
Daniele Di Stefano
Giornalista ambientale, redattore di EconomiaCircolare.com e socio della cooperativa Editrice Circolare

A dieci anni dall’Accordo di Parigi, la finanza globale continua a pompare denaro nell’economia fossile. Secondo la 17ª edizione del rapporto Banking on Climate Chaos (BOCC), solo nel 2025 le 65 maggiori banche del mondo hanno destinato oltre novecento miliardi di dollari alle imprese del petrolio, del gas e del carbone, con un aumento dell’8% rispetto all’anno precedente. “Nel 2025, ventisei delle 65 principali banche mondiali hanno ridotto i finanziamenti destinati ai combustibili fossili, ma le banche più grandi del mondo – si legge nel documento – hanno comunque stanziato, in termini di bilancio, 906 miliardi di dollari a favore di aziende operanti nel settore dei combustibili fossili”. Dal 2016, anno successivo alla firma dell’Accordo di Parigi, il totale arriva a 8.700 miliardi di dollari.

Curato da una coalizione di Ong (Rainforest Action Network, BankTrack, il Center for Energy, Ecology, and Development, l’Indigenous Environmental Network, Oil Change International, Reclaim Finance, il Sierra Club e Urgewald) e basato su quello che viene definito come “il set di dati open source più completo al mondo” sui finanziamenti bancari ai combustibili fossili, restituisce una fotografia tanto netta quanto preoccupante: non solo il sostegno delle banche al settore non si è fermato, ma cresce proprio dove dovrebbe arretrare più rapidamente, cioè nell’espansione di nuove infrastrutture e nuove produzioni fossili. Sempre l’anno scorso i finanziamenti alle aziende che stanno espandendo le estrazioni di petrolio, gas e carbone sono saliti del 27%, arrivando a 508 miliardi di dollari. Per gli autori, come per l’IPCC, ogni nuovo sostegno all’espansione è “incompatibile con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C”.

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Fonte: BOCC

La sporca dozzina 

In cima alla classifica, come già nelle edizioni passate, resta JPMorgan Chase, indicata come la prima banca fossile al mondo, con 58 miliardi di dollari nel 2025, il 12,6% in più rispetto al 2024. Seguono Bank of America, con 47 miliardi, e il gruppo giapponese Mitsubishi UFJ Financial Group, anch’esso a quota 47 miliardi, ma con un incremento del 21% in un solo anno. La “Dirty Dozen”, le dodici maggiori banche fossili, da sole forniscono quasi il 40% di tutti i finanziamenti bancari globali al settore.

Per Niko Lusiani, Research Director di Rainforest Action Network, il dato politico è ormai evidente: “Solo dodici banche controllano ormai più di un terzo” della finanza fossile globale. Non sarebbe più, quindi, un problema impersonale di mercato, ma il risultato di “scelte consapevoli”. Scelte che, secondo Lusiani, bloccano un sistema energetico capace di trasferire profitti verso poche imprese fossili e costi verso chi dipende dall’energia importata.

La fotografia arriva in una fase geopolitica particolarmente tesa. L’Europa, già segnata dalla crisi del gas esplosa dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ha continuato a misurarsi con la vulnerabilità di un sistema energetico ancora fortemente dipendente dalle importazioni fossili. Nel frattempo, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riportato gli Stati Uniti fuori dall’Accordo di Parigi e ha rafforzato una linea politica ostile all’accelerazione sulle rinnovabili. Sullo sfondo, le COP sul clima restano il luogo della diplomazia climatica globale, ma anche delle sue difficoltà: il tema dell’uscita dai combustibili fossili – nonostante l’esperienza positiva del meeting di Santa Marta – continua a dividere governi, Paesi produttori e Paesi più vulnerabili.

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Fonte: BOCC

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“Fonti fossili, una fonte strutturale di instabilità globale”

È in questo contesto che il rapporto mostra i legami strettissimi tra finanza fossile, crisi energetiche e costo della vita. Le crisi degli anni Venti, si legge, mostrano che la dipendenza dai combustibili fossili è una “fonte strutturale di instabilità globale”. Tre quarti dell’umanità vivono in Paesi importatori di fossili e pagano il prezzo di ogni interruzione delle forniture. Dopo la guerra in Ucraina, secondo il report, l’84% degli extra-profitti di petrolio e gas negli Stati Uniti è andato al 10% più ricco della popolazione, mentre famiglie e imprese hanno sostenuto l’aumento dei costi.

E a pagare sono sempre i territori più vulnerabili e che dalle estrazioni guadagnano meno. Secondo Tom BK Goldtooth, dell’Indigenous Environmental Network, l’espansione fossile è “a policy of death” (una politica di morte) che aumenta le emissioni e continua a produrre impatti sui territori indigeni, tra espropriazioni, danni alla salute, impatti ecologici e violazioni dei diritti umani.

Scrivono autori e autrici del rapporto: “Le banche e i responsabili politici stanno compiendo scelte consapevoli in questa nuova era di instabilità del settore fossile. Finanziando direttamente l’espansione del settore fossile, aiutando gli operatori del settore a raccogliere capitali dagli investitori obbligazionari, concentrando il debito in un ristretto gruppo di aziende sovraindebitate, e sottofinanziando le alternative rinnovabili che oggi sono più economiche e sicure, le banche più grandi del mondo stanno scegliendo di rendere il nostro sistema energetico più costoso, più fragile e più iniquo”.

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Fonte: BOCC

Gas e carbone

Il rapporto segnala anche una forte crescita del gas. Nel 2025 i finanziamenti alle società attive nell’espansione midstream (le fasi tra l’estrazione, upstream, e la distribuzione/uso finale, downstream) sono aumentati dell’84%, pari a 116 miliardi di dollari in più. Le tre maggiori beneficiarie individuali di finanziamenti bancari, si legge, sono state tutte imprese del trasporto e delle infrastrutture oil & gas. Il GNL/metano è definito il segmento in più rapida crescita, mentre solo 5 delle 65 banche analizzate hanno politiche di esclusione per i terminal di esportazione di GNL.

La crescita riguarda anche il carbone. I finanziamenti all’espansione delle miniere di carbone sono aumentati del 77%, raggiungendo 84 miliardi di dollari, mentre quelli per l’espansione della generazione elettrica da carbone sono cresciuti del 40%, arrivando a 81 miliardi.

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Banche fossili, una geografia

Se leggiamo la lista delle banche fossili dal punto di vista della loro nazionalità, il peso delle banche statunitensi aumenta, e non poteva essere diversamente vista la politica dell’amministrazione Trump. La loro quota sui finanziamenti fossili globali è salita al 32%, dal 28% del 2021. Gli istituti europei, al contrario, mostrano una tendenza alla riduzione, anche se con differenze rilevanti: BNP Paribas ha ridotto le operazioni fossili del 28%, UBS del 36%, La Caixa del 34%.

Nel report vengono citate due principali banche italiane tra le prime 65 al mondo per finanziamenti ai combustibili fossili: Intesa Sanpaolo e Unicredit. Intesa Sanpaolo (numero 40 nel ranking BOCC) nel 2025 ha ridotto i finanziamenti alle imprese fossili di circa 27 milioni di dollari (-0,6%) rispetto al 2024, con un totale cumulato 2021-2025 intorno a 10 miliardi di dollari di finanziamenti a compagnie fossili.

Nel 2025 UniCredit (42esimo posto nel ranking) ha ridotto i finanziamenti di circa 1 miliardo di dollari (-18,5%), con un totale cumulato 2021-2025 di circa 10,8 miliardi di dollari.

Questa riduzione si colloca all’interno del più ampio trend di progressi tra alcune banche europee (non tutte: Standard Chartered ha aumentato i finanziamenti fossili del 28%, Deutsche Bank del 20%, HSBC del 16%) che tuttavia non compensa la crescita osservata nelle banche statunitensi e asiatiche.

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Fnte: BOCC

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Norme vincolanti, non impegni volontari”

Il rapporto insiste sulla debolezza degli impegni volontari assunti dagli istituti di credito. Dopo il collasso della Net-Zero Banking Alliance, scrivono gli autori, molte banche hanno accelerato l’arretramento delle proprie policy climatiche. Tra le 15 banche nordamericane analizzate, 12 non avrebbero più impegni significativi sui combustibili fossili. JPMorgan Chase e Goldman Sachs, in particolare, avrebbero abbandonato del tutto le esclusioni su carbone e Artico, trasformandole in valutazioni caso per caso. “Gli impegni volontari hanno avuto la loro occasione”, afferma Diogo Silva di BankTrack: Servono “norme vincolanti, non semplici promesse”.

Lucie Pinson, direttrice e fondatrice di Reclaim Finance, sottolinea che il cambiamento è possibile. Alcune banche europee, come BNP Paribas e Crédit Agricole, hanno adottato restrizioni più avanzate sui finanziamenti a nuove estrazioni di petrolio e gas, mostrando che “qui non c’è nulla di inevitabile”. La pressione pubblica, afferma, può produrre cambiamenti concreti.

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